Vi racconterò una storia di Cherso e dei Malabotta

Onorati, pubblichiamo un racconto istriano di Annamaria Zennaro Marsi, intitolato: “Questa volta vi racconterò una storia…”. I suoi brani ci offrono uno scorcio di vita quotidiana nella natia Cherso degli anni passati. C’è la vicenda della famiglia Malabotta, con particolare riferimento, riscoperta e valorizzazione della figura di Manlio Malabotta. L’Autrice ha pure curato le traduzioni dal dialetto istriano in italiano delle poesie dello stesso Malabotta. Dopo Trieste, originali Mostre fotografiche sulla sua opera sono state allestite a Umago, Fiume e Pola. In parentesi riquadrate ci sono rare note redazionali (a cura di Elio Varutti).

Adolfo Levier, Manlio Malabotta, prima metà anni Trenta, olio su cartone, 72,5 x 66,5 cm, Museo Revoltella, Galleria d’Arte Moderna, Trieste (che si ringrazia per la diffusione nel presente blog).

Questa volta vi racconterò una storia. E, come tutte le storie, comincerò con un: c’era una volta un uomo poliedrico, pieno di energia e di entusiasmo, un uomo alla ricerca continua della bellezza e di tutto quello di piacevole che la vita può elargire. Era un uomo affascinato dal mare, dalle coste, dalle isole, dalla natura, ma anche dall’arte, dal collezionismo, dalla fotografia, dalla poesia e dalla cultura in tutte le sue manifestazioni, un uomo che sapeva assaporare la bellezza della vita da lui vissuta in tutta la sua pienezza, forse nella convinzione che la “bellezza salverà il mondo” come aveva fatto dire Dostojevskij ad un personaggio del suo romanzo L’idiota.

Alcuni dei suoi avi, provenienti dalla Romagna, barattavano laterizi, materiale per l’edilizia e sabion in cambio di lana di pecora, olio, sardine e altri prodotti delle nostre fabbriche e della nostra terra chersina. Capitò che, durante una burrascosa tempesta, l’imbarcazione di un suo antenato, venne sbattuta, dalla ferocia delle onde quarnerine, contro la punta Pernata e, alla scoperta dell’affidabile insenatura della nostra Cherso, affascinati dalla sicurezza del nostro porto, sedotti dall’inebriante, balsamico  profumo di salsedine, di salvia e di magrìs (elicriso) , vi trovarono rifugio e decisero di fermarsi.

A riprova di questo avvenimento la restauratrice chersina Antonella Colombis, che si dedicò alla cura della splendida pala della Madonna con Cristo morto del santuario di San Salvador e di altri tesori d’arte delle chiese chersine, trovò in un sotterraneo del Duomo una preziosa icona che raffigurava la Madonna con il bambino, un’Odighitria (Madre di Dio) [dal greco tardo ὁδηγήτρια «colei che conduce, che indica la via»] e, con suo grande stupore, scoprì sul retro un nome. Quel nome, forse un “ex voto”, era proprio Malabotta ed era stato donato dalla famiglia probabilmente per ringraziare la Madonna di averli salvati dalle temibili e terrificanti onde del Quarnero.

Odighitria trovata nel santuario di S. Salvador a Cherso

L’Odighitria regge Gesù, il Dio-Uomo, che non è quel neonato che siamo abituati a vedere nei dipinti religiosi comuni, ma è il Verbo incarnato, un bambinello dal volto di adulto che tiene in mano il rotolo della divina Sapienza. A quei tempi il mare Adriatico era un ottimo galeotto, un rude, adamantino, ma anche mite e misericordioso collante tra le due sponde, quella italica e quella istro-quarnerina e le vie del mare contribuivano a catturare ed amalgamare individui delle più svariate località venete, ma anche romagnole.

I Malabotta diventati, nello scorrere del tempo e delle trascrizioni, Malabotich, percorsero la nostra isola, vennero attratti da altre località molto affascinanti quali Ossero (in passato importante cittadina commerciale poi distrutta dalla malaria), ma anche Fiume e Lussino, dove, nel 1868  nacque Nicolò (il padre di Manlio, il personaggio della nostra storia), che intraprese, come la maggior parte dei Chersini e Lussignani la via del mare, trasferendosi a Trieste, come  tenente e poi comandante di navi del Lloyd.

Mio pare e mia mare   

‘L panorama del Lloyd
de la Dalmazia
da Lussin ‘l scuminzia
par rivar zo
fin a le Boche de Cataro.
Nove metri de carta
Tante ore de vapor.
Se partidi de là.
Vizini ste’ desso
Tra quatro mureti
de zimento
n’t al zimitero…

Manlio Malabotta                                                               

Il figlio Manlio nacque, quindi, a Trieste nel 1907 da madre montenegrina [Mileva Milinovich, di Castelnuovo nelle Bocche di Cattaro] e padre lussignano di origini chersine, frequentò il liceo “Dante Alighieri” dove poté intessere importanti amicizie e contatti preziosi per le sue ambizioni culturali. Fu compagno anche di quella Leonor Fini, pittrice versatile e famosa in campo internazionale, ma anche di altre personalità che lo aiutarono ad ampliare i suoi orizzonti artistici e letterari.

