Incarcerato dai titini, mio papà ai lavori forzati di Lubiana, 1948-1955

Luigi Drioli, di Isola d’Istria, è arrestato dai titini dell’Ozna il 27 febbraio 1948 e scortato a piedi fino al carcere di Capodistria. Ecco una frase sulla prigionia dai suoi manoscritti: “Gli interrogatori durarono sette mesi, di giorno e di notte, con percosse ed umiliazioni di ogni genere, ammanettato anche di notte, con un sistema poliziesco che rasentava le persecuzioni del medioevo; nessun contatto con la famiglia”.

Come mai fu arrestato dall’Ozna, cioè dalla polizia segreta iugoslava?

“Mio papà, nato nel 1902, aveva studiato a Graz – ha risposto Sandra Drioli Adami – ma non poté completare gli studi superiori a causa della morte prematura della madre Vittoria che lo costrinse al nuovo ruolo di capo-famiglia; era un mazziniano in contatto sin dal 1943 col Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della Venezia Giulia  si trattava di un organo politico formato da partiti democratici anticomunisti e fu accusato di essere l’ideologo del ‘Gruppo Resistenza Istriana’, in raccordo col ‘Gruppo Esuli Istriani’, il GEI di Trieste,assieme a Salvatore Perentin, Livio Dandri, Domenico Difino, Ottavio Dudine, Adilio Parma e Maria Degrassi”.

Gli accusati al processo iugoslavo di Capodistria con sentenza di condanna del 1° ottobre 1948. Da sinistra: Dandri, Parma, Dudine, Difino, Perentin e Drioli. Foto da «Il Piccolo» del 29 settembre 1948, che si ringrazia per la pubblicazione nel blog

A questo punto la vicenda di Luigi Drioli, “patriota italiano di sentimenti antifascisti” come egli stesso si definiva, diviene un capitolo di storia, della grande storia. Il suo nome, infatti, compare in varie pubblicazioni riguardanti la Venezia Giulia (Adami, Dassovich, Spazzali; vedi in Bibliografia). Si precisa che lo statuto del GEI manifesta la volontà di riscossa italiana degli esuli istriani; oltre all’assistenza nel Territorio Libero di Trieste (TLT), il GEI aveva scopi di mera propaganda politica (Vezzà, pag. 32-34).

Quali sono i capi di accusa al processo contro Luigi Drioli?

“Le accuse erano assurde – ha detto la signora Sandra – si va dallo spionaggio militare, all’organizzazione terroristica e costituzione di banda armata, poi c’erano l’introduzione di armi, l’attività sovversiva contro i Poteri Popolari e attentato agli impianti pubblici. Papà non voleva che passasse in silenzio la cessione alla Jugoslavia della Zona B del TLT, così si impose ‘il dovere di restare sul posto a sostenere la causa istriana’ come ha scritto nel suo memoriale. Possedendo un negozio di abbigliamento sulle Rive a Trieste, oltre che a Isola d’Istria, faceva la spola dal paese natale a Trieste, avendo così l’occasione di portare informazioni, volantini, alimenti e giornali, come il «Grido dell’Istria» sull’attività a favore dell’Istria italiana; tutto qua”.

Il processo farsa si tiene a Capodistria, nel mese di settembre 1948, nello spazio ricavato dalla ex-chiesa di S. Francesco. L’aula giudiziaria è accessibile solo agli iugoslavi, mentre gli italiani dovevano avere il permesso, previa consegna di numerosi documenti. “Il tifo è acceso ad ogni frase del pubblico ministero il capitano Janez Lotric – come dice la stampa triestina del tempo – altoparlanti sparsi per Capodistria affinché nessuno perdesse nemmeno una parola di quell’irrefrenabile cavalcata popolare verso la condanna esemplare”. Drioli si difende dall’accusa, sostenendo la causa del patriottismo in attesa dell’arrivo del governatore del TLT per l’italianità della sua terra. (Adami).

Cartolina di Isola d’Istria viaggiata negli anni 1930-‘40

Signora Sandra, alla fine del processo, suo padre Luigi Drioli è condannato?

