Esodo dei Mladossich da Montona a Laterina e Marina di Carrara, 1949-1959

Partivano tutti a Montona e siamo venuti via anche noi – ha detto Pier Paolo Mladossich – perché il regime di Tito nazionalizzava le terre, perciò mio nonno Pietro, classe 1866, e i miei genitori hanno deciso così”. Com’è stato il vostro esodo?

Era il mese di febbraio 1949, io ero un bambino – ha continuato – ma mi ricordo il camion, dopo che i miei avevano scelto l’opzione, il nonno e io stavamo davanti, invece la mamma Pia Linardon e mio papà Francesco stavano dietro con le masserizie probabilmente fino a Erpelle Cosina (in sloveno: Hrpelje), poi a Trieste, non ricordo il Campo profughi, forse sarà stato il Silos, dove finivano tutti gli esuli, da là ci hanno destinato al Centro Raccolta profughi (Crp) di Laterina, in provincia di Arezzo, tra decine di baracche”. Che fine hanno fatto le masserizie?

Montona, stazione della ferrovia, anni 1920-1930. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Non so che giro hanno fatto le masserizie – è la risposta – so solo che poi sono arrivate a Marina di Carrara, penso a tutte quelle che ci siamo portati dietro con il camion: letti, armadi, macchina da cucire, vettovaglie varie, orologio a pendolo, attaccapanni in ferro stilizzato, barometro (esposto ora in casa mia), dentro a cassoni con cognome e nome, oh! che roba”.

In effetti Mladossich Pietro e Francesco risultano nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 1.072, come pure Linardon Pia. Secondo tale registro tutti risultano usciti dal Crp “il 12 dicembre 1958” per la nuova residenza di Carrara, ma c’è un errore, perché la famiglia Mladossich abbandona Laterina nel 1950, come è scritto nei loro documenti e come conferma il signor Pier Paolo: “Veramente dopo un anno passato a Laterina ci hanno trasferito nel Crp di Marina di Carrara, in provincia di Massa Carrara, per avvicinarci ai nostri parenti – ha spiegato Mladossich – era il mese di maggio del 1950 e siamo rimati lì per nove anni. Ho una fotografia dell’asilo nel Crp di Laterina, io sono il terzo in basso a sinistra, eravamo oltre 30 piccoli. Ho un’altra foto con la processione e le baracche. Mio nonno Pietro nel 1958 è morto nel Crp di Marina di Carrara, ma di recente ho fatto traslare i suoi resti umani, perché li ho voluti vicino a quelli dei miei genitori qui a Mestrino, in provincia di Padova in un unico sepolcro”.

Montona 1944, matrimonio di Francesco Mladossich e Pia Linardon. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Si nota dai passaporti provvisori dei suoi familiari che c’è stato il transito per il Centro smistamento profughi di Udine, con la firma del Direttore Luciano Guaita, in data 9 febbraio 1949. Come mai poi siete passati dalla Toscana al Veneto? “Mio padre ha ricevuto un indennizzo per i beni abbandonati, grazie all’interessamento di padre Flaminio Rocchi – ha spiegato il testimone – così ci dissero che dovevamo andar via dal Crp. Allora i miei hanno pensato alla zona di Padova, dove ci sono dei parenti, gli Stefanutti, così ci siamo stabiliti a Mestrino. Era il 1959”.

C’è qualche altro ricordo del nonno Pietro Mladossich? “Era un contadino con terra e animali da allevamento – ha risposto Pier Paolo – mi hanno detto che con dei risparmi aveva comprato delle quote dei Bagni di Santo Stefano, siti a Livade, allora oggi si direbbe che era un imprenditore a tutto tondo, ma per i costi eccessivi fu costretto a vendere la sua parte al marchese Gianpaolo Polesini di Parenzo. Il nonno aveva sposato la sorella del prete e aveva anche un’osteria vicino alla stazione del treno a scartamento ridotto, soppresso negli anni ’30, dove faceva buoni affari. Poi c’è un altro fatto che voglio raccontare. Nel Ventennio c’era la legge per italianizzare il proprio cognome istriano, così il nonno e suo fratello, dato che ‘Mlado’ in croato vuol dire ‘giovane’ pensarono di cambiare il cognome Mladossich in ‘Giovannelli’. Quando mio nonno Pietro si recò in Municipio per il cambio, gli risposero che non era possibile, perché suo fratello aveva da poco italianizzato il cognome in ‘De Marianna’ in onore di un’antica ava, così nonno Pietro si infuriò e mantenne il cognome Mladossich”.

Montona 1945 – “anno della mia nascita, a Montona davanti alla nostra casa (località vicino alla vecchia stazione del treno a scartamento ridotto, soppresso negli anni ‘30), mio nonno Piero 82enne seduto, mio padre, Francesco 50enne e mia madre, Linardon Pia 41enne con me in braccio”. Didascalia originale e collezione Pier Paolo Mladossich.

Come vi siete trovati tra le baracche del Crp di Laterina? “Non ricordo – è la replica – ma da quello che mi raccontavano i genitori e il nonno, non bene, le varie famiglie erano divise solamente da coperte che facevano da parete, non ricordo il resto”.

Nel 1950, come si legge nei vostri passaporti provvisori, il Direttore del Crp di Marina di Carrara è Silvio De Paoli che, dal 1951, dirige poi il Centro smistamento profughi di Udine, nella ex-GIL, attivo dal 1947 al 1960, con oltre 100 mila transiti. Com’era il Campo profughi di Marina di Carrara?

Nel Campo profughi di Marina di Carrara, ex colonia Balilla, in muratura – ha aggiunto Mladossich – ci diedero due ambienti, al piano primo, vicino alla sorella di mia madre, il primo adibito a cucina e con il letto di mio nonno, il secondo adibito a camera con letto matrimoniale e il mio letto. Situato a 500 metri dalla spiaggia, io come bambino ho vissuto anni belli, non credo lo stesso per i miei genitori e mio nonno, morto nel 1958 a 92 anni”.

Lei è socio dell’ANVGD? “Sì certo, sono socio da diversi anni dell’Associazione, Comitato Provinciale di Padova – ha detto, con orgoglio – dove ho conosciuto la presidente Italia Giacca, di Stridone di Portole, con la quale di recente ci siamo recati a Montona in ricordo di Giorgio Zaccariotto, suo marito, nato a Montona e di recente scomparso”.

Allora è ritornato a Montona? “Sì, proprio poco tempo fa – ha concluso Mladossich – lì ho conosciuto i membri della Comunità degli istriani, il signor Pissack presidente, la signora Germani Silvia e la signora Loredana, persone simpatiche e impegnate a ricordare la storia di Montona”.

Fonte orale – Pier Paolo Mladossich, Montona 1945, vive a Mestrino (PD), intervista di Elio Varutti al telefono del 26-28 settembre 2022 ed e-mail del 27-29 settembre 2022, con contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Collezione privata – Pier Paolo Mladossich, Mestrino (PD), fotografie e documenti personali.

Ringraziamenti – Per il contributo alla ricerca si ringraziano il generale Massimo Dal Piaz, di Chiusi della Verna (AR) e Paolo De Paoli, di Roma.

Archivi consultati – La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio.

– Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

Tessera n. 104 dell’Associazione Nazionale per la Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Massa e Carrara del 1° agosto 1952 di Francesco Mladossich, firmata dal presidente provinciale Giovanni Tonsi. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Bibliografia

– FLAMINIO ROCCHI, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.

– FLAMINIO ROCCHI (a cura di), L’Istria dell’esodo. Manuale legislativo dei profughi istriani, fiumani, dalmati, Roma, Difesa Adriatica 2002.

– ELIO VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021.

Foto di gruppo al Crp di Marina di Carrara. Collezione P.P. Mladossich

Note – Progetto di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Maria Iole Furlan e E. Varutti. Lettori: Pier Paolo Mladossich (ANVGD Padova), Claudio Ausilio, Rosalba Meneghini (ANVGD Udine) e il professore Stefano Meroi. Copertina e fotografia qui sotto: Laterina Crp 1949, anno del nostro regolare esodo di febbraio, qui con i bambini dell’asilo e le maestre nel Crp. Io seduto, il terzo da sinistra. Didascalia originale e Collezione Pier Paolo Mladossich.

Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine, ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Montona, Pier Paolo Mladossich all’età di 2 anni. Collezione P.P. Mladossich
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La cuciza di Cherso, 1944. Un racconto di Annamaria Zennaro Marsi

Volentieri pubblichiamo un racconto istriano di Annamaria Zennaro Marsi. I suoi testi ci regalano uno scorcio di vita quotidiana nella natia Cherso degli anni 1930-1940. La cuciza (in lingua croata: kućica) è una piccola costruzione rurale in pietra per il ricovero degli animali. Com’è per lo stavolo della Carnia e del Cadore (lat. stabŭlum), può fungere da rifugio di fortuna anche per l’uomo.

L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog si è permessa, per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Benussi, Botterini, Bracco, Cernecca, Samani, Corso Regeni) di tradurre in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata, o qualche cenno storico. Annamaria Zennaro Marsi ha collaborato con periodico della Comunità Chersina (2004-2017), ha pubblicato Vita a Palazzo Silos, edito da Bora.la di Trieste, nel 2021, che ha ricevuto la menzione d’onore al Premio letterario ‘Gen. Loris Tanzella’ 2022 di Verona. Collabora con “El Cinciut”, pagina dialettale de «Il Piccolo» di Trieste.

La ringraziamo molto per quest’altro originale quadretto familiare della sua Cherso, contenente oltre che degli esclusivi spunti storici, anche varie interessanti tracce di etnografia, di topografia e di vicende popolari. Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, 2021, sulle sue vicissitudini nel Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule al Silos dal 1948 al 1955. Ricordiamo che l’isola di Cherso, nel 1936 contava 8.617 abitanti residenti, di cui 3.502 a Cherso (in croato: Cres). Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le meravigliose parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

La Cuciza, piccola casa in pietra grezza adibita a rifugio degli animali

Era il mese di giugno del 1944 e faceva parecchio caldo. La paura dei bombardamenti era sempre presente a Cherso e la nostra casa in Prà, particolarmente esposta, avrebbe potuto rappresentare un facile bersaglio. Così mio padre, per proteggerci, decise di sistemare la precaria cuciza di pietre sovrapposte a secco, esistente a ridosso di una masiera (muretto di pietre) nella campagna della nonna, al secondo chilometro della Strada nova, in località Grazis’ce.

Per entrarci ci si doveva abbassare e l’interno doveva servire soprattutto per dormire. Tutto il resto si sarebbe fatto all’aperto. La nostra cuciza era di forma quadrata, come la maggior parte di quelle disseminate nelle campagne chersine e, se non fosse stato per quella grande bocca spalancata che ne determinava l’apertura, si sarebbe potuta amalgamare e confondere con le masiere.

Il trasferimento avvenne in una bella giornata di sole. I miei genitori portarono dei fagotti contenenti il necessario per l’improvvisato campeggio: del cibo, acqua, delle lenzuola e coperte per coricarci, qualche pentola, altre indispensabili vettovaglie e ci avviammo, come dei nomadi, su per la strada polverosa. Avevo già fatto molte volte quel percorso, per me interminabile, così, per renderlo più piacevole, mi ero creata delle tappe.

All’imbocco della Strada nova c’era un grosso gelso di more nere e poi a sinistra il nostro orto, delimitato da alcuni gelsi di dolcissime more bianche che rinvenivo sulle foglie della lattuga, altrimenti avrei dovuto prima ripulirle dai sassolini del terreno polveroso della strada. Quanto amavo quell’orticello! Lì i miei coltivavano i piselli, i fagioli, le fave, l’aglio e, sotto il muro tanta salata. A ridosso della casa confinante, nella parte più soleggiata, faticavano a crescere dei carciofi, che solo a guardarli sembravano sprigionare il loro sapore amaro. Proprio su quel terreno i miei sognavano di costruire la loro nuova, tanto desiderata e mai iniziata casa, sradicata sul nascere, come un fiore prima di sbocciare, come la disperata sconfitta di un anelato e poi mancato concepimento che lascia, per il resto della vita, un’inestinguibile nostalgica sofferenza.

Dopo la prima curva, all’inizio di ogni primavera, in un dolce declivio soleggiato, al riparo di un muretto, mi sorprendeva, con il suo intenso profumo e colore, un tappeto di violette mammole. Vecchi ulivi con il tronco ricurvo e rugoso, pecore belanti e deliziosi agnellini sgambettanti tra i sassi delle brulle campagne, contribuivano a distrarmi dalla fatica. Non avevo ancora realizzato l’idea che saremmo rimasti lassù e neanche avrei immaginato le disavventure che avremmo incontrato fin dal primo giorno, anzi della prima notte. Infatti, al pomeriggio, comparvero delle nubi e vidi delle preoccupazioni sul volto di mio padre, provocate dal fatto che il tetto della casetta non era ancora stato reso impermeabile con il cartone catramato e, in caso di pioggia, ci saremmo bagnati. Nonostante i nostri scongiuri, verso il tramonto il cielo si oscurò ulteriormente e fummo costretti a trasferirci, alla svelta, in un rifugio per animali e foraggio che esisteva da anni in una campagna vicina.

Era una specie di trullo circolare, con un buco al centro per far penetrare la luce, un’opera d’arte unica nel suo genere nelle campagne chersine. Entrammo velocemente prima che un impetuoso temporale ci colpisse e, immediatamente, fui invasa da un intenso, pungente e penetrante profumo di magris (elicriso), l’indimenticabile aroma agreste chersino. Faceva già buio e ci coricammo tutti e quattro rannicchiati lungo il perimetro circolare, per evitare gli schizzi della pioggia. Formavamo una catena e i piedi di uno sfioravano la testa dell’altro. Ci sentimmo dei clandestini usurpatori dell’altrui proprietà e il nostro sonno fu agitato dal fragore dei tuoni e dai bagliori dei lampi che serpeggiavano intorno a quel luminoso occhio centrale senza palpebra e soprattutto dalla preoccupazione di doverci allontanare furtivamente all’alba nel timore che il proprietario, a noi sconosciuto, ci scoprisse. Rimase un nostro segreto e, al mattino prestissimo, dopo che la mamma ebbe cercato di smuovere il magris per non lasciare le nostre impronte, ancora assonnati e con forti sensi di colpa, ritornammo nella nostra campagna, ancora intrisa di pioggia.