Laureatosi a Padova in giurisprudenza, divenne il più giovane notaio del Regno d’Italia e, dopo la prima sede, a Comeno, gli fu assegnata quella di Montona d’Istria, dove, sempre attratto dalla bellezza delle ricche dimore, scelse la sua abitazione entro le mura di un Castello: “el Castel” dei conti Polesini, arricchendo le stanze di libri e di raffinate collezioni. Suo padre, già nel 1927 aveva chiesto di ripristinare il suo cognome originario e con la Gazzetta ufficiale del 20.1.1928 del Regio decreto n. 39 pag. 689, ripresero il cognome avito di Malabotta.

Era un bell’uomo, elegante, con una capigliatura folta e sempre inappuntabile, gli occhialetti rotondi alla Joyce e la figura snella e ben proporzionata. Si sposò ed ebbe una figlia, il cui battesimo figura su alcune foto esposte nell’interessante mostra, abilmente curata dalla storica professoressa Diana De Rosa, nata De Petris (vi suggerisce qualcosa il suo cognome?). Sì, anche lei è di origine chersina da parte del padre.

Appassionato di arredamento, collaborò a delle riviste tra le quali “Casabella”, scrisse delle poesie dialettali “Diese poesie scrite de novembre e qualche mese, dopo” ed altre composizioni poetiche. Si dedicò alla fotografia con un’intuizione attualissima dei soggetti e degli sfondi. Fotografò con la sua ottima Leica la sua Istria, il mare con tutte le sue implicazioni, cordami, dettagli di imbarcazioni, rottami di un cantiere navale, sfondi impensabili per l’epoca (eravamo intorno agli anni 1937-39), un’anticipazione del Neorealismo. Anche scene di vita familiare, ritratti di amici e le incredibili e sensazionali parti di interiora e di viscere che catturò in un macello, quasi a simulare dei fondi marini e degli ondeggiamenti di quel mare per il quale provava una sviscerata passione.

La tranquillità e il benessere della sua vita vennero però sconvolte dalla guerra e, come tanti di noi, dovette subire nel 1943 l’esodo. Una fuga repentina che lo costrinse ad abbandonare precipitosamente il suo castello, i suoi amici, le sue raccolte, i suoi libri (ce n’erano ben settemila) e si rifugiò a Roma, la città che con la sua ricchezza di opere d’arte avrebbe potuto dargli il massimo del godimento estetico, ma anche lo sconforto e la solitudine della grande città.

‘L castel (1943)

La mia casa

iera ‘n castel

co’l ponte levatoio.

Ghe se ga rota

la cadena

e xe ‘n via vai.

Musi bruti e bei

curiosi

come se i girassi

in t-un museo.

Gnanca ‘n postisin

me xe restà,

pa’i sogni…

Esodo inaspettato, che sconvolse tutti i suoi progetti presenti e futuri e dovette, come tanti di noi esuli, reinventarsi la sua vita, cercare una nuova abitazione, farsi nuove amicizie con le quali intrattenere gli scambi culturali di cui aveva bisogno, staccarsi dalle sue sicurezze e dalle sue ambizioni.

Porta che queste chiavi

aprono lontano,

racchiudi e chiudi il mio mondo

che più non esiste. (dal Taccuino del 1944).

Chiese anch’egli il rimborso dei beni abbandonati, il recupero dei suoi libri e delle sue collezioni e per qualche anno la sua vita risentì dello scossone e della convulsione generata dal cambio di rotta, finché, dopo un intervallo di disagi e tribolazioni, la sua professione di notaio gli permise il trasferimento a Montebelluna, nel Trevisano, dove rimase quasi 30 anni.

La sua nuova vita riprese sempre con la nostalgia di quelle terre che erano state dei suoi avi e nei confronti delle quali nutriva un’attrazione profonda. Appena poteva costeggiava con la sua barca a vela, le isole del Quarnero e quelle dalmate, si immergeva in quel mare in apnea quasi per assaporare quel mondo sottomarino che considerava la sua linfa.

Le crose

Nane picio                                        Pa’ le strade

che sonava                                      che’l passava i muli,                              

in ciesa a Ossero                             crose de paia

ghe ga imparà                                  o de rameti

leger e scriver                                  i ghe seminava

a mio pare e a mi,                           e lu –atento-

de seconda man,                             co’ pìe le disfava

‘na sua stroligheria.                       convinto del cambiarse el destin

                                                           co’ sta mania.

                                   Anca mi,

                                   verto a ogni superstizìon,

                                   volessi solo co’ ‘l pìe

                                    poder disfar tute le crose che me trovo davanti

                                    e qualche volta ghe riesso.