“Viene condannato a 12 anni e 6 mesi di carcere con lavori forzati – ha risposto la professoressa Sandra Drioli Adami – in appello vengono ridotti a 10 anni, ma girerà per varie prigioni scontando 7 anni, mesi 6 e 7 giorni. Ad esempio, a Lubiana lo obbligano ai lavori forzati nella neve, poi ci sono le carceri di Trnova, S. Anna di Capodistria, il Castello di Ig (vicino a Lubiana) e l’ex-convento di Strugnano. È stato definito ‘politicamente incorreggibile’, a causa delle torture subite tentò il suicidio, come ha scritto nei suoi diari, per evitare di crollare e dire agli aguzzini ciò che volevano dicesse. Due suoi compatrioti morirono impiccati in carcere, Mario Musizza e Eugenio Marchesan, senza mai chiarire se fu un atto volontario e disperato o provocato dai servizi segreti iugoslavi”.

Potevate visitarlo mentre era incarcerato?

“Sembra incredibile – ha replicato la Drioli Adami – ma pensi che nel 1948 ci avevano messo due ufficiali slavi in casa per controllarci: Vasco e Boico. Le stanze erano requisite per loro. Poi Vasco è sparito, perché, ci dissero, era dei bianchi di re Pietro, mentre con Boico siamo diventati, per così dire, amici. Pensi che una sua zia di Lubiana, addirittura ci ospitò e ci diede da mangiare, quando andavamo a trovare mio padre in prigione, ma io non lo riconobbi, da tanto magro che era diventato e non volevo abbracciarlo, aveva perso oltre 30 chilogrammi. Finalmente il 3 settembre 1955 fu liberato mediante l’intervento del ministro Scelba che ottenne uno scambio di prigionieri con due cittadini iugoslavi condannati per omicidio, avevano strozzato col filo di ferro Carlo Pitteri, di 19 anni a Trieste, reo secondo loro di aver parlato in italiano con un soldato inglese, il colmo è che i due assassini slavi liberati non sono mica andati in Jugoslavia, ma sono rimasti a Trieste, ormai di nuovo italiana”.

Trieste, 3 novembre 1954, carro armato italiano modello M47 Patton, di fabbricazione USA. Collezione fam. Conighi, esule da Fiume a Udine; in corsivo, la didascalia originale

Lo scambio di prigionieri avviene in una stazioncina secondaria, presso Trieste, a Poggioreale del Carso. Ai giornalisti che lo interrogano a Trieste nel 1955, Drioli non commenta i suoi giorni di prigionia slava, ma invece li aggiorna sugli oltre 200 italiani ancora reclusi e brutalizzati nelle carceri di Tito (Adami). L’ultima figlia di Luigi Drioli nasce nel marzo 1947. Di nome è: Italia Giuliana Soave Augusta. Così a “Radio Piria” egli viene svillaneggiato come “fascista che chiama la figlia Italia”. Era chiamata “Radio Piria” – piria in dialetto istro-veneto è: l’imbuto – perché una radio veniva piazzata sulle strade del paese con un grande megafono accanto, in modo da amplificarne il volume, soprattutto per i discorsi ufficiali di Tito (Vitti Drioli, pag. 15-23; vedi Documenti originali).

Nel 1946-1947 in Istria inizia la persecuzione dei preti da parte dei titini. Dichiarati da pseudo-tribunali “nemici del popolo” i prelati vengono uccisi nella foiba, come don Angelo Tarticchio, parroco di Rovigno, oppure sgozzati, come don Miroslav Bulesic, o impiccati come don Marco Zelco, di Visignano, o minacciati e insultati, come don Rodolfo Toncetti, parroco di Dignano d’Istria (Luminoso) e mons. Pietro Rensi, parroco di Pedena (Rumici 2019). I fratelli e i discendenti di don Francesco Bonifacio, parroco di Crassizza, vorrebbero sapere, assieme a vari compaesani di Buie, dov’è sepolto e come è stato ucciso il loro congiunto dai titini (Rumici 2001, p. 180). I titini effettuano l’eliminazione dei religiosi anche nella provincia di Gorizia, come ha accennato padre Flaminio Rocchi al Congresso dell’ANVGD di Gorizia nel 2000, menzionando l’uccisione in foiba di sette sacerdoti, in base ai dati dell’Archivio Arcivescovile di Gorizia (Rocchi, p. 57).