Cherso, Castelliere di San Bartolomeo. Collezione di Annamaria Zennaro Marsi.

Senza il papà, perché prelevato

Ci dovemmo abituare a quella nuova vita, purtroppo senza il papà che il giorno dopo venne prelevato e condotto con un barcone in una località a noi sconosciuta, lasciandoci da sole nella più cupa preoccupazione. La mamma coglieva l’acqua fresca da una roggia che scorreva nelle vicinanze, preparava il cibo all’aperto e ogni tanto si recava a lavare i panni in Crussia a Cherso, (così ci diceva), ma in realtà per avere notizie del papà.

Intanto io, con mia sorella, l’amica Rosaria e il suo fratellino (due bambini di una campagna sottostante alla nostra), con l’incoscienza dell’infanzia, esploravamo le campagne circostanti dove altri Chersini si erano accampati per cercare di sfuggire alle furie distruttive degli invasori. Faceva caldo e se ci sorprendeva un’improvvisa sete sapevamo dove trovare una loqua, l’abbeveratoio per animali, dove, scostando con il dorso della mano gli insetti, il fogliame, i semi, il polline, il terriccio e anche il marciume, incoscienti del pericolo di ammalarci di tifo, raccoglievamo nella conca delle mani quell’acqua putrida ed infetta per dissetarci. Armati di bastoni per allontanare le bisse (bisce) e, senza quasi accorgerci, ci spingevamo su per le alture assolate, fantasticando di raggiungere il Castelliere di S. Bartolomeo, dove, storditi dal vento e dal profumo intenso delle intrepide e tenaci piante, avremmo potuto scorgere lo smeraldino mare del versante opposto della nostra isola. Ma le raccomandazioni di non allontanarci erano inflessibili e l’appetito intransigente.

Disegno della scolara istriana Oriana, classe 1^ della scuola elementare del Campo profughi di Laterina (AR) anno scolastico 1956-1957. Collezione privata.

Sazia di polenta in tutte le sue varianti, delle minestre di fave secche, delle lasagne “nere” disgustose che la mamma preparava con la crusca e acqua, dato che la farina bianca e anche il pane erano introvabili, il cibo in campagna mi sembrava più gradevole e appetitoso. Erano per lo più minestre di verdure e fagioli, brodo di castrà e piselli, uova crude al mattino succhiate dai forellini fatti sul guscio con un ago o sbattute con lo zucchero e corrette con un po’ di vino bianco (per evitare la nausea). Ogni tanto del pesce: sardelle, moli e stuse [naselli, stringhe rosate] fritti in una nera farsora (padella) nell’olio usato e riusato e ripassato innumerevoli volte attraverso un colino per eliminare le vecchie e carbonizzate scorie, che la nonna ci procurava, assieme ai prodotti dell’orto, raggiungendoci spesso in campagna.

Il caprone irrequieto

Con noi c’era pure un caprone, che da caprettino era diventato grosso e irrequieto, con delle corna e una barbetta che gli conferivano un’aria superba e sospettosa. Sarebbe servito in autunno per alimentarci.  Stava sempre legato al tronco di un albero e ci guardava con due occhi cerulei, fissi e minacciosi. Un pomeriggio, mentre eravamo da sole, il bestione si slegò e, puntando su di noi quelle corna tanto temute, cercò di raggiungerci, appostandosi sotto l’albero sul quale velocemente ci eravamo arrampicate. Il sole stava tramontando e cominciava a farsi sentire il fresco della sera. Noi sempre sui rami, più spaventate che mai e lui sempre di sotto a guardarci fisso con le pupille dilatate, pronto ad incornarci. Nei dintorni c’era un assoluto silenzio, noi eravamo da sole e la fune giaceva a terra, concedendo all’animale tutta la libertà che voleva.

Lo incitavamo a spostarsi, ma lui, imperterrito, stava lì immobile come a volerci custodire. Ci veniva da piangere ed eravamo ormai all’imbrunire quando dalla strada sentimmo la voce liberatoria della nonna. Appena ci vide capì e, velocemente, agguantò il caprone per le corna, sollevandoci da un incubo.

Noi bambine ci eravamo quasi adattate alla nuova vita, provando un senso di colpa per una serenità inaspettata, finché una mattina, proveniente dal burrone, udimmo un forte rombo, intermittente, squarciare il silenzio, e facemmo appena in tempo ad appiattirci sotto l’ombroso figher [fico], come ci aveva raccomandato di fare la mamma, che un enorme, cupo, torvo e malaugurante uccellaccio ferruginoso sfiorò le nostre teste e i nostri corpi irrigiditi dallo sgomento. Non ne avevo mai visto uno e così da vicino, con quel rumore infernale, con le ali spiegate, con quel muso minaccioso e quel colore plumbeo. Il cuore batteva forte, il volto premuto sulla terra voleva sprofondare per non vedere, per non udire. Lo sentimmo allontanarsi lentamente verso Orlez (un paesino sopra Cherso) e, prima di sollevarci da terra e aver fatto più volte il segno della croce, attendemmo un bel po’nel terrore che ne arrivasse un secondo e magari sganciasse delle bombe su di noi.

I giorni successivi non furono più spensierati. Si viveva nella quotidiana paura di qualche pericolo incombente che sarebbe potuto giungere da qualsiasi parte.  Ci sentivamo smarrite, sempre all’erta e il sonno era turbato e pieno di incubi; la notte interminabile. Le notizie che ci pervenivano erano sconvolgenti… e, del papà, solo voci confuse e inattendibili.

Guardando in lontananza, vedevamo apparire nel cielo dei bagliori luminosi, come dei presagi di distruzione e di rovina che scendevano lentamente fino a consumarsi e poi spegnersi, inghiottiti dall’oscurità del nostro profondo mare. La cuciza non era più il nostro rifugio!

Tutti aspettavano una liberazione, la propria liberazione, senza capire da chi o da che cosa. Ci fu invece un’altra invasione, un dramma immane, cadaveri dappertutto. Giovani, ragazzi, ma anche capifamiglia vennero rinchiusi nella scuola elementare in attesa di chissà quale sorte. Altri bombardamenti, scoppi di granate e schegge sconvolsero la popolazione chersina. Si stava consumando una tragedia dove l’odio, le vendette, le ritorsioni avevano trasfigurato l’uomo, rendendolo di una barbarie spietata. Scappando, in un’alba tragica, quando una mitragliatrice era stata collocata vicino alla nostra casa, dovetti scavalcare il corpo martoriato di un soldato steso sotto il volto della canisela (stradina) che ci conduceva in un’abitazione più sicura. Più avanti ancora altri corpi, qualcuno ancora gemente e raggomitolato come un mucchio di stracci dismessi. Scene terrificanti e strazianti, da incubo! Profondi turbamenti, oscure inquietudini, tensioni infinite rimaste nel patrimonio di tutti e ancora immensi vuoti che tanti Chersini saprebbero colmare con le loro celate, sopite, taciute, ma mai estirpate memorie.

                      Io l’ho visto!

   Io l’ho visto

   Era biondo, fanciullo,

   caduto sul pianto della prima rugiada.

   Una iena vestita di stracci

   ha consumato quell’occulto massacro.

   Sul mio amico caduto

   c’era solo un’allodola

   a borchiare l’azzurro impietrito del cielo.

                                    Meyra Moise

Meyra Moise, nata a Cherso il 3 ottobre 1923, è un’insegnante chersina, plurilaureata, conosciuta in campo nazionale per aver ottenuto la terza laurea in lettere presso l’università di Padova, a 80 anni.

Disegno dello scolaro Simeone, nato a Zara, in Dalmazia, classe 1^ della scuola elementare del Campo profughi di Laterina (AR) anno scolastico 1956-1957. Collezione privata.

Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi. Altre immagini da Collezione privata. Si ringraziano, per la collaborazione riservata, Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo e la maestra Giulietta Del Vita, di Montevarchi.

Foto di copertina- Cherso, una cuciza con asinello. Collezione Annamaria Zennaro Marsi

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Cherso, anni 1920-1930. Potrebbe essere il famosissimo cantiere Craglietto che operò a Cherso, però fu molto conosciuto anche a Trieste e con commesse da tutte le parti del mondo. Collezione privata.

Il Pianto degli Ulivi, un racconto su Cherso

Siamo onorati di pubblicare un racconto istriano di Annamaria Zennaro Marsi. I suoi brani ci offrono sempre un singolare taglio teatrale della vita quotidiana nella natia Cherso  degli anni 1920-1940. Sarà per tale motivo che sono seguiti con interesse non solo dal popolo dell’esodo giuliano dalmata, ma anche dagli abitanti dell’odierna Cres croata. Il testo comprende certi struggenti graffi affettivi di famiglia, oltre a delle tracce di storia e di economia, L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog si è permessa, per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Benussi, Botterini, Bracco, Cernecca, Samani, Corso Regeni) di tradurre in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata. Annamaria Zennaro Marsi ha collaborato con periodico della Comunità Chersina (2004-2017), ha pubblicato “Vita a Palazzo Silos”, edito da Bora.la di Trieste nel 2021, che ha ricevuto la menzione d’onore al Premio letterario ‘Gen. Loris Tanzella’ 2022 di Verona. Collabora con “El Cinciut”, pagina dialettale de «Il Piccolo» di Trieste.

Non so perché, ma se qualcuno mi parla dei suoi nonni mi fa impazzire di gioia. Ecco allora le belle parole di Annamaria Zennaro Marsi, che ringraziamo vivamente per il brano. (a cura di Elio Varutti).

La nonna aveva un nome buffo: “Domenica”. Anche il suo cognome “Aus” mi sembrava inconsueto. Era come un comando in lingua tedesca. Vestiva sempre di nero, con una gonna larga e lunga, con una traversa [grembiule, NdR] a quadretti grigi che aveva una grande tasca davanti, come se dovesse essere sempre pronta a ingrumar (raccogliere) qualcosa: mandule, fasoi, bisi [mandorle, gagioli, piselli], fave o altri ortaggi da pulire o da tenere in crilò (in grembo). I suoi lunghi capelli bianchi erano raccolti sulla nuca con una treccia arrotolata e la sua voce mi sembrava afona e sommessa rispetto a quella stentorea di mia madre che non le assomigliava minimamente e che credo avesse preso da suo padre Solis, il nonno che non avevo mai conosciuto.

Si racconta di “Cherso, l’isola di sasso che l’ulivo fa d’argento”, come scrisse Gabriele d’Annunzio.

Una mattina soleggiata di novembre inoltrato, dopo aver visitato i suoi ulivi, nonna Meniga [diminutivo per: Domenica] vide che i frutti cominciavano a cambiare colore e, temendo l’eccessiva maturazione o qualche gelata improvvisa, preparò due sacchi di juta che mise arrotolati dentro un cesto, prese un telo e un bastone e si avviò, risoluta, verso strada nova.

Il gatto volle seguirla e così feci anch’io. Il suo passo era sicuro, spedito e stentavo a starle dietro. Osservavo le sue ciabatte nere, grandi, larghe che si era fatta da sola, cucendo sopra una suola spessa a più strati, una tomaia di panno nero robusto. Era alta, poco ciarliera e, nonostante i suoi quasi 80 anni, vigorosa e gagliarda. Portava spesso un polic (fazzoletto per coprire la testa)nero, facendolo avanzare sulla fronte rugosa quando stava ferma al sole.

Mi condusse per un breve sentiero sopra il lato destro della strada, dove alcuni ulivi di sua proprietà avevano i rami colmi di olive. Cominciò subito, con pazienza, a raccogliere le olive cadute sul terreno in mezzo all’erba e ai sassi, invitandomi a fare altrettanto, poi stese sotto ad un albero nodoso e contorto il telo e mi stimolò a staccare le olive dai rami bassi, insegnandomi il modo di srotolarle dai rametti con la mano destra, tenendoli ben fermi con la mano sinistra, raccomandandomi di porle nel cesto delicatamente e di non strappare troppe foglie…. e poi aggiunse: Se ti vol ingrumar ben l’uliva, guarda prima in basso e po’ in zima. (Se vuoi raccogliere bene l’oliva, guarda prima in basso e poi in cima).

Il gatto si era raggomitolato e sonnecchiava al calore del sole, mentre la nonna toglieva le olive dei rami più alti e, quelle difficili da raggiungere, le staccava lievemente con il bastone. Era molto abile nel dare il colpo corretto al ramo, cercando di non danneggiare le olive.

Dopo qualche ora la fame si fece sentire e lei tirò fuori dalla sua saccoccia del pane con delle fettine sottili di lardo, offrendomene un pezzo. Continuammo la raccolta fin quando, improvvisamente, guardando il sole, sollevò i quattro lembi del telo, piegandosi in due con una incredibile disinvoltura e agilità, toccando terra quasi con la testa, come un pupazzo di pezza, versò le olive nei sacchi, li appoggiò ad un tronco, afferrò il cesto pieno e ce ne tornammo a casa, mentre le campane del duomo di Cherso annunciavano il mezzogiorno.

Al pomeriggio sarebbe ritornata per completare la raccolta, facendosi aiutare dal papà a raggiungere le olive dei rami alti ancora non raccolte e, a portare a casa i sacchi lasciati nella campagna. Il giorno dopo avrebbero proseguito a raccogliere i frutti di tutti gli altri ulivi disseminati in altri terreni di sua proprietà.