Le sue amicizie si dilatarono sempre più e le sue collezioni si arricchirono di quadri di famosi pittori, ma anche di scultori del tempo: Mascherini, Martini e poi molti de Pisis (fino a raccoglierne 58), Morandi, Nathan e altri noti artisti e letterati soprattutto triestini. Un’ottima mostra, intensamente voluta e realizzata con lodevole perizia e caparbietà dalla signora Franca Fenga Malabotta, è stata realizzata al “Magazzino delle Idee “ di Trieste, con l’esposizione di numerosi dipinti, fotografie, sculture, disegni [nel 2013].

Volle ritornare a Trieste e, questa volta, elesse il suo domicilio in un palazzetto costruito dall’architetto Boico, arredato su sue indicazioni e secondo i suoi desideri e canoni di bellezza, prestabilì una degna collocazione per i suoi quadri preziosi, per i suoi libri (più di 10.000) che occupano metri e metri di parete al piano superiore di un lussuoso appartamento da dove poteva immergersi e gioire, come dalla tolda di una nave, dell’incanto dell’adorato mare, delle coste di quell’ultimo lembo d’Istria che gli permetteva di sognare la nostra isola come un’evocazione ideale ormai lontana.

Poté immergersi nella bellezza raffinata e nobile dell’arte che innalza lo spirito,  che accomuna gli animi nel piacere, nel buon gusto, creando un’armonia interiore collettiva, una ricerca dell’Assoluto, quasi un’intuizione di Dio. Manlio Malabotta poté assaporare per pochi mesi questa estasi estetica, in quanto la sua avventura di vita si concluse pochi mesi dopo, nel 1975, a 68 anni.

De sta picola storia

resta desso i muri

de la tua casa in Istria.

le sue finestre

-oci svodi-

varda tuta ‘na vale

e’l ziel.

Invito alla mostra Manlio Malabotta, fotografie, dal 31 maggio al 30 giugno 2019, Galerija Makina, Pola/Pula, Istria, Croazia. Immagine dal web

Le Mostre a Trieste su Manlio Malabotta

A Trieste, sono state recentemente dedicate alle collezioni di Manlio Malabotta (1907-1975) due mostre. La prima “Malabotta e le arti”, inaugurata l’8 di dicembre 2013 al “Magazzino delle idee” situato nel porto vecchio di Trieste e ottimamente ristrutturato, comprendenti opere grafiche e pittoriche di De Pisis, provenienti dal museo di Ferrara (al quale vennero donate nel 1996 dalla moglie signora Franca). Poi ci sono dipinti, sculture, fotografie tuttora presenti a Trieste in cui figurano anche alcune opere di  Martini, Morandi, Carmelich, Nathan, Bolaffio, Fitke, Maccari, Leonor Fini e Longanesi ai quali si aggiunge il bel ritratto di Levier. L’esposizione, che qualcuno si è augurato rimanesse permanentemente aperta, è stata promossa e realizzata dalla collaborazione di vari Enti Culturali e il contributo della Fondazione CRTtrieste. Numerosi interventi di personalità della cultura e delle arti hanno contribuito a ricostruire il carattere, la versatilità dei suoi interessi e il suo valore, non solo quale collezionista di dipinti, libri preziosi, di appassionato fotografo, ma anche come studioso, critico, poeta, giornalista ben inserito nell’ambiente culturale dell’epoca con ottima capacità di contatti relazionali.

La seconda mostra dedicata a Malabotta fotografo (2014) e curata dalla storica professoressa Diana De Rosa è stata ambientata nel museo dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI) di via Torino e ha portato alla luce due fotografie, pubblicate nel 1937, sulla rivista “Omnibus” di autore sconosciuto e ora rivelato, dopo 35 anni, grazie alla moglie che ha fatto emergere dall’oblio una quarantina di rulli formato Leica.

Le foto esposte a Trieste hanno rivelato altri dettagli della sua vita in Istria, ma soprattutto hanno evidenziato un fotografo di alta qualità con ambientazioni molto interessanti, sfondi impensabili a quell’epoca, gusto delle inquadrature e dei soggetti che fanno di lui un apripista tra i più prestigiosi “scrittori di luce”.

                                               Annamaria Zennaro Marsi

Traduzioni delle poesie in lingua italiana

Mio padre e mia madre – Il panorama del Lloyd (sottintende Triestino di navigazione) / della Dalmazia, / comincia da Lussino / per scendere giù fino alle Bocche di Cattaro / Nove metri di carta (documenti) / E tante ore di vaporetto. /  Voi siete nati là. / Ora siete accanto, tra quattro muretti di cemento. / dentro al cimitero.  

Le croci – Nane picio (soprannome: Giovanni piccolo) / che suonava in chiesa a Ossero / ha insegnato a leggere e scrivere / a mio padre e a me di nascosto, / una stregoneria. / Per le stradine dove passavano gli asini, / venivano sparse delle croci di paglia / oppure dei rametti (per indicare il percorso) / Lui, pronto, con i piedi le toglieva / convinto che con questa sua mania / cambiasse il suo destino. / Anch’io, / aperto ad ogni superstizione / vorrei, solo con i piedi, / poter distruggere tutte le croci, / che mi trovo davanti / e qualche volta ci riesco.