Di certo Luigi Drioli a fine maggio 1946 è a Roma con una folta delegazione del CLN dell’Istria, per prendere contatti con De Gasperi, sostenendo davanti al Governo la proposta di fare un plebiscito in Istria (Vezzà, p. 46).

Quando siete venuti via da Isola d’Istria? Siete passati per un Centro raccolta profughi?

“C’è da dire che mio padre è stato arrestato nel 1946 e nel 1947, poi rilasciato – ha aggiunto la testimone – ma con la sua condanna del 1948, mia madre Odilia restò sola con quattro figlie: Vittoria, Gianna e Italia, detta Itti, oltre a me. Mia madre, Itti ed io siamo state cacciate con violenza nel 1953, mentre le mie sorelle più grandi erano già sfollate e ospitate a Trieste presso il collegio Notre Dame de Sion, assieme ad altre ragazze istriane come le sorelle de Vergottini, che ebbero il babbo ucciso nella foiba ed altre ragazze il cui padre fu eliminato dai titini con la pietra al collo. Una notte di novembre del 1953 sentiamo una gran confusione nel cortile di casa provocata da decine di persone che abbattono il cancello e la porta d’ingresso con i calci del fucile e i berretti con la stella rossa. C’erano anche diverse donne. Certi rozzi uomini erano ubriachi. Gridavano: ‘Aide, aide!’ (Via, via!), sputando e strattonando mia  madre. Oppure: ‘Via i fascisti da casa nostra’. Per la paura, mia sorella Itti è svenuta, così una caporiona degli esagitati titini ha gridato: ‘Se non ve ne andate via, torniamo domani e non fermatevi a Trieste perché presto sarà nostra!’. Così a Trieste italiana siamo state accolte all’Albergo Impero, vicino alla stazione, era un sito per sfollati istriani, fino alla liberazione del papà”.

Strugnano, Santuario di Santa Maria della Visione (oggi Slovenia). A destra della chiesa c’era il convento dei frati, trasformato dai titini in carcere, dove fu recluso Luigi Drioli dal 18.1.1952 al 4.11.1954. Cartolina da un disegno acquerellato, anni ’30

Sull’assassinio per mano titina dei cugini Antonio e Nicolò de Vergottini ha scritto il «Piccolo» del 16 ottobre 2011. A Trieste affluivano sfollati d’Istria, Fiume e Dalmazia sin dal 1944, come ha ricordato Stelio Bucci “vivevano in posti allestiti dallo stato, poi sono rimasti qui e dopo la guerra sono arrivati altri profughi da quelle zone”.

La crisi di Trieste iniziò ad ottobre 1953, quando gli angloamericani resero nota l’intenzione di cedere all’Italia la Zona A del TLT, mentre la Zona B era già piena di carri armati iugoslavi. A Belgrado il 9 ottobre furono assaltate le ambasciate USA e della Gran Bretagna, furono distrutte alcune biblioteche e la folla gridava ‘Trst je naš’ (Trieste è nostra) e anche ‘Pela džukela’ (Pella canaglia, con riferimento a Giuseppe Pella, ministro degli Esteri italiano; si noti che džukela è una forma inventata sul momento per fare rima, dato che in serbo ‘cane bastardo’ si dice: džukele). In quell’occasione Milovan Gilas, leader del Partito Comunista Iugoslavo dal 1937, pubblicò certi articoli critici col titoismo, facendosi cadere in disgrazia. Tito fa schierare al confine i carri armati, non gli M4 Sherman di fabbricazione USA però, per non ingenerare imbarazzo. Tutto era pronto per l’invasione iugoslava di Trieste, in risposta alle mosse militari di Pella (Gilas, p. 362). A Trieste le manifestazioni per l’annessione all’Italia provocarono 6 morti e vari scontri di piazza con i militari angloamericani, pestati a sangue dalla folla inferocita (Pecchiari, p. 87). Il 26 ottobre 1954, col Memorandum di Londra, la città della bora ripassa con l’Italia, tra lo sventolio di tricolori, tanta pioggia e il festoso ballonzolare delle piume del cappello dei bersaglieri, circondati dai migliaia di persone in visibilio. Lo ha confermato il signor Vito De Caro: “ero allievo dell’Accademia di Modena in quel periodo e, a Trieste, abbiamo sfilato per primi tra i triestini impazziti di gioia per il ritorno all’Italia”.