Le olive raccolte dovevano essere trasportate più velocemente possibile nel frantoio per la spremitura, in modo che il sapore dell’olio non venisse danneggiato e reso acido dalla loro eccessiva fermentazione.

Cherso, la macina storica; collezione Annamaria Zennaro Marsi

Non era facile trovare il torchio libero, per cui molti tenevano a casa le olive e provvedevano da soli al lavaggio, aggiungendo all’acqua del sale oppure lavandole con l’acqua del mare. Purtroppo, più giorni le drupe stavano nei sacchi o in altri recipienti, più liquidi fetidi rilasciavano e, per liberarsene, alcuni Chersini li versavano per i clanzici [vicoli] dove in quei giorni, oltre alla puzza nauseante, c’era pure il pericolo di scivolare. Le stradine erano coperte di un liquido oleoso, nerastro, puzzolente che s’infilava in rivoli nelle canalette e tra gli spazi del ciottolato. Liquido che sgocciolava copioso anche dai caratelli di legno, sospesi su barre di legno, con i quali venivano a prelevare le olive direttamente nelle case, e, in seguito anche dai carri, lasciando scie nere e maleodoranti anche sulla polvere del Prà. Ci volevano giorni di pioggia per ripulire Cherso da quel sudiciume.

Mia sorella provava un tal disgusto per quell’odore che trasferì la sua avversione anche sull’olio e sulle olive.

Intanto mia madre aveva già preparato dei bariletti in legno per stendere in strati le migliori olive nere, ben lavate, asciugate e pigiate assieme al sale, ponendole poi a conservare, con l’aggiunta di qualche foglia di lavrano (alloro) su un’alta mensola della cantina, quale cibo delle grandi occasioni invernali. Sapeva che io ne ero ghiotta e che, quando appoggiava sul tavolo il bariletto e ne sollevava il coperchio, ne avrei fatto una scorpacciata, proprio come le ciliegie, ma me ne erano consentite al massimo quattro o cinque, perché dovevano durare a lungo e, come faceva credere la mamma, mi potevano essere indigeste.

La spremitura delle olive avveniva nel passato più remoto mediante torchi primitivi, con macine di pietra, mole spesso azionate da un asinello o da un mulo, che ora fanno bella mostra di sé in musei etnografici o all’aperto. In seguito vennero sostituiti da quelli più perfezionati dislocati in Grabar, in Peschera o in altre località di Cherso ed erano proprietà di benestanti famiglie chersine, quali: Baici, Garini, Padovan, Tomaz e Vizenzi. Erano usati per la frantumazione delle olive ricavate dai loro numerosi terreni, ma anche messi a disposizione della cittadinanza. Erano macchine che richiedevano la forza di più uomini per completare le numerose fasi della lavorazione, che garantivano un olio limpido e profumato come quello che si ricavava, dal 1939, nel torcio novo.

Tutti i Chersini conoscevano e utilizzavano el torcio, gestito dal Consorzio Agrario dell’Istria sulla strada che dalle scuole conduceva al Turion, perché disponeva di un frangitore meccanico, pulito, dotato in seguito di centrifuga, con vasche in acciaio inox, frantoio automatico del gruppo Pieralisi, sempre più aggiornato, veloce e tecnologico.

Nel periodo che andava da novembre a dicembre era sempre affollato anche perché vi accedevano gli abitanti dei paesini vicini, per cui bisognava prenotarsi e fare lunghe file per ottenere il proprio turno.

I grossi proprietari terrieri portavano, con dei carri, parecchi quintali di olive e potevano seguirne le fasi della pesatura e della lavorazione che comprendeva il lavaggio, la frantumazione, l’estrazione, lo scarto della morchia e lo smaltimento (non semplice) dei rifiuti oleari. Molti uomini, ma anche donne, dediti al lavoro di estrazione dell’olio avevano delle traverse (grembiuli) unte e bisunte e anche le loro mani e i loro capelli puzzavano di un odore veramente sgradevole.

Era un lavoro interminabile che occupava tutto il giorno, e anche più giorni, ma che, ad operazione terminata, dopo la decantazione e il travaso, regalava un prodotto vergine, di un valore ineguagliabile, quasi sacro.

Cherso, uliveti e muri di pietra; collezione Annamaria Zennaro Marsi

Guai e disgrazie a chi spandi oio!

Si esclamava così nel timore generato dalla perdita di un prodotto costoso, ma anche fatato, prodigioso, essenziale, vitale.

Il periodo della raccolta coincideva con la fine dell’autunno e variava a seconda della maturazione, determinata anche dalla posizione più o meno soleggiata e riparata dai venti e coinvolgeva direttamente o di riflesso buona parte delle famiglie chersine.

In attesa che le nostre olive venissero frantumate e trasformate in olio, la nonna si dedicava a pulire e a preparare la pila di pietra, una piccola cisterna posta, come consuetudine, in un angolo buio e fresco della cantina. Toglieva i residui dell’olio vecchio per riempirla con l’olio nuovo che ci avrebbe nutrito, come un prezioso medicinale dosato, custodito e venerato, per buona parte dell’anno. Spesso era insufficiente ed eravamo costretti ad acquistarlo presso le famiglie che avevano risorse più abbondanti.

Delle volte la sansa rimasta dopo la spremitura veniva bollita con la potassa per tre ore, lasciata raffreddare e solidificare per poi tagliarla con un filo di ferro, legato alle due estremità con due legnetti ed usata come sapone per il bucato più delicato, oppure veniva utilizzato l’olio della terza spremitura, per accendere il fuoco, le lucerne, i lumini e le lampade ad olio o per preparare unguenti e medicamenti.

Essendo il pesce l’alimento principale dell’isola, le fritture erano frequenti e, per risparmiare, la mamma utilizzava e riciclava lo stesso olio per più fritture, filtrandolo con un fazzoletto di lino per toglierne i residui neri della precedente frittura e lo conservava in un pentolino per usi successivi, specie per friser sepuline, stuse, moli, sardoni impanai, calamari e… minudaia. [friggere seppioline, stringhe rosate, naselli, alici impanate, calamari e… minutaglia].

Da secoli a Cherso gli ulivi erano l’eterna preziosa eredità per i figli e per i figli dei figli e i frantoi, sempre più perfezionati, erano indispensabili per la spremitura e l’estrazione di quel prezioso liquido dorato che madre natura elargiva ad una terra arida e sassosa.

Terra che ti accoglie con l’inchino affascinato e incantato delle pecore, incuriosite dalla tua intrusione in un mondo muto e silente, interrotto solo dal richiamo degli agnellini saltellanti sopra i candidi sassi macchiati qua e là da ciuffi di profumatissima salvia selvatica. Terra che ti sorprende dapprima con qualche olivo solitario, esposto alla bora e pur incredibilmente arzillo, abbarbicato tenacemente tra le pietre da chissà quanto tempo e che, scendendo, per un lieve declivio, verso il paese, ti cattura con una tavolozza dai colori argentati su tronchi deformi, contorti, bucati, ma con una seducente e ammaliante attrattiva scultorea e pittorica, rugosi come il volto di un vecchio provato dalle vicissitudini della vita. Terra “con radici d’ulivo e cuore d’olio”. Ulivi che chiedono poco, ma che, generosamente e da secoli, elargiscono il loro preziosissimo dono.

Venne un giorno in cui gli ulivi che i nostri vecchi padri avevano curato, concimato, accarezzato per generazioni, arato la loro terra con sudore e fatica, vennero, con immenso dolore, abbandonati. Le loro radici profonde che mai cedono al vento, che resistono alla calura e al gelo, rimasero orfane di cure ed esposte alle sofferenze provocate dall’incuria e dalla noncuranza di estranei che ne facevano spesso un uso indebito ed abusivo. Persone che, per poterne raccogliere comodamente i frutti, ne amputavano completamente i rami, mutilando gli alberi con crudeltà e che, per ripulire il terreno intorno al tronco, lo ustionavano, accendendo fuochi per bruciare le scomode sterpaglie, che sfruttavano la loro pazienza e la loro forza, riducendoli a dei tronchi doloranti e piangenti che a malapena potevano rigenerare esili ramoscelli. Ulivi dei quali si era perso il valore simbolico di pace e di gloria nella Domenica delle Palme, di legami e magie del suo oro liquido che dona nutrimento e luce, che sana le ferite, che accende il fuoco, che accompagna l’uomo dal battesimo alla cresima, fino all’estremo saluto alla vita.

                                    Dov’erri la pecora

                                   e rauco la chiami l’agnello

                                   l’ulivo che dia la vermene

                                   pel figlio dell’uomo che viene

                                   sul mite asinello

                                               il clivo che ripido sale,

                                               biancheggia di sassi e di ghiaie;

                                               lo assordano le ebbre cicale

                                               col grido solivo…

                                   Tu placido e pallido ulivo,

                                   non dare a noi nulla, ma resta!…

                                   ma nutri il lumino soletto

                                   che dopo ci brilli sul letto

                                   dell’ultima pace.

Versi tratti da “La canzone dell’ulivo” di Giovanni Pascoli.

Annamaria Zennaro Marsi

La fotografia di copertina è tratta dal volume “Cherso in posa. Un archivio fotografico ritrovato”, a cura di Claudio Ernè, edito  nel 2022 in collaborazione fra l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI) di Trieste e le Poligrafiche San Marco di Cormons (GO). Con alcune di queste immagini è stata allestita una bella mostra a Trieste al Museo istriano in via Torino 8, inaugurata il 1° luglio 2022 col titolo significativo “Cherso. Un archivio ritrovato”, che resterà aperta fino al 31 luglio 2022 e visitabile, a ingresso libero, ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30.  Si ringraziano curatore e editori per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione della medesima fotografia nel blog presente.

Cherso, anni ’30. La torre dell’0rologio e la losa (loggia) ingresso della cittadina. Collezione privata.

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cherso, la raccolta dei grisantemi, fiori di piretro, anni ‘30

Ringraziamo Annamaria Zennaro Marsi per questo pittoresco squarcio di vita quotidiana a Cherso negli anni 1930-1940. Il brano contiene oltre che degli esclusivi spunti di storia e di economia, molte affascinanti tracce di vita comunitaria. L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Botterini, Bracco, Samani, Corso Regeni), si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata. Ecco le parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Nuvole scure e minacciose stavano avanzando rapidamente dal mare, folate di vento sollevavano la polvere del Prà che s’infiltrava fin dentro le mura e nei clanzici (vicoli) facendo sbandare i vasi delle aspidistre che adornavano le scale fino alle baladore [poggioli, NdR]. Tutt’intorno lo sbatacchiare di scuri spalancati e un turbinio di voci concitate di Chersine che correvano frettolose. Era un inaspettato neverin (burrasca improvvisa) di primavera inoltrata che, sopraggiungendo velocemente, creava un fuggi fuggi generale.

Si coglieva nelle voci la preoccupazione per il bucato steso al sole, per le finestre lasciate aperte, per le barche mal legate agli ormeggi in purpurela (moletto a protezione dei porticcioli), per quelle in alto mare che riducevano velocemente le vele, per i bambini che si rincorrevano imprudenti lontano dai portoni delle case e, sicuramente non ultima, l’apprensione per il grisantemo, che doveva essere immediatamente protetto dalla pioggia in arrivo: “Maia moia, me se bagnarà el buhaz!” Era l’esclamazione ricorrente. (Buhàz = piretro, crisantemo. Maia mòia, me se bagnarà el buhaz!  = Mamma mia, mi si bagneranno i grisantemi!).

Fin da piccola avevo notato che in Prà e in piazza, ma anche in altri luoghi di Cherso, in Fortezza, in alcune piazzette e perfino sulle rive venivano stesi, al riparo dal vento, dei grandi sacchi coperti di fiori bianchi. Agli angoli e anche al centro dei lati venivano posti dei sassi che servivano a fermare il telo in caso di vento improvviso. Vi rimanevano per parecchi giorni e, quotidianamente, più volte, venivano smossi, rigirati e arieggiati per impedire che si formasse dell’umidità o della muffa.

Il suono delle campane a mezzogiorno rammentava a tutti uno degli appuntamenti giornalieri per rimestare i fiori. Ogni sera venivano prelevati e ogni mattino riportati al loro posto. In caso di pioggia, dopo aver allontanato velocemente con il piede i sassi e, afferrato i quattro lembi del telo, si appoggiava l’involucro su una spalla, a mo’ di sacco, e lo si portava al coperto per impedire che i fiori si bagnassero. Tornato il sereno tutto ritornava come prima. Ciascuno rimetteva al suo posto i crisantemi, utilizzando gli stessi sassi per fermarlo. Non si poteva barare, né appropriarsi di spazi altrui, pena musi lunghi e sonori litigi.

In quei giorni ciascuno doveva badare anche che le galline non andassero a razzolare sopra i fiori alla ricerca di qualche semino commestibile o che qualche malignaso (dispettoso) ragazzino non sparpagliasse i fiori fuori dal telo.

Il rito si ripeteva ogni anno e permetteva alle Chersine, ma anche ai Chersini, di racimolare qualche liretta per arrotondare il magro bilancio familiare. La nonna Meniga [diminutivo di: Domenica] mi raccontava che già lei, da adolescente, con il polic sulla testa per ripararsi dal sole, andava con la sorella Maria sotto Smergo, a Grabar e in altre località collinari esposte al sole a raccogliere i grisantemi, dove i campi si ammantavano quasi miracolosamente di bianco. Visti da lontano sembravano immacolate piste da sci di un’ultima neve di primavera, ed invece, su steli lunghi ed eretti, erano sbocciate le margherite dalle candide corolle che incorniciavano un vellutato soffice bottone giallo.