Il Castello (di Montona d’Istria 1943) – La mia casa. / era nel castello / con il ponte levatoio. / Si è rotta la catena (che lo teneva chiuso). / E ora è tutto un via vai. / di facce brutte e belle di curiosi, / come se girassero in un museo. /  Neanche un posticino mi è rimasto / per i miei sogni.

Di questa piccola storia, ora restano solo i muri / della tua casa in Istria e le sue finestre / (come) – occhi vuoti- / guardano tutta la valle e il cielo.

Annamaria Zennaro Marsi, nel 2022, mentre ritira il Premio ‘Tanzella’ per il libro Vita a Palazzo Silos

Bibliografia essenziale

– Manlio Malabotta, La presa di Trieste o il gioacchino, Milano, Scheiwiller, 1968.

– M. Malabotta, Diese poesie scrite de novembre e qualche altra, dopo, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1968.

– M. Malabotta, L’opera grafica di Filippo De Pisis, Milano, Edizioni di Comunità, 1969.

– M. Malabotta, Fiori de nailon, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1971.

– M. Malabotta, No ghe xe sol, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1977.

– M. Malabotta, Tutte le poesie in dialetto triestino, a cura di Diana De Rosa, prefazione di Vittorio Sereni e due scritti di Paolo Bernobini, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 1990.

– Lorenzo Nuovo, Manlio Malabotta critico figurativo: regesto degli scritti (1929-1935), Trieste, Società di Minerva, 2006.

– Simone Volpato, Venezie d’inchiostro e di carta. La biblioteca di Manlio Malabotta, Dueville (VI), Ronzani, 2021.

Biografia dell’Autrice – Annamaria Zennaro Marsi, nata a Cherso nel 1939, sotto il Regno d’Italia, è esule a Trieste. Ha collaborato col periodico della Comunità Chersina (2004-2017), ha pubblicato Vita a Palazzo Silos, edito da Bora.la di Trieste, nel 2021, che ha ricevuto la menzione d’onore al Premio letterario ‘Gen. Loris Tanzella’ 2022 di Verona. Collabora con “El Cinciut”, pagina dialettale de «Il Piccolo» di Trieste. Nel libro Vita a Palazzo Silos, descrive le sue vicissitudini nel Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule al Silos dal 1948 al 1955. Ricordiamo che l’isola di Cherso, nel 1936, contava 8.617 abitanti residenti, di cui 3.502 a Cherso. Dal 1991 l’Isola (Cres) è della Repubblica di Croazia. (a cura di Elio Varutti).

Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi. Altre immagini da Collezione privata. Si ringraziano per la collaborazione riservata Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo.

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettori: Paola Quargnolo. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e ANVGD di Arezzo. Copertina: Disegno del Convento di S. Benedetto delle Monache e una parte della città di Cherso. Collez. privata. Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

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Esodo dei Mladossich da Montona a Laterina e Marina di Carrara, 1949-1959

Partivano tutti a Montona e siamo venuti via anche noi – ha detto Pier Paolo Mladossich – perché il regime di Tito nazionalizzava le terre, perciò mio nonno Pietro, classe 1866, e i miei genitori hanno deciso così”. Com’è stato il vostro esodo?

Era il mese di febbraio 1949, io ero un bambino – ha continuato – ma mi ricordo il camion, dopo che i miei avevano scelto l’opzione, il nonno e io stavamo davanti, invece la mamma Pia Linardon e mio papà Francesco stavano dietro con le masserizie probabilmente fino a Erpelle Cosina (in sloveno: Hrpelje), poi a Trieste, non ricordo il Campo profughi, forse sarà stato il Silos, dove finivano tutti gli esuli, da là ci hanno destinato al Centro Raccolta profughi (Crp) di Laterina, in provincia di Arezzo, tra decine di baracche”. Che fine hanno fatto le masserizie?

Montona, stazione della ferrovia, anni 1920-1930. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Non so che giro hanno fatto le masserizie – è la risposta – so solo che poi sono arrivate a Marina di Carrara, penso a tutte quelle che ci siamo portati dietro con il camion: letti, armadi, macchina da cucire, vettovaglie varie, orologio a pendolo, attaccapanni in ferro stilizzato, barometro (esposto ora in casa mia), dentro a cassoni con cognome e nome, oh! che roba”.