Trieste 1955 – Luigi Drioli alla sua liberazione con l’ultima figlia Italia, detta Itti

Signora Drioli vuole raccontare cosa è successo dopo la liberazione del suo babbo nel 1955?

“Pian piano mio padre si è ripreso – ha replicato la Drioli Adami – e si è messo subito al lavoro, tanto che negli anni ’70 a Trieste c’erano quattro negozi di abbigliamento Drioli, secondo la grande tradizione della nonna Vittoria che, nel 1910, aprì un negozio di confezioni a Isola d’Istria e lui morì nel 1975 e con molto orgoglio è stato ricordato nel 2011 a Isola d’Istria, alla presentazione di un libro su di lui di Roberto Spazzali, mentre tutti i suoi manoscritti del carcere sono stati donati all’Archivio di Stato di Trieste, che organizzò una originale mostra nel 2010”.

Mi pare che la sua famiglia abbia  un altro personaggio storico notevole, vero?

“Sì certo, è Attilio Adami, uno dei sette giurati di Ronchi che sollecitarono Gabriele D’Annunzio all’impresa di Fiume con i Granatieri di Sardegna – ha concluso l’intervistata – lui era del 1899 e morì a Udine nel 1970”.

Ronchi, 30 agosto 1919 – Giuramento di Attilio Adami, uno dei Sette giurati di Ronchi: “Fiume o morte!”. Collez. familiare

Le sue spoglie sono le uniche tra i sette giurati a non essere tumulate al Vittoriale, accanto al celebre vate (Adami, Del Torre, p. 8). Nel 2019 il Comune di Ronchi dei Legionari ha organizzato una mostra intitolata “Un Fiume di Storie” a Villa Vicentini Miniussi con vari cimeli dannunziani, documenti, fotografie ed anche articoli sull’epopea fiumana estratti da riviste e giornali d’epoca conservati dal Legionario. Contestualmente c’è stata la riedizione arricchita del volume curato dal granatiere Mario Botter, nel 1973, sulla figura di Attilio Adami, con una postfazione di Guido Rumici, vicepresidente dell’ANVGD di Gorizia. I curatori di tale riedizione, del 2019, sono Giovanni Adami e Carlo Del Torre.

Nastrino del giurato Attilio Adami, dai colori di Fiume (rosso amaranto, giallo e azzurro) un po’ stinti, e col motto: “Fiume o morte!”, 1919. Collez. familiare

Sentiamo altre fonti. Chiara Dereani, nella sua tesi di diploma, ha scritto che: “anche mio nonno Sergio, pescatore nato a Capodistria nel 1927 e mia nonna Anna, del 1930, abbandonarono la Zona B, nel 1954, ormai passata agli iugoslavi, per rifugiarsi a Trieste nei Centri raccolta profughi di Opicina e di San Sabba; proprio nel CRP di Opicina è nata mia zia Elvia, nel 1955, dove ha vissuto fino all’età di 5 anni, fino al trasferimento a Udine dei miei familiari” (Vedi: Documenti originali).