Cherso, il porto interno e la piazza Vittorio Emanuele; da qui partivano le imbarcazioni coi capolini di piretro per Fiume. Da notare il Leone di San Marco sulla Torre dell’Orologio. Cartolina degli anni 1930-’35, collezione privata

Un po’ di ecologia

Si trattava di crisantemi “cinerariae folium”, una specie primaverile perenne, nel senso che dopo la semina potevano riprodursi anche per 20 anni e i cui capolini venivano polverizzati e preziosamente trasformati in un insetticida biologico: il piretro un antiparassitario naturale che, appena nel dopoguerra, sarebbe stato sostituito da prodotti chimici.

Le mamme, ma anche le nonne e le ragazzine, come richiamate da un avvenimento atteso e puntuale, portando seco dei sacchi vuoti, si incamminavano verso quelle bianche mete con il desiderio di riportare a casa un nutrito bottino di fiori. Ricordo che la mamma aveva cucito sulla parte anteriore della traversa [grembiule] una capiente tasca e, giunta a destinazione, aveva appoggiato sul terreno un grande sacco, arrotolandone la bocca verso l’esterno, in modo da inserire più fiori possibile ed in minor tempo. Era velocissima: con l’indice e il dito medio della mano formava una forcella, mentre il pollice sovrapposto all’anulare e al mignolo imponeva alla mano maggior forza nello strappo. Zac-zac, via… un fiore dopo l’altro finivano nella tascona ed era capace di usare tutte e due le mani contemporaneamente in un sincronismo ritmato e veloce e, quando la scarsela [tasca] era piena, la vuotava nella bocca larga e arrotolata del sacco.

Lo strattone, secco, avveniva verso l’alto e lo stelo rimaneva eretto, ma monco della sua corolla. Il colore bianco man mano spariva, lasciando sui campi devastati, come dopo una battaglia, il grigio cenere degli steli e delle foglie.

Pampe de fogo

Schene brustolade

Morte de bianchi fiori

Sudor amaro e canti de cicale

Sachere distirade

Oro che ’sol scurisse

e fa lesiero

le done inzenociade

se sfinisse

come per invocar

grazia divina.  

                          Aldo Policek

Era un lavoro corale, come corali erano anche i canti che risuonavano in lontananza. Canti che erano frequenti nelle donne durante i lavori domestici, durante la vendemmia e in tutte quelle occasioni che le aiutavano ad alleviare la fatica, trasformandola in un gioco gradevole, soprattutto se garantiva anche un fruttuoso e proficuo tornaconto.

Erano instancabili quelle Chersine e dopo aver raccolto il maggior quantitativo possibile di crisantemi e, quando i sacchi erano pieni, li sollevavano sulle spalle e se ne ritornavano contente a casa, pronte a distirar (stendere) i fiori negli spazi prestabiliti. Nei giorni successivi li rigiravano più volte, per farli asciugare, ma non troppo, per non ridurre eccessivamente il peso, rischiando di far diminuire il loro guadagno.

Dopo circa 15-20 giorni di asciugatura, arrivava il giorno della consegna che avveniva in alcuni centri di raccolta. La mamma li consegnava in via Turion, a destra del Pecrìs, quella stradina che conduceva al Zimitero [Cimitero] e metteva noi bambine in fila per non perdere il posto. Non era piacevole star lì al sole e al caldo, ma soprattutto dover resistere al forte odore sgradevole che esalavano quei fiori ormai rinsecchiti, puzza che irritava la gola, che si diffondeva nei dintorni e che permaneva nelle narici per molto tempo, tanto da sentirsela addosso come se uscisse dai pori della propria pelle. Qualcuno non sapeva neanche come venissero impiegati quei capolini di piretro, ormai secchi che venivano spediti prima a Fiume con il vaporetto e poi anche a Milano, per essere macinati, polverizzati e infine venduti e usati come provvidenziale antiparassitario.

Il loro utilizzo era davvero prezioso. Infatti il piretro naturale non era dannoso per gli animali né per le persone. Eliminava solo gli insetti sui quali veniva spruzzato, lasciando integri quelli benèfici ed essendo degradabile, in due giorni esauriva automaticamente il suo effetto. Importante era utilizzarlo di sera, quando ormai il sole era al tramonto, altrimenti la troppa luce e il calore avrebbero annullato la sua efficacia. Nel luogo di raccolta, gestito dal signor Filipas, c’era una grande pesa e, man mano che i sacchi con il loro contenuto, ben fracà [pressato] venivano appoggiati e misurati, si riceveva il compenso, che era comunque sempre inferiore alle aspettative, con conseguente brontolio, rugnade [grugniti] e malcelata insoddisfazione da parte delle raccoglitrici che temevano sempre qualche irregolarità nei pesi. Anche ai fusti, assemblati in fasci e poi ridotti a pezzetti, veniva riconosciuta qualche, se pur minore, remunerazione. Nonostante il magro corrispettivo, rapportato all’impegno che richiedeva la raccolta, quasi tutti i Chersini erano pronti a sfruttare e ad usufruire in tutte le primavere successive, da maggio a metà giugno, del dono provvidenziale che il Cielo elargiva al paese.

La guerra interruppe questo fiorente e florido commercio e, a Cherso, la raccolta del piretro fu definitivamente abbandonata. In seguito venne introdotto il DDT, un insetticida chimico, un prodotto di sintesi molto più potente, nocivo agli animali e anche agli uomini, ma molto più comodo ed efficace che sarebbe riuscito a debellare, oltre agli insetti nocivi, i pedoci [pidocchi] così diffusi tra i soldati in guerra e sui capelli dei bambini, i pulisi [pulci] e i zimesi [cimici] che proliferavano nelle suste (reti) dei letti e, soprattutto la zanzara anofele responsabile della malaria nelle zone paludose e malsane.

Ricordo che quasi tutte le famiglie disponevano di quella pompetta cilindrica, metallica, con pistone a spinta dal pomello di legno, che faceva uscire da una scatoletta di latta il liquido insetticida, il flit.

Veniva usato quasi come un trastullo, anche con eccessiva generosità, finché anche le acque dei fiumi e dei mari vennero contaminati da quel veleno non degradabile, nocivo anche ai pesci e alle piante marine, per cui l’uso, intorno agli anni settanta, venne definitivamente proibito e sostituito da altri ritrovati chimici.

Come in tutti i corsi e ricorsi della vita e della storia, oggi si cerca di ritornare agli insetticidi naturali e i fiori del piretro vengono ancora coltivati in Australia, Tasmania, in Kenia e altri paesi africani. Il loro raccolto viene effettuato da macchine con forcelle meccaniche e non più dalle dita abili e operose delle donne, che, come le Chersine, con i movimenti cadenzati di un direttore d’orchestra, staccavano verso l’alto le bianche corolle dei fiori del piretro che adornavano, come un dono provvidenziale e prezioso, in primavera, le campagne di Cherso.

Non sentivano la fatica, né il sole che le faceva sudare, perché era troppo forte l’intento di guadagnare qualche soldino, un piccolo regalo dalla sempre perfetta, generosa e saggia natura alle interessate e sparagnine [risparmiatrici] nonne, bisnonne e trisavole, fiere ed orgogliose di poter contribuire alla magra e difficile economia familiare.

Annamaria Zennaro Marsi

Cenni biografici dell’autrice – Annamaria Zennaro Marsi è nata in Italia a Cherso, provincia di Pola, allo scoppio della Seconda guerra mondiale ed è vissuta nell’isola fino al 1948, anno dell’esodo. La provincia di Pola dal 1947 è annessa alla Jugoslavia. Dal 1991 fa parte della Repubblica di Croazia. La Zennaro Marsi ha riferito in un suo libro l’infanzia gioiosa e tormentata del periodo bellico in un luogo ricco di tradizioni e di storia. Poi è giunta al Campo profughi del Silos a Trieste. Nel 1949 è stata in esilio per quattro mesi in Danimarca, dove i bimbi dell’esodo venivano accolti e nutriti da famiglie volenterose, pur di non lasciarli nei disagevoli campi profughi.

Sposata, madre e nonna, ha dedicato la sua vita alla famiglia, alla scuola, ai viaggi e ai suoi numerosi hobby fino al pensionamento. Ha collaborato per molti anni al giornale della Comunità chersina, per proseguire con i ricordi dell’esilio e della vita al Silos, in cui è stata ospite per 6 anni: “il palazzo con l’anima di carta, cartone e legno sito in piazza Libertà a Trieste”. I box, delimitati da tavole di legno “preparati per accogliere le numerose richieste e i continui arrivi di profughi e sfollati, erano insufficienti – ha spiegato Annamaria Zennaro – per cui ci venne assegnato, provvisoriamente, uno spazio vuoto di circa 16 mq, buio, senza finestre, adiacente a quello di altre due famiglie, delimitato sul fondo da una parete e completamente aperto davanti, con la possibilità di appendere su una corda, già predisposta, delle coperte grigie per tutelare la nostra privacy”.

Il suo recente capolavoro si intitola: Vita a Palazzo Silos, edito nel 2021 da White Cocal Press, del costo di 12 euro, si trova in tutte le librerie di Trieste e dintorni, nonché online su Amazon, sia in formato cartaceo che ebook.

Nei blog dell’ANVGD di Udine abbiamo avuto il piacere di pubblicare dei suoi articoli, come: “El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso” nel 2021 e “Il mio esodo: angoscia dell’abbandono!” nel 2022, rilanciato pure dall’ANVGD nazionale di Roma.

Biografia del poeta Aldo Policek, de Pitor (Cherso 1923 – Jesolo 1998) – Nato a Cherso nel 1923, compie gli studi magistrali all’Istituto “Scipio Slataper” di Gorizia (1934 – 1941) ottenendo il diploma di maestro elementare. Partecipa alla seconda guerra mondiale e dopo l’8 settembre 1943 combatte nelle formazioni partigiane fino al 1945. Dopo aver insegnato fino al 1949 nella scuola italiana di Cherso, deve scegliere tra la cittadinanza italiana o jugoslava. Sceglie l’Italia e la via dell’esilio. Nel 1950, passando dai campi  profughi di Gorizia e Udine, arriva con la famiglia a Mestre (VE). Nei due anni di permanenza in questa città insegna ai detenuti analfabeti del locale Carcere Circondariale; nel 1953 è vincitore di concorso pubblico per un posto di insegnante elementare a ruolo presso la Scuola Elementare di Jesolo (VE), dove si trasferisce con la famiglia. Vincitore di numerosi premi di poesia ed in particolare del concorso “Dialetti da salvare” indetto dal Lions Club e dalla città di Vittorio Veneto (1985), segnalazione XI Concorso Poesia dialettale in Piazza (Muggia 1985),  segnalazione alla 3^ Edizione Premio Poesia D’Annunzio (Versi sciolti) Città di Jesolo (1995), 1° Premio Concorso artistico di Poesia – Associazione Giuliani (Sidney) e  due volte finalista al Premio Nazionale di poesia “Giacomo Noventa e Romano Pascutto” di Noventa di Piave.  

Ha collaborato con giornali e riviste fra cui: Pagine Istriane, rivista trimestrale organo del Centro di Cultura Adriatica; L’Arena di Pola, settimanale di esuli di cui è stata ripresa la pubblicazione nel 1947 a Gorizia; Comunità Chersina, foglio trimestrale dell’Associazione “Francesco Patrizio”, con sede a Trieste; Il Gazzettino di Venezia per la terza pagina. Tutta la sua produzione in versi è stata raccolta nell’opera omnia “Le poisie in dialeto chersin de Aldo Policek de Pitor” e edita dalla Comunità Chersina, a cura di Luigi – Gigi Tomaz nel 2012. Muore a Jesolo (VE) nel 1998.

Ennio Zangrando, Esodo, olio su tela, cm 70×50, 2021, courtesy dell’artista.

Autore principale: Annamaria Zennaro Marsi. Commenti al testo e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e Elio Varutti. Lettori: Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Donne di Cherso, 1920, fotografia della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi. Per l’opera pittorica siamo grati a Ennio Zangrando, artista di Trieste, figlio di una profuga di Pirano. Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cherso, La campanella suona alla mattina: tutti a scuola!

Siamo onorati di pubblicare un altro toccante racconto di Annamaria Zennaro Marsi. È sulla sua vita a Cherso da bambina, tra i banchi dell’asilo, i cacciabombardieri inglesi e l’istruzione nella scuola elementare, con tanto di pagella del 1946, scritta in italiano, compreso lo slogan titino: “Morte al fascismo, libertà ai popoli”. Nel meraviglioso racconto autobiografico ci sono, oltre a tanti nomi e cognomi di maestre e altri personaggi del tempo, alcune poesiole molto interessanti, in veste antropologica e vari micro-toponimi. Grazie all’Autrice e buona lettura.    (a cura di Elio Varutti)

Gallo galletto chicchirichì

presto bimbetto, al-za-ti,

prendi il cestino e vieni con me,

andiamo all’asilo che bello che è!

Dentro di me pensavo che proprio tanto bello non era. Il pollice della mia mano destra era pallido e raggrinzito e, nonostante il bel cestino di vimini e l’entusiasmo che ci metteva mia madre nel cantarmi la canzoncina, non riuscivo a staccarlo dalla bocca per il disagio che provavo nell’avviarmi verso l’asilo.

Percorrevo l’umida e ombrosa stradina all’interno delle mura di Cherso, stringendo la mano di mia madre, fino a raggiungere la porta Bragadina, accanto alla quale sorgeva la semplice costruzione su due piani che racchiudeva la scuola materna.

La scuola, risalente ai primi anni del secolo XX (1904), ebbe come prima maestra la signora Irma Cella, che ne divenne, in seguito, la direttrice e dipendeva allora dall’Ente stabile Italia Redenta. Era circondata da un muretto su cui si innalzava un’inferriata, interrotta davanti sul Prà, da un cancello, pure in ferro che veniva rinchiuso dopo l’ingresso di tutti i bambini.  