In effetti Mladossich Pietro e Francesco risultano nell’Elenco alfabetico profughi giuliani del Comune di Laterina, al fascicolo n. 1.072, come pure Linardon Pia. Secondo tale registro tutti risultano usciti dal Crp “il 12 dicembre 1958” per la nuova residenza di Carrara, ma c’è un errore, perché la famiglia Mladossich abbandona Laterina nel 1950, come è scritto nei loro documenti e come conferma il signor Pier Paolo: “Veramente dopo un anno passato a Laterina ci hanno trasferito nel Crp di Marina di Carrara, in provincia di Massa Carrara, per avvicinarci ai nostri parenti – ha spiegato Mladossich – era il mese di maggio del 1950 e siamo rimati lì per nove anni. Ho una fotografia dell’asilo nel Crp di Laterina, io sono il terzo in basso a sinistra, eravamo oltre 30 piccoli. Ho un’altra foto con la processione e le baracche. Mio nonno Pietro nel 1958 è morto nel Crp di Marina di Carrara, ma di recente ho fatto traslare i suoi resti umani, perché li ho voluti vicino a quelli dei miei genitori qui a Mestrino, in provincia di Padova in un unico sepolcro”.

Montona 1944, matrimonio di Francesco Mladossich e Pia Linardon. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Si nota dai passaporti provvisori dei suoi familiari che c’è stato il transito per il Centro smistamento profughi di Udine, con la firma del Direttore Luciano Guaita, in data 9 febbraio 1949. Come mai poi siete passati dalla Toscana al Veneto? “Mio padre ha ricevuto un indennizzo per i beni abbandonati, grazie all’interessamento di padre Flaminio Rocchi – ha spiegato il testimone – così ci dissero che dovevamo andar via dal Crp. Allora i miei hanno pensato alla zona di Padova, dove ci sono dei parenti, gli Stefanutti, così ci siamo stabiliti a Mestrino. Era il 1959”.

C’è qualche altro ricordo del nonno Pietro Mladossich? “Era un contadino con terra e animali da allevamento – ha risposto Pier Paolo – mi hanno detto che con dei risparmi aveva comprato delle quote dei Bagni di Santo Stefano, siti a Livade, allora oggi si direbbe che era un imprenditore a tutto tondo, ma per i costi eccessivi fu costretto a vendere la sua parte al marchese Gianpaolo Polesini di Parenzo. Il nonno aveva sposato la sorella del prete e aveva anche un’osteria vicino alla stazione del treno a scartamento ridotto, soppresso negli anni ’30, dove faceva buoni affari. Poi c’è un altro fatto che voglio raccontare. Nel Ventennio c’era la legge per italianizzare il proprio cognome istriano, così il nonno e suo fratello, dato che ‘Mlado’ in croato vuol dire ‘giovane’ pensarono di cambiare il cognome Mladossich in ‘Giovannelli’. Quando mio nonno Pietro si recò in Municipio per il cambio, gli risposero che non era possibile, perché suo fratello aveva da poco italianizzato il cognome in ‘De Marianna’ in onore di un’antica ava, così nonno Pietro si infuriò e mantenne il cognome Mladossich”.

Montona 1945 – “anno della mia nascita, a Montona davanti alla nostra casa (località vicino alla vecchia stazione del treno a scartamento ridotto, soppresso negli anni ‘30), mio nonno Piero 82enne seduto, mio padre, Francesco 50enne e mia madre, Linardon Pia 41enne con me in braccio”. Didascalia originale e collezione Pier Paolo Mladossich.

Come vi siete trovati tra le baracche del Crp di Laterina? “Non ricordo – è la replica – ma da quello che mi raccontavano i genitori e il nonno, non bene, le varie famiglie erano divise solamente da coperte che facevano da parete, non ricordo il resto”.

Nel 1950, come si legge nei vostri passaporti provvisori, il Direttore del Crp di Marina di Carrara è Silvio De Paoli che, dal 1951, dirige poi il Centro smistamento profughi di Udine, nella ex-GIL, attivo dal 1947 al 1960, con oltre 100 mila transiti. Com’era il Campo profughi di Marina di Carrara?

Nel Campo profughi di Marina di Carrara, ex colonia Balilla, in muratura – ha aggiunto Mladossich – ci diedero due ambienti, al piano primo, vicino alla sorella di mia madre, il primo adibito a cucina e con il letto di mio nonno, il secondo adibito a camera con letto matrimoniale e il mio letto. Situato a 500 metri dalla spiaggia, io come bambino ho vissuto anni belli, non credo lo stesso per i miei genitori e mio nonno, morto nel 1958 a 92 anni”.

Lei è socio dell’ANVGD? “Sì certo, sono socio da diversi anni dell’Associazione, Comitato Provinciale di Padova – ha detto, con orgoglio – dove ho conosciuto la presidente Italia Giacca, di Stridone di Portole, con la quale di recente ci siamo recati a Montona in ricordo di Giorgio Zaccariotto, suo marito, nato a Montona e di recente scomparso”.

Allora è ritornato a Montona? “Sì, proprio poco tempo fa – ha concluso Mladossich – lì ho conosciuto i membri della Comunità degli istriani, il signor Pissack presidente, la signora Germani Silvia e la signora Loredana, persone simpatiche e impegnate a ricordare la storia di Montona”.

Fonte orale – Pier Paolo Mladossich, Montona 1945, vive a Mestrino (PD), intervista di Elio Varutti al telefono del 26-28 settembre 2022 ed e-mail del 27-29 settembre 2022, con contatti preparatori di Claudio Ausilio.