Alcune triestine e istriane si sono sposate con un militare britannico del TLT. È il caso di Evelina Margherita Pavincich, detta Lina, nata a Pola nel 1920, come ha riferito la figlia Rossana Horsley, di Londra. “Mia nonna Genoveffa Pavincich, nata nel 1900, lavorava alla Manifattura Tabacchi di Pola – è il racconto – così nell’esodo l’hanno trasferita, con mia madre, a Firenze, col posto sempre in Manifattura, poi mia madre, sarta di mestiere, ha sposato il mio babbo inglese ed è stata naturalizzata britannica nel 1956. Sa che, adesso, vorrei… la cittadinanza italiana”.

Ozna – Udba

La “Odeljenje za Zaštitu Naroda” (Ozna) è la sigla che significa: Dipartimento per la Sicurezza del Popolo. C’è una seconda versione che così spiega la sigla: “Oddelek za zaščito naroda”; letteralmente: Dipartimento per la protezione del popolo. Era parte dei servizi segreti militari iugoslavi e fu attiva dal 1944 fino al 1952. L’organizzazione titina, programmata da Tito e Milovan Gilas, era dotata di carceri proprie e attuava requisizioni, vessazioni ed addirittura ha programmato le eliminazioni di italiani dell’Istria. Secondo il diario di don Toncetti, gli interrogatori dell’Ozna a Dignano d’Istria avvenivano con dei motori di motocicletta accesi per non far ascoltare le urla dei torturati, secondo l’indicazione dei consiglieri sovietici.

Tra l’altro, l’Ozna, secondo un rapporto segreto del Ministero dell’Interno italiano, del 1946, era “già riuscita ad infiltrare molti elementi nelle file dei cetnici [monarchici serbi], specie tra i profughi giuliani che si trovano a Roma nei campi profughi di Forte Aurelio e Cinecittà”. La stessa organizzazione segreta iugoslava, in base al citato rapporto, ha stretti contatti con i sovietici (vedi in: Sitologia).

Processato e incarcerato da Tito, dal 1954 al 1966, come dissidente Milovan Gilas, nel 1991, riguardo all’Istria del dopo guerra, dichiarò al giornalista Alvaro Ranzoni, del settimanale italiano «Panorama»: “Gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto”. Si vedano in merito le considerazioni, del 2015, di Rumici e Cristicchi (in Bibliografia).

La pianificazione delle uccisioni di italiani in Istria, Fiume e Dalmazia per pulizia etnica, è stata documentata da Orietta Moscarda Oblak nel 2013, a pp. 57-58 di un suo saggio. Agenti dei servizi segreti di Tito negli anni ‘50 si infiltravano perfino nei Centri raccolta profughi (CRP) sparsi in Italia per carpire notizie sui rifugiati. Dal 1946 al 1991 la polizia segreta della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia diviene “Uprava državne bezbednosti/sigurnosti/varnosti” o Udba; letteralmente: “Amministrazione Sicurezza Statale”. Fino al 1952 operò anche l’Ozna. La gente continua a chiamare le spie di Tito: quelli dell’Ozna.

Trieste è occupata dai titini dal 1° maggio al 11 giugno 1945. Durante la prima parte dell’occupazione slava vengono prelevati oltre 2.800 italiani militari e civili. Essi sono fatti sparire ed eliminati mediante fucilazione ed occultamento del cadavere nelle foibe, in cave, pozzi minerari ed altro. Il 5 maggio, tuttavia, si assiste ad una manifestazione spontanea con bandiere tricolori e inno di Mameli in funzione anti-slava, con la partecipazione di alcune centinaia di persone, come scrisse «Il Nostro Avvenire» il giornale filo-iugoslavo di Trieste occupata, che accusò come organizzatori della protesta elementi della Gestapo hitleriana. La manifestazione italiana di Trieste fu repressa nel sangue a colpi di mitra dagli iugoslavi, causando 5 morti e oltre 30 feriti sul Corso all’imbocco di via Imbriani. Questi sono i nomi dell’eccidio slavo: Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli e Mirano Sanzin (Pagnacco, pp. 79-83). Secondo i dati del Governo Militare Alleato, nei 42 giorni della occupazione del IX Corpus di Tito, sono 17 mila i triestini arrestati, dei quali solo 8 mila rilasciati, 6 mila finiti nei campi di concentramento in Jugoslavia e 3 mila uccisi, molti dei quali infoibati.