Ci accoglieva Fanny che, essendo molto miope, portava le lenti “con tanti giri” e che, assieme alla maestra Melania, ci aiutava a riporre sul banchetto il cestino contenente la merenda, il tovagliolo e il bavaglino, tutti diligentemente contrassegnati. Da soli spiccavamo il grembiulino appeso ad un lungo appendiabiti, identificabile dal proprio disegnino, aiutandoci a vicenda ad indossarlo e prendendo tranquillamente ciascuno il proprio posto sulla seggiolina di legno. Spesso ci assisteva anche Gioconda che aveva l’incarico di preparare i pasti e di accudire ai nostri bisogni. Chissà quanti “popocini chersini” avrà pulito nel corso degli anni!

Non mi piaceva molto il mio contrassegno e invidiavo gli altri bambini che venivano identificati con un fiore, un frutto o un animale. Io avevo un aeroplano! Oggi sarebbe magari apprezzato, ma nessuno di noi piccoli ne aveva visto uno, fino ad allora, sopra il cielo di Cherso e non immaginavo certo che, da lì a poco, ne avrei visti e soprattutto… temuti!

Eravamo negli anni 1943-1945, iniziava “il calvario di Cherso” e, per sfuggire a quel “campo di battaglia” che era diventato il Prà, ci rifugiammo, d’estate, in un ricovero per animali, nella campagna della nonna al secondo chilometro della “strada nova” in località “Gracisce”. L’aereo mi apparve all’improvviso intorno a mezzogiorno, come un uccellaccio torvo e minaccioso, cupo presagio di distruzione e di morte e, spaventata, mi appiattii sotto al “figher” [il fico, dialetto istro-veneto, NdR].

Fu l’esordio di un incubo per tutti, ma, forse, per noi piccoli spensierati e facili all’oblio, era quasi peggiore l’olio di fegato di merluzzo che ci veniva somministrato all’asilo per proteggerci dal rachitismo e per supplire ad alcune carenze vitaminiche nell’alimentazione di allora. Veniva sì accompagnato dal pane e seguito da uno zuccherino per rendercelo più appetibile, ma rimaneva il suo disgustoso reflusso e, solo una profonda convinzione ed un forte controllo, riuscivano a farcelo ingoiare.

Mi pesava pure l’imposizione di star seduta per parecchio tempo, per seguire le utili lezioni di igiene o quelle sui pericoli da evitare o sul comportamento da tenere a tavola che l’educatrice ci impartiva, indicando degli esempi illustrati su dei grandi cartelloni appoggiati alla lavagna, invitandoci poi a rispondere, tutti in coro, alle domande che ci venivano poste o facendoci ripetere delle semplici filastrocche o delle briose e piacevoli canzoncine che poi ripetevamo in casa o nei giochi in giardino.

Consumavo la merenda prelevandola dal cestino, assieme al bavaglino che i più grandicelli allacciavano ai più piccoli. Pregustavo con gioia quel momento, soprattutto quando sapevo che la nonna, per farmi contenta, aveva acquistato i deliziosi biscotti, appena sfornati, che una sorridente Chersina vendeva sul suo banchetto. Erano dei croccanti, lucidi buzulini [buzolai=pane biscottato] che emanavano un delizioso profumo di uova e di miele.

A pranzo, dopo aver apparecchiato da soli la tavola, mangiavamo delle minestre, spesso di fagioli o di piselli, talvolta anche di fave e, quasi subito dopo, dovevamo chinare il capo sulle braccia incrociate e appoggiate sul tavolino, chiudere le palpebre e cercare di dormire. Ogni tanto sbirciavo per vedere se qualcuno era sveglio, ma vedevo solo nuche, perchè tutti dovevamo tenere la testa girata dalla stessa parte. Spesso mi addormentavo profondamente fino a quando un improvviso battito di mani ci permetteva di aprire gli occhi e sollevare il capo.

Avevamo ancora un po’ di tempo a disposizione per fare dei rotolini con le serpentine colorate, con le quali, premendo delicatamente il centro verso il basso, si formavano piccole e grandi tazze, bicchieri o vasetti, rendendoli poi rigidi con della colla, spesso preparata anche con l’acqua e la farina. Erano, tutto sommato, momenti piacevoli e spensierati! Nel paese intanto si percepiva un gran trambusto. I volti degli adulti erano preoccupati e ansiosi. Alcune educatrici vennero sostituite e apparvero inaspettate anche altre rime: oltre a “Pum pum d’oro” e al”cucù” la gatta cambiò nome diventando “macka macka moja, macka macka bjela” [gatto gatto mio,  dal croato], mentre, anche tra gli adulti, imperversava il “Siri colo” (girotondo).

I bombardamenti, gli incendi, le turbolenti e tragiche vicende belliche m’impedirono una frequenza regolare all’asilo. La vita di tutti aveva subito insospettabili stravolgimenti e io pregustavo da tempo la gioia di andare finalmente nella scuola “dei grandi”.

La scuola elementare di Cherso

La scuola elementare era situata all’estremità opposta del Pra’, vicino alla porta Marcella e, dopo l’abbattimento delle mura, era molto più visibile in tutta la sua imponenza, creando, assieme al Dopolavoro, un piacevole e armonico complesso architettonico. C’ero già stata a 4 anni più volte, invitata dalla maestra di mia sorella, signorina Quirina Cella.

Entrai nell’edificio, dapprima al mattino e poi anche al pomeriggio, quando le alunne, tutte con il grembiule nero e il colletto bianco, si destreggiavano in attività di economia domestica, disegnavano, si dedicavano ai lavori manuali, ma anche a fare i compiti, a recitare e a cantare e ad allenarsi negli esercizi ginnici, nei giochi collettivi e ritmici, nei saggi con cerchi e bandierine.

Fui intimidita nel vedere l’imponente ingresso sul quale campeggiava il ritratto del re Vittorio Emanuele III, la scalinata, i lunghi corridoi, le ampie aule luminose, le ordinate file di banchi con il portapenne e il calamaio, le grandi stufe che servivano per riscaldarsi d’inverno, la cattedra sulla pedana e la grande “tavola nera” sulla parete. Con sorpresa e disappunto notai pure una lunga bacchetta di legno che serviva per indicare la lezione sulla lavagna e in certi casi, battuta sul banco, per ottenere il silenzio o addirittura, come avevo sentito sussurrare, per colpire, alternandola al righello, le mani di qualche alunno particolarmente indisciplinato.

L’elegante costruzione, a due piani, rifinita da un movimentato frontone, era stato edificata, come scuola popolare, nei primi anni del 1900 e, come tante atre scuole, era circondata da un muretto, con sovrastante inferriata, interrotto da due cancelli: quello di destra adibito all’ingresso dei maschi (sotto la scritta esterna: Vittorio Emanuele III) e quello di sinistra per le femmine (sotto la scritta: Regina Elena). Disponeva sul retro di un giardinetto, utilizzabile nelle belle giornate, per gli esercizi ginnici.

Si occupavano delle pulizie e della custodia due coniugi ai quali la fervida penna di Aldo Policeck de Pitor, poeta ed insegnante presso la scuola di Cherso fino al 1949, dedicò i seguenti versi:

JACOMO E JACOMINA DE LE SCOLE

La campanela sona de matina:

Jacomo, senza man e Jacomina

scominzia la jornada.

Che copia indovinada!

Ela come un foleto

neta tuta la scola,

scovar, lavar per tera

con quei brazi mai stanchi;

lu, cun una man sola, da drio forbir i banchi.

La scola ga brusado,

la xe andada in rovina

ma lori no ga visto:

i iera andadi avanti,

a sonarghe la campana dai angeli e dai santi !

Infatti un furioso incendio nel 1978 (circa) cancellò completamente la presenza materiale della scuola elementare, ma non la sua impronta né la sua memoria che continuano a sopravvivere indelebili nella storia di Cherso e nella memoria  dei Chersini e, anche se le pietre non possono più parlare, la sua immagine e il suo emblema sono sempre presenti nei loro cuori:

Cherso, par mi, xe ‘l viso dei amici

de scola,la maestra Margarita,

i libri soto scaio e de la vita

i primi passi.

Cherso aveva un’importante tradizione scolastica e negli anni di fine secolo XIX e inizio secolo XX vi insegnava la maestra Luisa  Moratto, di madre chersina (Scalamera, sorella di don Giorgio) che, da Buie d’Istria, luogo della sua nascita, ottenne il suo primo incarico nel 1893, proprio a Cherso. Lì si stabilì definitivamente, diventando prima la promotrice e poi la direttrice della scuola materna (1903), poi della nuova Scuola Popolare dell’Infanzia (1904) e, in seguito, insegnante di quella elementare intitolata nel 1925 “Scuola Vittorio Emanuele III”. Ci fu una cerimonia solenne e invitati illustri, durante la quale la maestra Luisa Moratto poté sfoggiare, appuntata al petto, la medaglia d’oro con l’effigie di Dante Alighieri, donatale nel 1906, dalla Lega Nazionale per i suoi meriti di educatrice.

Cherso, 1925 – Scuola elementare, premiazione della direttrice Luisa Moratto; appuntata al petto, la medaglia d’oro con l’effigie di Dante Alighieri, donatale nel 1906, dalla Lega Nazionale per i suoi meriti di educatrice. Il primo a sin. è il nonno materno di Annamaria Zennaro Marsi. Collezione dell’Autrice.

Per suo interessamento, dopo la prima guerra mondiale, negli anni 1920-1925, sorsero nell’isola gli asili di: Caisole, Orlez, Vallon, S. Martino e Bellei ai quali si unirono in seguito quelli di S. Giovanni, Dragosetti, Ossero e Ustrine.

Seguace di Maria Montessori, dotata di una forte personalità, rigorosa, ligia e severa, ma estremamente disponibile verso i bambini bisognosi, molto conosciuta ed apprezzata in campo educativo, lasciò un’indelebile impronta in quanti la conobbero e le sue alunne, oltre ad ottenere un’invidiabile preparazione, ebbero un seducente esempio e stimolo per la loro professione futura.

Nel passato più remoto i figli dei poveri erano per lo più “bocche da sfamare” e molti genitori preferivano, piuttosto che mandarli a scuola “a scaldare i banchi”, utilizzare i maschietti quale aiuto nei campi, nella pesca o a lavorare nelle fabbriche di “grossi panni, di rosolii o nei cantieri ove si racconciavano (come scrive l’autore del dizionario corografico d’Italia Amato Amati, nel 1875) le navi o si costruivano i trabaccoli in una Cherso che possedeva un gabinetto di lettura, una casa di ricovero per poveri, una scuola maggiore maschile e una scuola elementare minore femminile e in città v’erano molte persone colte”.

Le ragazze venivano indirizzate al lavoro di sartoria o di cucito e ricamo. Alcuni ragazzi consideravano la scuola una forma di prigionia e, alcuni, da ribelli, la disertavano o, addirittura, quando erano sicuri di non essere visti, nascosti dietro la porta Marcella, lanciavano con la fionda dei sassetti ai vetri delle finestre, quasi a voler eliminare e distruggere un obbligo che percepivano come tempo sprecato e infruttuoso, che richiedeva grande sacrificio e impegno e limitava oltremodo la loro connaturata libertà e una congenita propensione per i più vantaggiosi e redditizi lavori manuali.

Come si rileva dal “Saggio d’osservazioni sopra l’isola di Cherso e Ossero”, edito nel 1771, “la mancanza della scuola contribuisce a mantenere l’indocilità e fa che la cultura non vi sia molto comune”. Poi continua: “sarebbe una fortuna se l’esempio d’un sì dotto Concittadino (leggasi Francesco Patrizio) conducesse agli studi quegli isolani.  Il popolo, che v’è, pieno di superstizioni, profitterebbe della filosofia de’ pochi come si vede nelle capitali colte.” In realtà Cherso aveva una tradizione culturale di alto livello e molti studiosi si fecero conoscere anche in campo nazionale. Citerò su tutti l’abate Giovanni Moise e la sua grammatica, che il Carducci definì “la più grande grammatica italiana” usata come modello anche a Firenze, culla della lingua italiana.

E, proprio il sorgere di nuove scuole, molte ad opera della Lega Nazionale, dispensatrici di educazione e di cultura, permise di eliminare in buona parte la piaga dell’analfabetismo, maggiormente diffuso nelle famiglie più modeste e meno acculturate. Un numero sempre maggiore di giovani chersini, dopo la scuola dell’obbligo, continuarono gli studi al ginnasio “Francesco Patrizio” che sorgeva vicino alla “Peschera” (dove insegnò pure una giovanissima e ora plurilaureata Meyra Moise). Quelli che ne avevano la possibilità, proseguirono gli studi a Fiume, a Zara, a Vienna o in altre città dell’Impero o italiane.

Mi parve una conquista quando, nel 1945, ebbi l’età di entrare ufficialmente a far parte degli scolari! Possedevo un sillabario con un alfabeto mobile illustrato, un pallottoliere di legno e un quaderno a quadretti dove tracciare tante aste, filetti e cerchietti da introdurre perfettamente nei quadratini e in seguito, ogni giorno, una diversa bordurina da colorare. Non c’era più il ritratto del Re all’ingresso e le scritte sul frontone risultavano illeggibili. La mia prima maestra, la signora Antonietta Zadro era molto severa, non sorrideva quasi mai, ma io l’ammiravo molto.

Al mattino, dopo la preghiera, ci faceva stendere le braccia sul banco, con le dita delle mani allargate e girate sul dorso, per controllare che le mani e le unghie fossero pulite. Tutti temevano il rimprovero e la vergogna di venir redarguiti! Dava un’occhiata anche ai capelli, rimproverando quelle che avevano un aspetto disordinato o forse anche per individuare quelle “lenti” bianche che indicavano la presenza dei pidocchi e che, schiacciate tra le unghie dei pollici emettevano uno “s’cick” sonoro prima di venir sfilate, una alla volta, dai capelli.