Collezione privata – Pier Paolo Mladossich, Mestrino (PD), fotografie e documenti personali.

Ringraziamenti – Per il contributo alla ricerca si ringraziano il generale Massimo Dal Piaz, di Chiusi della Verna (AR) e Paolo De Paoli, di Roma.

Archivi consultati – La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio aretini è stata effettuata nel 2015 e 2022 a cura di Claudio Ausilio.

– Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, pp. 1-78, ms.

Tessera n. 104 dell’Associazione Nazionale per la Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Massa e Carrara del 1° agosto 1952 di Francesco Mladossich, firmata dal presidente provinciale Giovanni Tonsi. Collezione Pier Paolo Mladossich.

Bibliografia

– FLAMINIO ROCCHI, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma, 1990.

– FLAMINIO ROCCHI (a cura di), L’Istria dell’esodo. Manuale legislativo dei profughi istriani, fiumani, dalmati, Roma, Difesa Adriatica 2002.

– ELIO VARUTTI, La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963, Firenze, Aska, 2021.

Foto di gruppo al Crp di Marina di Carrara. Collezione P.P. Mladossich

Note – Progetto di Claudio Ausilio (ANVGD di Arezzo). Testi e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Maria Iole Furlan e E. Varutti. Lettori: Pier Paolo Mladossich (ANVGD Padova), Claudio Ausilio, Rosalba Meneghini (ANVGD Udine) e il professore Stefano Meroi. Copertina e fotografia qui sotto: Laterina Crp 1949, anno del nostro regolare esodo di febbraio, qui con i bambini dell’asilo e le maestre nel Crp. Io seduto, il terzo da sinistra. Didascalia originale e Collezione Pier Paolo Mladossich.

Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine, ANVGD di Arezzo. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Montona, Pier Paolo Mladossich all’età di 2 anni. Collezione P.P. Mladossich

Cherso, la raccolta dei grisantemi, fiori di piretro, anni ‘30

Ringraziamo Annamaria Zennaro Marsi per questo pittoresco squarcio di vita quotidiana a Cherso negli anni 1930-1940. Il brano contiene oltre che degli esclusivi spunti di storia e di economia, molte affascinanti tracce di vita comunitaria. L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Botterini, Bracco, Samani, Corso Regeni), si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata. Ecco le parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Nuvole scure e minacciose stavano avanzando rapidamente dal mare, folate di vento sollevavano la polvere del Prà che s’infiltrava fin dentro le mura e nei clanzici (vicoli) facendo sbandare i vasi delle aspidistre che adornavano le scale fino alle baladore [poggioli, NdR]. Tutt’intorno lo sbatacchiare di scuri spalancati e un turbinio di voci concitate di Chersine che correvano frettolose. Era un inaspettato neverin (burrasca improvvisa) di primavera inoltrata che, sopraggiungendo velocemente, creava un fuggi fuggi generale.

Si coglieva nelle voci la preoccupazione per il bucato steso al sole, per le finestre lasciate aperte, per le barche mal legate agli ormeggi in purpurela (moletto a protezione dei porticcioli), per quelle in alto mare che riducevano velocemente le vele, per i bambini che si rincorrevano imprudenti lontano dai portoni delle case e, sicuramente non ultima, l’apprensione per il grisantemo, che doveva essere immediatamente protetto dalla pioggia in arrivo: “Maia moia, me se bagnarà el buhaz!” Era l’esclamazione ricorrente. (Buhàz = piretro, crisantemo. Maia mòia, me se bagnarà el buhaz!  = Mamma mia, mi si bagneranno i grisantemi!).

Fin da piccola avevo notato che in Prà e in piazza, ma anche in altri luoghi di Cherso, in Fortezza, in alcune piazzette e perfino sulle rive venivano stesi, al riparo dal vento, dei grandi sacchi coperti di fiori bianchi. Agli angoli e anche al centro dei lati venivano posti dei sassi che servivano a fermare il telo in caso di vento improvviso. Vi rimanevano per parecchi giorni e, quotidianamente, più volte, venivano smossi, rigirati e arieggiati per impedire che si formasse dell’umidità o della muffa.

Il suono delle campane a mezzogiorno rammentava a tutti uno degli appuntamenti giornalieri per rimestare i fiori. Ogni sera venivano prelevati e ogni mattino riportati al loro posto. In caso di pioggia, dopo aver allontanato velocemente con il piede i sassi e, afferrato i quattro lembi del telo, si appoggiava l’involucro su una spalla, a mo’ di sacco, e lo si portava al coperto per impedire che i fiori si bagnassero. Tornato il sereno tutto ritornava come prima. Ciascuno rimetteva al suo posto i crisantemi, utilizzando gli stessi sassi per fermarlo. Non si poteva barare, né appropriarsi di spazi altrui, pena musi lunghi e sonori litigi.