Ecco l’ultima testimonianza: “Mio fratello Ermanno era in polizia, dopo aver fatto il partigiano della Brigata Osoppo in Friuli – ha detto Enzo Bertolissi – e nel 1946-’47 gli inglesi lo portarono ad esumare i corpi dalle foibe istriane; noi si abitava a Prosecco, vicino a Trieste, abbiamo visto sparire amici di famiglia, probabilmente eliminati in  foiba”.

Cimeli di Attilio Adami, giurato di Ronchi, 1919. Collez. familiare

Dibattito nel web

Non si pensava che questo articolo producesse in Facebook decine di condivisioni facendo salire a 367 le visualizzazioni fino al 14 marzo 2020, senza contare la diffusione in altri social media. Svariati commenti sono stati rivolti soprattutto ai fautori delle violenze iugoslave contro gli italiani. Uno dei contributi più costruttivi è stato quello di Paolo De Luise, nato a Pirano nel 1949 ed esule a Carpi (MO), dopo aver vissuto nel Villaggio San Marco di Fossoli per profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia fino al 1970. Egli, il giorno 11 marzo 2020 nel gruppo “Anvgd Udine” di Facebook, ha scritto che: “Nel 1948 i miei genitori si sposarono, mio papà andò a lavorare tre giorni a gratis a Lubiana, per aver un modulo che gli avrebbe permesso, avendo i soldi, di comperare i materassi”.

Anche Antonio Zappador ha raccontato le peripezie della sua famiglia sotto Tito per comprare un termos di bevande calde a Verteneglio. La sua mamma voleva mantenere così il latte caldo per la notte, in modo da darlo al bambino. Il governo iugoslavo per un acquisto così banale richiedeva un permesso scritto che agli italiani d’Istria veniva concesso col contagocce, per le note angherie titine.  “La mia mamma è morta, io sono diventato vecchio, ma è dalla fine degli anni ’40 che stiamo ancora aspettando quel permesso delle autorità croate!”.

Fonti orali, digitali e ringraziamenti

Per la collaborazione riservata si ringraziano le seguenti persone intervistate sui fatti dell’esodo giuliano dalmata e per le ricerche scolastiche condotte su temi analoghi. Le interviste (int.) sono state effettuate a Udine da Elio Varutti con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.

  • Enzo Bertolissi, Prosecco (TS) 1937, vive a Tarvisio (UD), int. del 6 settembre 2018.
  • Stelio Bucci, Trieste 1930, int. del 1° aprile 2012 a cura di Laura Khasanova con la guida del professor Giancarlo Martina, dell’Istituto “B. Stringher” di Udine per la ricerca “Vivere in tempo di guerra”.
  • Vito De Caro, Bitonto (BA) 1935, int. del 20 febbraio 2017.
  • Paolo De Luise, Pirano 1949, messaggio in Facebook del giorno 11 marzo 2020 nel gruppo “Anvgd Udine”.
  • Sandra Drioli Adami, di Isola d’Istria 1941, int. del 3 marzo 2020 con fogli videoscritti, in presenza di un caro familiare.
  • Rossana Horsley, Londra 1952, e-mail all’Autore del 10 marzo 2016.
  • Antonio Zappador, Verteneglio 1939, int. del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).
Manifestino di propaganda filo italiana, 1945-’46; dal libro di Andrea Vezzà

Documenti originali

Chiara Dereani, Tra l’essere qui e l’essere là. L’esodo delle popolazioni giuliano dalmate, tesi di diploma, Liceo scientifico “G. Marinelli”, Udine, anno scol. 2013-2014.

Vitti Drioli, La nostra bella famiglia e la sua storia nel corso di oltre un secolo, Trieste, 2010 ca., videoscritto, pp. 33.

Luigi Drioli, Carte Drioli, 1948-1955, ms, in Archivio di Stato di Trieste.