Quando non si doveva scrivere, le braccia andavano tenute incrociate dietro alla schiena, mantenendo il busto e il capo ben eretti, appoggiando i piedi, spesso doloranti a causa dei geloni, sulle pedane di legno che formavano un tutt’uno con i banchi. Mi aveva insegnato a scrivere correttamente, ad amare la lettura, a fare i conti, a disegnare e avrei voluto che mi accompagnasse in tutto il percorso della scuola elementare, ma lo stravolgimento in atto continuava a procurare i suoi danni. L’esplosione, a vasto raggio di granate, alcune anche incendiarie, avevano danneggiato un’ala della scuola. C’erano schegge dappertutto. Libri, documenti, registri e oggetti scolastici erano stati ammucchiati all’aperto e, dalle piccole finestrelle ad est dello scantinato, si potevano scorgere, frammisti alle pietre e ai calcinacci, libri facenti parte della biblioteca scolastica, in parte rovinati e bagnati.

Le lezioni vennero sospese, nella scuola furono ospitati, con l’intento di dar loro maggior sicurezza, dei bambini provenienti dall’ospizio de Seppi accompagnati da suor Carla Attems e un’aula venne pure adibita al primo soccorso dei soldati feriti.

La precarietà dominava tutti gli aspetti di un paese ormai sconvolto. Alla fine della prima classe la mia pagella portava già evidenti i primi segni del cambiamento (vedi foto).

Pagella di Zennaro Anna Maria, intestata al Comitato Popolare Regionale per l’Istria

Dopo le esperienze tragiche e sconvolgenti della guerra e delle occupazioni, delle paure e delle fughe, della scarsità di cibo, delle deportazioni e delle morti, il cucchiaio d’olio era diventato un male minore, anche se sempre sgradito.

Gli anni successivi al dopoguerra furono incerti. Nella classe seconda ebbi quale insegnante la maestra Antonietta Ceglian. Imparai ad usare i pennini da inserire su una bella canna colorata, ad intingerli nell’inchiostro, ad impormi di non rovinarne la punta e di non fare delle macchie, coprendo velocemente la pagina con la carta “asciugante” prima di girarla e di non formare, con il gomito, le “orecchie” sui quaderni, mentre in terza, (anno scolastico 1947/48) sotto la guida di una giovanissima Concetta Pavan, usavo l’abaco cartonato e ingiallito di mia sorella, per ripetere e memorizzare le tabelline.

Lo svolgimento dei programmi fu alquanto precario e disordinato con conseguenze dannose sul nostro apprendimento. Ci aspettavano ancora brusche sterzate e tumultuose piroette! All’appello quotidiano dell’insegnante in classe rispondevano sempre più sconfortanti silenzi e nei lunghi corridoi, privati del loro naturale brusio, rimbombavano solo poche voci sommesse.

Cherso si stava vuotando delle sue creature, i suoi semi venivano  proiettati e sparpagliati nel mondo, le sue scuole deserte e ferite e,  con esse, smantellati il suo futuro, la sua cultura, il suo idioma e la sua identità!

                                                  ANNAMARIA ZENNARO MARSI

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Copertina: cartolina di Cherso con la scuola, a sinistra e il dopolavoro ‘Francesco Patrizio’ a destra. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Obbligo di pubblicazione per le associazioni dei vantaggi economici ricevuti dalla Pubblica Amministrazione ai sensi della L. 124/2017 

Anno 2021. Denominazione e codice fiscale del soggetto ricevente: Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, C.F. 80019060302. Denominazione del soggetto erogante: Regione autonoma Friuli Venezia Giulia.

Somma incassata: € 16.801,28 (sedicimilaottocentouno/28 euro). Data di incasso: 29 aprile 2021. Causale: Legge regionale 11 agosto 2014 n. 16 (Norme regionali in materia di attività culturali), art. 27 commi 1, lettera a), 2, lettera a), e 3. Regolamento emanato con decreto del Presidente della Regione 31 marzo 2020, n. 53/Pres e ss. mm. e ii. Finanziamento annuale ad attività di rilevanza regionale delle associazioni dei profughi istriani, fiumani e dalmati aventi sede nel territorio regionale. Incentivo all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine per l’anno 2021.

dott.ssa Bruna Zuccolin
Presidente
ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA E DALMAZIA
Comitato Provinciale di Udine

Il mio esodo: angoscia dell’abbandono! di Annamaria Zennaro Marsi

Ecco uno struggente racconto di Annamaria Zennaro Marsi, di Cherso. La ringraziamo per questo originale pezzo di storia d’Italia del 1948. È quella storia negata, offesa e messa in silenzio perfino dagli storici più quotati. Certi esuli hanno potuto parlare liberamente solo dopo la legge del Giorno del Ricordo, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come il Botterini, Bracco, Samani e il Corso Regeni) si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di alcuni vocaboli del dialetto istro-dalmata.

Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, edito da Bora.la di Trieste, nel 2021, sulle vicissitudini del Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule tra i box del Silos dal 1948 al 1955. Nel blog dell’ANVGD di Udine il 27 marzo 2021 ha pubblicato “El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso”, un intenso racconto dal piglio etno-antropologico, oltre che di cultura popolare. Il brano che si diffonde ora, intitolato Il mio esodo: angoscia dell’abbandono! è stato composto dall’Autrice nel 2006, per il giornale semestrale della Comunità chersina, che purtroppo ha smesso le pubblicazioni in seguito alla morte di Luigi Tomaz. L’Autrice da poco ha rivisto il testo e ce lo ha inviato per il nostro blog. La fotografia di copertina è intitolata Cherso dal mare. La torre dell’Orologio e la losa (loggia) ingresso della cittadina, collezione dell’Autrice. Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le tormentose, ma appassionate parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Ogni anno, già dai primi giorni di agosto, a Cherso, ci si preparava al consueto pellegrinaggio verso un affascinante santuario pieno di ex voto, posto su un colle, sopra un mare spesso burrascoso e di un blu cupo e profondo, dedicato alla Madonna di S. Salvador.

Cercavo già di procurarmi 3 sassolini lisci e rotondi da inserire nella “scarpetta della Madonna”, una piccola cavità a forma di scarpa che si trova lungo il sentiero che conduce alla chiesetta. Quell’anno, era il 1948, nella mia famiglia avvertivo una forte tensione. I miei genitori parlottavano tra di loro continuamente, spesso nervosamente, la nonna aveva gli occhi arrossati, la mamma le guance cadenti e si alternavano momenti di mutismo assoluto a discussioni e alterchi più vivaci. Anche i pasti erano frettolosi e poco curati. Un vocabolo a me sconosciuto, di cui non comprendevo il significato, veniva spesso ripetuto: “Opzione”.  Era come se si attendesse un documento per una soluzione desiderata, ma molto sofferta.

Io giocavo in Pra’, davanti a casa, cercando di catturare le imprevidenti cicale che si avventuravano a frinire nelle parti basse dei tronchi dei lodogni. [Celtis australis, nome comune ‘lodogno’, o bagolaro, è una pianta delle Ulmacee, NdR]. Ero turbata. Il clima familiare cominciava ad angosciarmi. Eppure stavano, se pur lentamente, sfumando il ricordo della mitragliatrice piantata davanti a casa, il terrore delle pallottole che sibilavano verso la soffitta, le fughe all’alba per rifugiarci nella cantina più sicura di zio Mate, l’orrore dei corpi distesi sotto il volto e nelle canisele [strettoie], l’acquattarsi fulmineo sotto il figher [fico, l’albero] per non essere individuati dai cupi e rombanti aerei che passavano bassi sulle nostre teste. Non capivo l’improvvisa disarmonia nella mia famiglia e i miei perché restavano senza risposta.

Un mattino vidi arrivare mio padre con delle assi di legno numerate, che cominciò a inchiodare, ingabbiando la vetrina, poi la credenza, il tavolo, le sedie, mentre mia madre avvolgeva nelle intimele (federe) alcuni degli oggetti più fragili, riponendoli con cura nel baule. Ogni martellata era una ferita, le cicale smettevano di frinire, mia sorella tremava e io avrei voluto, come aveva fatto il gatto spaventato, rifugiarmi nel sottoscala, chiudere gli occhi e tapparmi gli orecchi. Tutta la casa era sottosopra e noi sconvolti e pronti per la partenza.

All’alba del 14 agosto il vaporetto si staccò dal molo Gobbo di Cherso. La nonna non aveva voluto venire con noi, non ce la faceva a lasciare la sua casa, la sua terra e la sua isola. Dal mare vedevo le case diventare sempre più piccole e indistinte, finché della nonna rimase solo un punto nero.

Scorgevo ancora le strisce irregolari delle masiere [muretti] sulle colline e il mio porto sempre protettivo e accogliente che, dopo averci abbracciato e dato sicurezza per tutta la vita, ora spalancava bruscamente le sue braccia e ci scaraventava verso un ignoto imprevedibile e minaccioso. Poi, quando il vaporetto ebbe virato a destra dopo la lanterna, Cherso venne inghiottita con tutta la sua baia e, con “Lei”, d’improvviso il mio nido divelto, abbattuto e frantumato per sempre. Percepivo, con angoscia, l’irrevocabile luttuoso distacco dalla mia infanzia e da tutti i miei sogni!

Addio Cherso, non ti vedrò mai più! Passando davanti alle chiesette di San Nicolò, sotto San Salvador e San Biagio, mia madre si fece il segno della croce e noi la imitammo automaticamente. Il cielo era limpidissimo, soffiava un borino che si faceva sempre più gagliardo, le ombre scure sulla costa dell’isola contrastavano con il bagliore rosato, accecante della sponda opposta. Il mare era di un blu intenso e molto agitato, profondo e cupo. Immaginavo feroci pescecani e vortici tumultuosi che inghiottivano pescherecci e pescatori, come avevo visto nei dipinti degli ex voto a San Salvador, e cominciai a rabbrividire.

Fiume ci accolse con il suono delle campane del mezzogiorno e con un odore sgradevole e nauseante di ferro arrugginito e di carbone misto ad asfalto rovente. Vidi tante case, alte e grigie, con tante finestre tutte uguali e, solo allora, mi accorsi dei bagagli. Mio padre s’incamminò reggendo sulla spalla sinistra una valigia legata con dello spago e sul braccio destro un sacco. Lo seguiva mia sorella, segaligna e in piena crisi adolescenziale, con un fagotto che alternava da uno all’altro braccio, poi mia madre con un capiente e gonfio borsone e … io, che cercavo di ripararmi dalla calura dietro ad un lungo muro, a quell’ora, avaro d’ombra. Una mesta processione nell’afa agostana per raggiungere la stazione ferroviaria.

Avvertivo un senso di nausea, ma sbocconcellai ugualmente il panino che mia madre mi aveva teso assieme ad una pesca che, generosamente, l’alberello dietro la porta dell’orto ci aveva regalato, solo quell’estate. Il treno giunse dopo parecchie ore e credo di essermi addormentata subito sul sedile di legno, lucido e consunto, perché ad un certo momento mi sentii trascinare giù.

Eravamo giunti al confine di Divaccia [dal 1991 è in Slovenia; al confine con Fernetti che era nel Territorio Libero di Trieste], dove, come ci avevano riferito, saremmo stati spogliati e visitati per controllare se avevamo armi o qualche documento sospetto. Il buio fitto della notte ventosa era rischiarato solo dalla luna e dalle stelle. Tremavo dal freddo, nonostante indossassi il bel golfino bianco di lana caprina, molto pruriginosa, con i bottoncini a forma di cappellino, di cui andavo fiera. Cominciai a lacrimare, ma nessuno era in grado di consolarmi. Solo mio padre, forte e temprato da una vita durissima e da un precedente e ben più tragico esilio, cercava di rincuorarmi con il suo dolce sorriso.

Giungemmo a Trieste il 15 di agosto, prima che albeggiasse. Ci avviammo in un silenzio amaro e opprimente lungo il viale Miramare. Le nostre ombre scure e disperate spezzavano quelle degli alberi che scorrevano lungo il muro della ferrovia, fino a raggiungere il giardinetto da dove si potevano scorgere le finestre degli zii, a me sconosciuti, che si erano offerti di ospitarci, prima di essere accolti al Silos [un disagevole Centro raccolta profughi]. Mia madre mi aggiustò i capelli e mi rifece la “banana” per rendermi presentabile al loro risveglio, non prima delle ore 8.

La zia salutò per primo il suo amato fratello, poi mia madre, mia sorella e, rivolta a me, chiese stupita: “Perché piange questa bambina?”. Ah, quanto avrei preferito percorrere il sentiero ripido, sassoso, assolato affiancato dai rovi e arrivare accaldata e stanca, magari scalza, a San Salvador!

Lassù sarei stata accolta dal refrigerio dell’ombra profumata di pini, di ginepri, di salvia e di salsedine, dall’abbagliante trasparenza della luce e della speranza, dall’abbraccio consolatorio della preghiera. Mi accorsi, in quell’istante, che non stavo vivendo un incubo, ma una realtà che mi aveva trascinato sull’orlo di un burrone tetro e vorticoso, nel buio più cupo, sgomento e disperato, nell’ignoto più sconfortante, pauroso e imperscrutabile.

Mi chiedevo angosciata: “Perché tutto questo? Perché?”. Pensavo alla nonna improvvisamente sola, disperata e abbandonata che sicuramente piangeva come me e sentivo la sua voce afflitta e distrutta che mi sussurrava: “Piangi, piangi perché le lacrime chiamano gli angioletti pronti ad aiutarti ad addolcire tutte le sofferenze e i tuoi dolori”. Ogni pensiero era una lacrima e tante lacrime per tanti addii!