In quei giorni ciascuno doveva badare anche che le galline non andassero a razzolare sopra i fiori alla ricerca di qualche semino commestibile o che qualche malignaso (dispettoso) ragazzino non sparpagliasse i fiori fuori dal telo.

Il rito si ripeteva ogni anno e permetteva alle Chersine, ma anche ai Chersini, di racimolare qualche liretta per arrotondare il magro bilancio familiare. La nonna Meniga [diminutivo di: Domenica] mi raccontava che già lei, da adolescente, con il polic sulla testa per ripararsi dal sole, andava con la sorella Maria sotto Smergo, a Grabar e in altre località collinari esposte al sole a raccogliere i grisantemi, dove i campi si ammantavano quasi miracolosamente di bianco. Visti da lontano sembravano immacolate piste da sci di un’ultima neve di primavera, ed invece, su steli lunghi ed eretti, erano sbocciate le margherite dalle candide corolle che incorniciavano un vellutato soffice bottone giallo.

Cherso, il porto interno e la piazza Vittorio Emanuele; da qui partivano le imbarcazioni coi capolini di piretro per Fiume. Da notare il Leone di San Marco sulla Torre dell’Orologio. Cartolina degli anni 1930-’35, collezione privata

Un po’ di ecologia

Si trattava di crisantemi “cinerariae folium”, una specie primaverile perenne, nel senso che dopo la semina potevano riprodursi anche per 20 anni e i cui capolini venivano polverizzati e preziosamente trasformati in un insetticida biologico: il piretro un antiparassitario naturale che, appena nel dopoguerra, sarebbe stato sostituito da prodotti chimici.

Le mamme, ma anche le nonne e le ragazzine, come richiamate da un avvenimento atteso e puntuale, portando seco dei sacchi vuoti, si incamminavano verso quelle bianche mete con il desiderio di riportare a casa un nutrito bottino di fiori. Ricordo che la mamma aveva cucito sulla parte anteriore della traversa [grembiule] una capiente tasca e, giunta a destinazione, aveva appoggiato sul terreno un grande sacco, arrotolandone la bocca verso l’esterno, in modo da inserire più fiori possibile ed in minor tempo. Era velocissima: con l’indice e il dito medio della mano formava una forcella, mentre il pollice sovrapposto all’anulare e al mignolo imponeva alla mano maggior forza nello strappo. Zac-zac, via… un fiore dopo l’altro finivano nella tascona ed era capace di usare tutte e due le mani contemporaneamente in un sincronismo ritmato e veloce e, quando la scarsela [tasca] era piena, la vuotava nella bocca larga e arrotolata del sacco.

Lo strattone, secco, avveniva verso l’alto e lo stelo rimaneva eretto, ma monco della sua corolla. Il colore bianco man mano spariva, lasciando sui campi devastati, come dopo una battaglia, il grigio cenere degli steli e delle foglie.

Pampe de fogo

Schene brustolade

Morte de bianchi fiori

Sudor amaro e canti de cicale

Sachere distirade

Oro che ’sol scurisse

e fa lesiero

le done inzenociade

se sfinisse

come per invocar

grazia divina.  

                          Aldo Policek

Era un lavoro corale, come corali erano anche i canti che risuonavano in lontananza. Canti che erano frequenti nelle donne durante i lavori domestici, durante la vendemmia e in tutte quelle occasioni che le aiutavano ad alleviare la fatica, trasformandola in un gioco gradevole, soprattutto se garantiva anche un fruttuoso e proficuo tornaconto.

Erano instancabili quelle Chersine e dopo aver raccolto il maggior quantitativo possibile di crisantemi e, quando i sacchi erano pieni, li sollevavano sulle spalle e se ne ritornavano contente a casa, pronte a distirar (stendere) i fiori negli spazi prestabiliti. Nei giorni successivi li rigiravano più volte, per farli asciugare, ma non troppo, per non ridurre eccessivamente il peso, rischiando di far diminuire il loro guadagno.

Dopo circa 15-20 giorni di asciugatura, arrivava il giorno della consegna che avveniva in alcuni centri di raccolta. La mamma li consegnava in via Turion, a destra del Pecrìs, quella stradina che conduceva al Zimitero [Cimitero] e metteva noi bambine in fila per non perdere il posto. Non era piacevole star lì al sole e al caldo, ma soprattutto dover resistere al forte odore sgradevole che esalavano quei fiori ormai rinsecchiti, puzza che irritava la gola, che si diffondeva nei dintorni e che permaneva nelle narici per molto tempo, tanto da sentirsela addosso come se uscisse dai pori della propria pelle. Qualcuno non sapeva neanche come venissero impiegati quei capolini di piretro, ormai secchi che venivano spediti prima a Fiume con il vaporetto e poi anche a Milano, per essere macinati, polverizzati e infine venduti e usati come provvidenziale antiparassitario.