Silvano Sau, Lettera alle figlie di Luigi Drioli per il conferimento del Premio Isola  d’Istria 2011, Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola, 25 novembre 2011, dattiloscr.

Collezioni familiari

Famiglia Conighi, esule da Fiume a Udine, cartoline e fotografia del 1954.

Sandra Drioli Adami, di Isola d’Istria esule a Udine, fotografie, libri, videoscritti e cimeli.

Bibliografia e sitologia

Giovanni Adami, “Luigi Drioli, italiano d’Istria”, in fase di pubblicazione su «Storia rivista».

Giovanni Adami, Carlo Del Torre, Attilio Adami dei sette giurati di Ronchi, Massa (MS), Eclettica, 2019.

“Clima agitato al processo di Capodistria. Gli imputati depongono tra il tumulto della folla”, «Il Giornale di Trieste», 30 settembre 1948.

“I cugini ‘nemici del popolo’ cancellati con i loro averi”, «Il Piccolo», 16 ottobre 2011.

C.B., “L’Istria geme sotto la nuova ondata del terrorismo di Tito”, «Democrazia», settimanale di Pola, I, n. 30, 24 novembre 1946, p. 1.

M. Dassovich, M. Codan, L. Drioli, don R. Gerichievich, padre A.S. Gomiero, G. Gorlato, Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, Istituto Regionale per la Cultura Istriana, Unione degli Istriani, Trieste, Fachin, 1997.

Milovan Gilas, Se la memoria non m’inganna… Ricordi di un uomo scomodo 1943-1962, (ediz. originale: Vlast, London, Naša Reč, 1983), Bologna, Il Mulino, 1987.

Angelo Luminoso, “Orrori in Istria. Memorie di un parroco esiliato da Dignano”, «Il Gazzettino», Edizione di Pordenone, 4 ottobre 2008.

Marino Mengaziol, Terra rossa (1.a ediz.: 1953) Trieste, Ediz. Italo Svevo, 2.a ristampa, 1993.

Orietta Moscarda Oblak, “La presa del potere in Istria e in Jugoslavia. Il ruolo dell’OZNA”, «Quaderni del Centro Ricerche Storiche Rovigno», vol. XXIV, 2013, pp. 29-61.

O.Z.N.A.: La mano segreta di Tito, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Della P.S. – Divisione S.I.S., Roma, 19 novembre 1946,  consulenza di Aldo Giannuli, Università di Milano; nel sito web storiaveneta.it

Federico Pagnacco, Momenti di Trieste, Industria giuliana opere pubblicitarie e di propaganda, Trieste, 1951.

Bruno Pecchiari, Il volo del Kairos, Pavia, Medea, 2018.

Alvaro Ranzoni, “Se interviene anche l’Islam”, «Panorama», 21 luglio 1991.

p. Flaminio Rocchi, “Precisazioni”, in Luana de Francisco (a cura di), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), XVI Congresso nazionale, Aquileia 28 maggio 2000, Gorizia 28, 29 maggio 2000, Atti, Gorizia, 2000.

Guido Rumici, Fratelli d’Istria. Italiani divisi, Milano, Mursia, 2001.

G. Rumici, “…bisognava indurli ad andare via con pressioni d’ogni genere”, «Magazzino 18 – Simone Cristicchi Pagina Uff.», Facebook, 2 marzo 2015, nel web.

G. Rumici, Pedena. Un borgo istriano tra guerra e dopoguerra, Associazione delle Comunità Istriane, Trieste, 2019.

Roberto Spazzali, Luigi Drioli, un esempio di coerenza, Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste, 2011.

E. Varutti, Visignano, mio nonno col fil di ferro ai polsi pronto per la foiba, on line dal 4 marzo 2020.

Andrea Vezzà, Il C.L.N. dell’Istria, Trieste, Associazione delle Comunità Istriane, [s.a., ma 2013].

Servizio giornalistico, di ricerca e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Copertina: Capodistria, settembre 1948 – Luigi Drioli al processo farsa dei titini. Detta immagine fa da copertina al libro Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia di M. Dassovich et alii, del 1997. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

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eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

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