“L’abbandono è lo strale che l’arco dell’esilio pria saetta” (Dante, Paradiso, XVII). È una lacerazione profonda che condiziona il tuo futuro per sempre, che annienta e distrugge qualsiasi speranza, è un finale pauroso che ti gela e vuota l’anima.

Annamaria Zennaro Marsi

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Trekking a Udine sui luoghi della Grande guerra e degli irredentisti con l’ANVGD

Nell’ambito del progetto Calendario civile, di cui è referente la professoressa Chiara Fragiacomo, si è svolta un’originale attività didattica all’aperto e in modo digitale per cinque classi del Liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine. Luca Gervasutti, il Dirigente scolastico, volentieri ha approvato l’iniziativa didattica. Gli studenti delle classi 1^C, 2^A, 2^B, 2^C e 2^E, accompagnati dai loro docenti, hanno partecipato all’attività di Trekking urbano sui luoghi della Grande Guerra e degli irredentisti secondo gli appuntamenti qui riportati per un totale di oltre 110 allievi.

Il percorso ha avuto inizio dall’atrio della scuola per l’illustrazione delle lapidi riguardo ai 26 studenti e due insegnanti caduti nel conflitto e riguardo il Comando supremo dell’Armata d’Italia installato proprio nel liceo udinese. Poi si è dipanato lungo una ventina di tappe all’interno del centro storico della città. Per certe classi il percorso è stato virtuale, a causa della pandemia. Gli studenti hanno potuto così conoscere palazzi, lapidi e monumenti che ricordano le vicende della Grande Guerra nella città di Udine diventata capitale degli avvenimenti bellici dal 1915 al 1917, prima dell’occupazione austro-tedesca. Il professor Elio Varutti, storico e membro del direttivo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) di Udine, ha accompagnato le scolaresche tra le vie della città, oppure in modo virtuale in aula e in atrio, illustrando e commentando le tracce della storia del Primo conflitto mondiale, incluso il fenomeno dell’irredentismo (vedi foto di copertina).

Non è la prima volta che il Comitato provinciale di Udine dell’ANVGD viene coinvolto in interventi didattici educativi per la formazione culturale e civica degli studenti in dimensione europea, coinvolgendo i vari insegnanti e i soci che fanno parte della dirigenza dell’organismo associativo.

Proprio dell’irredentismo e dei successivi fatti storici del Novecento si interessa tale sodalizio, come ha detto in varie occasioni Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine: “Vorrei dire che lo scopo principale della nostra associazione è, principalmente, di diffondere il ricordo dell’esodo giuliano dalmata sottolineando che, per statuto siamo apartitici, inoltre la nostra associazione che, a livello nazionale è sorta nel 1948, ha aiutato i profughi e oggi si occupa soprattutto di ricordare i fatti complessi che accaddero al confine orientale, perché non si può lasciare nell’oblio la sofferenza di così tante persone”.

Venuta a conoscenza dell’innovativo progetto del Liceo Stellini, la professoressa Elisabetta Marioni, assessore all’Istruzione del Comune di Udine ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Apprezzo questo progetto di Trekking sui luoghi della Grande guerra e degli irredentisti, per approfondire le conoscenze di storia del territorio, poi porto ai partecipanti il saluto della Civica amministrazione, augurando una buona riuscita all’attività di formazione”.

Udine, Liceo classico “J. Stellini”, 29 novembre 2021 – Giorgio Gorlato porta il saluto dell’ANVGD di Udine alla scolaresca. Foto E. Varutti

L’evento si è tenuto in varie giornate. La classe 2^C, accompagnata dalla professoressa Anna Giacomarra, ha effettuato il Trekking il 24 novembre 2021 in una bella giornata di sole. La classe 2^B, con la professoressa Maria Elena Roselli della Rovere, il 26 novembre successivo con un po’ di pioggia. Siccome la Regione Friuli Venezia Giulia è entrata in Zona gialla per la prevenzione della pandemia l’itinerario con le successive classi è stato virtuale, con una lezione in classe a cura del relatore. La professoressa Roselli ha seguito la classe 2^A il 29 novembre alla Lavagna Interattiva Multimediale (LIM). Proprio in tale data Giorgio Gorlato ha portato il saluto di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, esprimendo il suo compiacimento per l’iniziativa didattica curata da Varutti e ricordando la deportazione, nel 1915, dei suoi antenati di Dignano d’Istria nel Campo di internamento di Wagna, nella Stiria austriaca. La classe 2^E, accompagnata dalle professoresse Annalisa Comuzzo e Monica Delfabro, ha seguito la camminata virtuale il 2 dicembre in aula magna con immagini al videoproiettore. La classe 1^C, infine, seguita dalla professoressa Beatrice Rigatti, il 3 dicembre 2021, ha visto la camminata alla LIM in modo virtuale.

Ecco qui di seguito tappe principali della camminata alla scoperta di Udine capitale della guerra.

1.       Partenza. Liceo classico “J. Stellini”, lapidi dentro la scuola. Sin dal 1915, nella Prima guerra mondiale, Pietro e Nicolò Luxardo, irredentisti di Zara si schierano apertamente per l’annessione della Dalmazia all’Italia. Nicolò Luxardo De Franchi si arruola nella cavalleria italiana.

2.         Il Comando Supremo Militare Italiano era l’organo di vertice delle forze armate italiane, istituito il 24 maggio 1915 a Villa Volpe a Fagagna e poi nel Liceo classico “Stellini” di Udine, durante la prima guerra mondiale. Lo Stellini divenne sede del comando nel novembre del 1915, da maggio a novembre era caserma. Vedi: Archivio del Municipio, per l’allestimento della mostra “Una città dentro la guerra”.

3.         Chiesa di S. Antonio, del 1354, sconsacrata e adibita a magazzino. Palazzo Patriarcato, del 1524, Uffici del Comando supremo, affreschi di Giovanni Battista Tiepolo del 1726.

5.         Palazzo Belgrado, residenza del generale Cadorna per 2 anni e mezzo, affreschi di Giulio Quaglio 1698. Giorgio Conighi, irredentista di Fiume si arruola negli alpini e riceve a Udine un encomio solenne (“Giornale di Udine” del 14 novembre 1915). Deve cambiare cognome in Giorgio Dilenardo, per sfuggire alla forca austriaca. Il fratello Cesare Conighi si arruola nella cavalleria italiana, cambiando nome in Cesare Nelli. La gendarmeria austro-ungarica si mobilita: «nell’ira furibonda che il giovane Cesare Conighi avesse potuto osare l’inosabile – come ha scritto E.R.P. – lo condannarono a morte in contumacia». La Commissione austro-ungarica che condannò a morte Cesare Battisti, ordinò che egli (Cesare Conighi) fosse impiccato in effigie vicino al grande martire del Castello del Buon Consiglio di Trento.

6.         Ex-Scuola di Baldasseria, Centro Socio Riabilitativo Educativo, via Piutti, residenza di Cadorna dall’estate 1917 prima della rotta di Caporetto, 24.10.1917. (fuori itinerario)

7.         Giardini Ricasoli, recintati e interdetti al pubblico per permettere a Cadorna di passeggiare e raggiungere in Castello senza essere visto o disturbato. Dopo l’unificazione del Friuli con l’Italia nel 1866 a Vittorio Emanuele II fu dedicato un monumento equestre inaugurato il 26 agosto 1883, posto sul terrapieno al centro della piazza Contarena, dove rimase fino al 1947, anno in cui fu trasferito presso i Giardini Ricasoli. Monumento equestre è opera di Luigi Crippa 1838-1895. Il Consiglio Comunale deliberò di acquistare per £ 2.000 la copia del modello di Crippa: la statua venne fusa nella fonderia De Poli tra l’11 e il 30 giugno 1883 con il bronzo di 10 cannoni del peso di 340 Kg ciascuno già appartenuti alla Turchia e acquistati a Londra per un costo di £ 22.000 e inaugurata domenica 26 agosto 1883 nel cuore dell’antica piazza Contarena che da allora e fino al 1947 assunse il nome di Vittorio Emanuele. I contrasti sulla sua collocazione motivati dalle modeste proporzioni della statua in relazione ai fabbricati e ai monumenti che la circondavano, furono alla base della decisione del 1947 di spostarla nel Giardino Ricasoli. Proprio il bozzetto di tale monumento, venduto da Crippa per 3.000 Lire, servì da modello per la realizzazione della gigantesca statua equestre di Vittorio Emanuele II dell’Altare della Patria a Roma, realizzata nel 1902 dallo scultore Enrico Chiaradia, di Caneva di Sacile.

8.         Ex-Banca Cattolica Udinese, ora Procura della Repubblica, nel 1915 bombardata, incendio spento subito.

9.         Presso la Tipografia Doretti, via di Prampero. “Mattino. M’illumino d’immenso”. E’ il 26 gennaio 1917 e il poeta-soldato Giuseppe Ungaretti a Santa Maria la Longa (UD), compone il capolavoro precursore dell’Ermetismo. Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888, morto a Milano nel 1970, è uno dei quasi 5 milioni di italiani impegnati nel conflitto mondiale. Interventista per scelta, volontario nel 19º reggimento di fanteria, il poeta aveva già trasformato la sua esperienza in trincea, sul Carso, in poesia: nella raccolta ‘Il porto sepolto’, stampata in 80 copie Stabilimento Tipografico Friulano di Udine, il 24 dicembre 1916.

10.       Loggia del Lionello, sede del Comune, incontri con delegazioni estere, come quella russa 1916. Ingabbiata con travi, contro i bombardamenti. Nicolò Lionello, orafo, progettò la Loggia, costruita da Bartolomeo Costa Sbardilini, più noto come Bartolomeo delle Cisterne (Capodistria, 1400 circa – Trieste, 1480). Qui c’era la statua di re Vittorio Emanuele II in piazza Vittorio, già Contarena e, dal 1945: Libertà.

11.       Ex-bar Dorta Fantini, detto il Trincerone, luogo di incontro di alti ufficiali, Francesco Baracca, Gabriele D’Annunzio, Ugo Oietti, Massimo Bontempelli, Ardengo Soffici. L’edificio faceva da confine per dividersi la città per il bottino di guerra tra tedeschi e austriaci, che si portano via persino le campane delle chiese.

12.       Piazza G. Matteotti, piazza delle erbe, mercato. Nazario Sauro, nato a Capodistria, all’epoca territorio dell’Impero austro-ungarico, si arruolò durante la Prima guerra mondiale nella Regia Marina italiana raggiungendo il grado di tenente di vascello e fu catturato nel luglio 1916 durante una missione. Condannato da una corte imperiale austriaca per alto tradimento, venne giustiziato a Pola il 10 agosto dello stesso anno e per tale motivo insignito di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Fu tra le figure più importanti dell’irredentismo italiano e massimo rappresentante di quello istriano.

13.       Reparto fotografico dell’esercito, viale Palmanova, 60-64, Casa Anderloni (fuori itinerario).

14.       Osteria La Ghiacciaia, ritrovo degli irredentisti nella Grande guerra. Spionaggio con piccioni da parte del tenente Arbeno d’Attimis e tenente Max di Montegnacco 1917-1918, portati con idrovolante sulla costa di Porto Nogaro.

15.       Palazzo Toppo Wassermann. Gli ospedali militari e da campo di Udine. L’insediamento nei palazzi e negli edifici pubblici di Udine di numerosi importanti comandi e servizi militari andò di pari passo con la formazione di un vasto sistema di ospedali di tappa, cioè nella zona di guerra di seconda linea, di contumacia cioè di isolamento e di convalescenza.

L’Ospedale delle malattie infettive del Comune di Udine nella borgata 1) Gervasutta dal 1° febbraio 1915 venne ampliato con la costruzione di due altri fabbricati e di un padiglione per l’alto isolamento e ospitò sino al 22 agosto i morbi contagiosi dei civili e dei militari per essere poi trasferito nell’edificio scolastico 2) Dante mentre l’Ospedale Gervasutta assunse le funzioni di Lazzaretto. Nel settembre 1915 la Direzione di Sanità della Seconda Armata dispose l’installazione dei seguenti ospedali militari: 2) Principale in via Pracchiuso; 3) Contumaciale alla Caserma di Cavalleria verso Beivars; 4) Tomadini in via Tomadini nei locali dell´orfanotrofio; 5) Renati in via Tomadini nei locali dell’Istituto Renati; 6) Duodo in via Missionari nel Seminario Arcivescovile; 7) Savorgnan in via Aquileia nella Caserma Savorgnan; 8) Valvason in via Aquileia nella Caserma Valvason, 9) Marco Volpe in via Asilo Marco Volpe; 10) Paderno nelle scuole comunali, 11) Toppo Wassermann in via Toppo Wassermann nel Collegio Toppo; 12) San Osvaldo in borgata San Osvaldo nel manicomio provinciale.

Udine diventa anche una città ospedale per ospitare malati e feriti della guerra. Lo scoppio della guerra trova la Croce Rossa organizzata e preparata e a Udine era già stato indetto un Corso per ottenere il diploma di Infermiera volontaria nel 1914-15 al quale si erano iscritte ben 317 signore udinesi.

16.       Via Gemona. Caserma Comando dei Regi Carabinieri (oggi Educandato Uccellis). Polveriera di S. Osvaldo esplosa del 27 agosto 1917 (fuori itinerario). Palazzo Antonini Maseri, Banca d’Italia, del Palladio 1556. Qui gli Austriaci stampano la carta moneta (corone venete) per i territori occupati.

18.       Biblioteca “V. Joppi”, saccheggiata durante l’occupazione austro-tedesca, 1917-1918.

19.       Monte di Pietà, del 1496, dopo il 1917 sede del Comando delle truppe tedesche. Cappella con affreschi del Quaglio del 1694.

20.       Piazza Libertà, Tempietto dei Caduti. Milite ignoto. Restaurato da Raimondo D’Aronco 1921 e da altri nel 2008. All’interno è collocata una statua rappresentante la Vittoria, opera dello scultore Aurelio Mistruzzi. L’elegante cancello in ferro battuto è di Alberto Calligaris.

21.       Via Manin (studio fotografico Rovere). Piazzetta Valentinis, Albergo San Marco, nel 1914 era rifugio di fuoriusciti giuliani volontari irredenti. Il grand’ufficiale Carlo Banelli e il comandante Ugo Zilli li aiutavano a cambiare identità. Lapide in ricordo. Giardin grande: parate militari e polvere 1915-1918 (arrivo).

Udine, piazzetta Valentinis – Lapide dedicata agli irredentisti della Venezia Giulia, 1914-1917

Trekking – Dati tecnici: km. 3,2; passi 6mila ca.; 160 Kcal; posti a sedere: Loggia del Lionello.

Lapide dei fuoriusciti giuliani

Testo della lapide in piazzetta Valentinis: “Nei giorni dell’angoscia / i fuoriusciti della Venezia Giulia / stretti ai cuori fraterni / da questo asilo imploravano / la redenzione / se stessi e i figli offerendo / alla santa guerra / agosto 1914 ottobre 1917 / G. Valentinis”.

Lapide del Liceo Stellini, Udine

“In questa tranquilla sede / di classici studi / dal giugno MCMXV all’ottobre MCMXVII / il comando supremo / vigilò sull’ultima guerra / massima e radiosa / dell’italico Risorgimento”.

Cenni bibliografici e sitologici

  • Giuseppe Del Bianco, Il Friuli e la guerra, Udine, Istituto delle edizioni accademiche, vol. I, 1937.
  • Alessandro Dudan, La Dalmazia nell’arte italiana venti secoli di civiltà, Trieste – Rovigno, Unione Italiana – Fiume, Università Popolare di Trieste, 1999.
  • Enrico Folisi, Udine: una città nella grande guerra, fotografie e documenti dell’anno dell’invasione austro-tedesca, Udine, Gaspari, 1998.
  • E.R.P. [Elia Rossi Passavanti], “T. Colonnello Cesare Conighi”, «Notiziario della Cavalleria italiana,  Associazione Nazionale», III, n. 12, Roma, dicembre 1957, pag. 4.

Itinerario a cura di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: professori Chiara Fragiacomo, Daniela Conighi, Paola Quargnolo e Giancarlo Martina.

Fotografie di E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Si ringraziano i professori del Laboratorio di Storia dell’Istituto “B. Stringher” di Udine, con particolare riferimento a Giancarlo Martina, per la collaborazione riservata alla struttura dell’itinerario storico e alla cura delle fonti bibliografiche.

Natale del Ricordo 2021 all’Oratorio della Purità, con l’ANVGD di Udine

“Questa messa viene celebrata in suffragio dei giuliani dalmati morti esuli – ha detto don Lawrence – lontani dalle terre natie d’Istria, Fiume e Dalmazia e per tutte e persone morte senza colpa nei tragici eventi successivi alla seconda guerra mondiale”. La cerimonia svoltasi nell’Oratorio della Purità, alle ore 11 domenica 21 novembre 2021, è stata accompagnata dall’Aquileiensis Chorus, diretto dal Maestro Ferdinando Dogareschi, assai apprezzato nonostante le mascherine chirurgiche, soprattutto nell’ultimo canto intitolato “El xe nato el 25”. Come ha detto Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine: “è ripresa così la tradizione del Natale del Ricordo dell’ANVGD di Udine, appuntamento religioso e conviviale molto importante per i soci e i loro amici, portato avanti per decenni dall’indimenticato presidente ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, proprio un bell’evento interrotto solo nel 2020, a causa della pandemia”.

Dall’altare don Lawrence ha aggiunto: “Sia il Signore misericordioso con i defunti, li accolga nella sua Gloria e perdoni gli aguzzini ed i responsabili degli avvenimenti terribili che hanno sconvolto quelle terre e allontanato tante persone che ne portano ancora nel cuore il ricordo”.

La dirigenza dell’ANVGD di Udine, nel rispetto delle normative anti-pandemia, ha ritenuto opportuno proporre il tradizionale appuntamento dell’Avvento che si tiene ai primi di dicembre o a fine novembre nel capoluogo friulano, in piazza Duomo a Udine, sotto gli affreschi di Giovanni Battista e Domenico Tiepolo. La dirigenza dell’ANVGD di Udine intende ringraziare pubblicamente Mons. Luciano Nobile, parroco del Duomo, che ha concesso l’Oratorio della Purità per la cerimonia e il Maestro Dogareschi, per la partecipazione dall’Aquileiensis Chorus al tradizionale incontro degli esuli giuliano dalmati.

Le preghiere dei fedeli, le letture evangeliche sono state tenute dai soci ANVGD: Rosalba Meneghini, la cui mamma era di Rovigno e da Giuseppe Capoluongo, priore della Confraternita del Ss.mo Crocefisso. Tra le preghiere più commoventi si è ascoltato: “Quello giuliano dalmata era un popolo fiero della propria lingua, dei propri usi e tradizioni. Gli sono state tolte le case e il suolo natio, non si perda Signore nel tempo l’identità e il ricordo”. Oppure: “Rasserena o Signore queste anime tristi / per il greve pensiero del bel suolo natio / sappian dare agli eredi che non posson tornare / un ricordo d’amore per le terre lontane / Zara, Pola, Fiume e la diletta Rovigno / la lor patria degli avi dove il cuore han legato / alle case, agli scogli, al mare e alle rocce e all’aure d’un tempo”.

Alle ore 12.30, la comitiva ha affrontato la salita del Castello, per raggiungere la Casa della Contadinanza, dove si è tenuto il pranzo sociale, con antipasto, primo di ravioli di zucca, secondo di carne e verdure, dolce e caffè. C’è stato un servizio navetta per alcuni partecipanti bisognosi del trasporto. Durante il saluto ufficiale della presidente Bruna Zuccolin, sono intervenuti alcuni soci, come ad esempio Bruno Bonetti, vice presidente ANVGD di Udine, con avi di Dalmazia, che ha proposto di fare una fotografia di gruppo sullo scalone del Castello, opera del ‘500 di Giovanni da Udine. La professoressa Elisabetta Marioni, assessore all’Istruzione del Comune di Udine, oltre che aderente all’ANVGD, ha portato il saluto del sindaco Pietro Fontanini e del Consiglio comunale intero, accennando alle varie attività svolte per il Giorno del ricordo nelle scuole.

Udine, Oratorio della Purità – Rosalba Meneghini legge le preghiere dedicate ai defunti d’Istria, Fiume e Dalmazia, accanto a Bruna Zuccolin e Franco Pischiutti. Foto E. Varutti

Ha poi avuto la parola Daria Gorlato, esule da Dignano d’Istria, che ha ricordato l’attività svolta dai soci ANVGD nell’orto-giardino botanico di via Bariglaria, sotto la direzione del dottor Mario Canciani, nato a San Canzian d’Isonzo (GO) nel Villaggio giuliano, con avi di Dignano d’Istria. Per un saluto e un ringraziamento alla dirigenza ANVGD per la attività svolte è intervenuto Enzo Bertolissi, delegato ANVGD per i rapporti con l’importante amministrazione locale di Tarvisio (UD), al confine con l’Austria. In chiusura, prima della consegna di alcuni doni, il poeta Giuseppe Capoluongo, la cui suocera era di Rovigno, ha letto due sue composizioni inedite, una delle quali così intitolata: “Follia / Sormontava il delirio la ragione / vorticosi progetti inanellati / brama rendeva l’uomo essere infame / era scempio dei segni di cultura / sbandierava i suoi sogni la follia / spirava il vento dell’umano orrore / e tra la gente terrore e crudeltà / nell’abominio della sofferenza / dove l’umanità era carente / era un delirio folle in chi lo volle / e tormento sarà in lui l’eternità”. Gli eventi si sono svolti con obbligo di green pass e mascherina coprente naso e bocca.

Testi e Networking a cura di Elio Varutti, Tulia Hannah Tiervo e Sebastiano Pio Zucchiatti. Lettore: Bruno Bonetti. Copertina: I soci sullo scalone del Castello, foto di B. Bonetti. Fotografie di Elio Varutti, Bruno Bonetti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia n. 29 a Udine, telefono n. 324-9817075 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Per altre immagini dell’evento, visitate il sito ufficiale dell’ANVGD di Udine, anno 2021.

Udine, cerimonia per i defunti giuliano dalmati 2021, col vicesindaco e l’ANVGD

Un commosso Loris Michelini, vice sindaco di Udine, oltre che nipote di un esule, ha portato il saluto della Civica Amministrazione alla cerimonia religiosa e patriottica dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine in ricordo dei caduti e dei defunti giuliano dalmati. Il tradizionale evento si è tenuto il 3 novembre 2021, presso la Chiesa del Cimitero di San Vito in Udine.

Si è iniziato con una Santa Messa, alle ore 10.30 in onore delle vittime delle foibe e dei defunti dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Al termine della funzione religiosa, celebrata da padre Lorenzo, si è svolto un corteo e una breve cerimonia presso il Monumento ai caduti giuliani e dalmati, opera di Nino Gortan, del 1990, all’ingresso principale dello stesso Cimitero monumentale, nel rispetto delle norme di prevenzione in vigore anti-Covid19. “Ricordare questi morti, scomparsi in modo così tragico – ha detto padre Lorenzo in chiesa – è celebrare i martiri della vita e della società”. L’ingegnere Sergio Satti, esule di Pola e componente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, ha letto i brani di chiesa,  mentre Elio Varutti ha fatto un breve riferimento storico all’esodo giuliano dalmata e alla paura delle foibe. Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha pronunciato alcune sentite preghiere all’Ascoltaci Signore.

Udine, Chiesa del Cimitero, 3 novembre 2021 – Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine, dietro la bandiera di Fiume ed altri soci alla cerimonia religiosa. Foto Elio Varutti

Oltre alla benedizione, c’è stata la deposizione di una corona di alloro al Monumento, cui è seguita la recita della preghiera dell’infoibato, composta nel 1959 da Monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, preceduta da alcune parole di omaggio del vice sindaco Michelini, della Zuccolin e di Fabiola Laura Modesto Paulon, esule di Fiume e decana dell’ANVGD di Udine. Poi ci sono stati gli squilli di tromba di Silvio Loreti, oriundo di Spalato, oltre che socio ANVGD.

Tra i vari soci dell’ANVGD presenti alle cerimonie si sono notati Bruno Bonetti, con avi di Zara e Spalato e della Brazza, vice presidente dell’ANVGD di Udine, Flavio Fiorentin, di Verteneglio, in Istria di famiglia paterna originaria di Veglia, Bruna Travaglia, di Albona e Fulvio Pregnolato, tutti del Comitato Esecutivo provinciale ANVGD. Poi c’erano Giorgio e Daria Gorlato, di Dignano d’Istria, Eda Flego, di Pinguente, Sandra Drioli Adami, di Isola d’Istria, Walter Stringaro, di Arsia, Chiara Dorini, di Fiume, Luciana Bernes, oriunda di Visignano d’Istria e Alberto Nadbath, con babbo di Abbazia, in rappresentanza del Villaggio giuliano di via Casarsa a Udine.

Udine, Chiesa del Cimitero, l’ingegnere Sergio Satti, classe 1934, esule di Pola e vice presidente ANVGD 1987-2015, impegnato nelle letture religiose durante la santa messa. Foto Elio Varutti

Era presente pure Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, che ha parlato davanti al Monumento, per ricordare le pregevoli iniziative degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Hanno partecipato Antonello Quattrocchi, presidente della Federazione Italiana Dei Combattenti Alleati (FIDCA), Laura Zanelli. presidente dell’associazione “Giulietta e Romeo in Friuli”, nonché l’architetto Franco Pischiutti (ANVGD Udine) recante il labaro del sodalizio.

Ha comunicato la sua adesione all’iniziativa Elisabetta Marioni, assessore all’Istruzione del Comune di Udine. Infine Rosalba Meneghini, del Comitato Esecutivo, ha comunicato il suo appoggio all’evento, inviando i saluti da Rovigno, dove è intervenuta a nome del Comitato ANVGD di Udine alla commemorazione presso quel cimitero istriano. In chiesa sono state esposte le bandiere d’Istria, Fiume e Dalmazia.

Biografia di Nino Gortan. Pittore, scultore e incisore, è nato a Pinguente d’Istria nel 1931 ed è morto a San Daniele del Friuli, nel 2001. L’artista è di famiglia originaria della Carnia stabilitasi a Pinguente in Istria nel 1870. Dal 1950 Gortan è vissuto a San Daniele del Friuli (UD) dove ha realizzato, tra l’altro, i portali del duomo. Ha partecipato alla Biennale d’arte sacra di Bologna. Sue opere sono presenti anche a Montereale Valcellina (PN), Gorizia, Udine e Atene (portali di bronzo del santuario di Sant’Irene). Per il governo del Camerun ha realizzato la statua dell’eroe nazionale.

Udine, Monumento ai Caduti giuliano dalmati, 3 novembre 2021 – Silvio Loreti alla tromba, Loris Michelini, vice sindaco della città e Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine. Foto Elio Varutti

Progetto e ricerca di Elio Varutti, coordinatore del Gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Bruno Bonetti, vice presidente ANVGD di Udine e Girolamo Jacobson. Copertina: Loris Michelini, vice sindaco di Udine, porta il saluto del sindaco in chiesa. Fotografie di Elio Varutti, Bruno Bonetti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Udine, 3 novembre 2021 – La preghiera dell’infoibato con padre Lorenzo