Il loro utilizzo era davvero prezioso. Infatti il piretro naturale non era dannoso per gli animali né per le persone. Eliminava solo gli insetti sui quali veniva spruzzato, lasciando integri quelli benèfici ed essendo degradabile, in due giorni esauriva automaticamente il suo effetto. Importante era utilizzarlo di sera, quando ormai il sole era al tramonto, altrimenti la troppa luce e il calore avrebbero annullato la sua efficacia. Nel luogo di raccolta, gestito dal signor Filipas, c’era una grande pesa e, man mano che i sacchi con il loro contenuto, ben fracà [pressato] venivano appoggiati e misurati, si riceveva il compenso, che era comunque sempre inferiore alle aspettative, con conseguente brontolio, rugnade [grugniti] e malcelata insoddisfazione da parte delle raccoglitrici che temevano sempre qualche irregolarità nei pesi. Anche ai fusti, assemblati in fasci e poi ridotti a pezzetti, veniva riconosciuta qualche, se pur minore, remunerazione. Nonostante il magro corrispettivo, rapportato all’impegno che richiedeva la raccolta, quasi tutti i Chersini erano pronti a sfruttare e ad usufruire in tutte le primavere successive, da maggio a metà giugno, del dono provvidenziale che il Cielo elargiva al paese.

La guerra interruppe questo fiorente e florido commercio e, a Cherso, la raccolta del piretro fu definitivamente abbandonata. In seguito venne introdotto il DDT, un insetticida chimico, un prodotto di sintesi molto più potente, nocivo agli animali e anche agli uomini, ma molto più comodo ed efficace che sarebbe riuscito a debellare, oltre agli insetti nocivi, i pedoci [pidocchi] così diffusi tra i soldati in guerra e sui capelli dei bambini, i pulisi [pulci] e i zimesi [cimici] che proliferavano nelle suste (reti) dei letti e, soprattutto la zanzara anofele responsabile della malaria nelle zone paludose e malsane.

Ricordo che quasi tutte le famiglie disponevano di quella pompetta cilindrica, metallica, con pistone a spinta dal pomello di legno, che faceva uscire da una scatoletta di latta il liquido insetticida, il flit.

Veniva usato quasi come un trastullo, anche con eccessiva generosità, finché anche le acque dei fiumi e dei mari vennero contaminati da quel veleno non degradabile, nocivo anche ai pesci e alle piante marine, per cui l’uso, intorno agli anni settanta, venne definitivamente proibito e sostituito da altri ritrovati chimici.

Come in tutti i corsi e ricorsi della vita e della storia, oggi si cerca di ritornare agli insetticidi naturali e i fiori del piretro vengono ancora coltivati in Australia, Tasmania, in Kenia e altri paesi africani. Il loro raccolto viene effettuato da macchine con forcelle meccaniche e non più dalle dita abili e operose delle donne, che, come le Chersine, con i movimenti cadenzati di un direttore d’orchestra, staccavano verso l’alto le bianche corolle dei fiori del piretro che adornavano, come un dono provvidenziale e prezioso, in primavera, le campagne di Cherso.

Non sentivano la fatica, né il sole che le faceva sudare, perché era troppo forte l’intento di guadagnare qualche soldino, un piccolo regalo dalla sempre perfetta, generosa e saggia natura alle interessate e sparagnine [risparmiatrici] nonne, bisnonne e trisavole, fiere ed orgogliose di poter contribuire alla magra e difficile economia familiare.

Annamaria Zennaro Marsi

Cenni biografici dell’autrice – Annamaria Zennaro Marsi è nata in Italia a Cherso, provincia di Pola, allo scoppio della Seconda guerra mondiale ed è vissuta nell’isola fino al 1948, anno dell’esodo. La provincia di Pola dal 1947 è annessa alla Jugoslavia. Dal 1991 fa parte della Repubblica di Croazia. La Zennaro Marsi ha riferito in un suo libro l’infanzia gioiosa e tormentata del periodo bellico in un luogo ricco di tradizioni e di storia. Poi è giunta al Campo profughi del Silos a Trieste. Nel 1949 è stata in esilio per quattro mesi in Danimarca, dove i bimbi dell’esodo venivano accolti e nutriti da famiglie volenterose, pur di non lasciarli nei disagevoli campi profughi.

Sposata, madre e nonna, ha dedicato la sua vita alla famiglia, alla scuola, ai viaggi e ai suoi numerosi hobby fino al pensionamento. Ha collaborato per molti anni al giornale della Comunità chersina, per proseguire con i ricordi dell’esilio e della vita al Silos, in cui è stata ospite per 6 anni: “il palazzo con l’anima di carta, cartone e legno sito in piazza Libertà a Trieste”. I box, delimitati da tavole di legno “preparati per accogliere le numerose richieste e i continui arrivi di profughi e sfollati, erano insufficienti – ha spiegato Annamaria Zennaro – per cui ci venne assegnato, provvisoriamente, uno spazio vuoto di circa 16 mq, buio, senza finestre, adiacente a quello di altre due famiglie, delimitato sul fondo da una parete e completamente aperto davanti, con la possibilità di appendere su una corda, già predisposta, delle coperte grigie per tutelare la nostra privacy”.

Il suo recente capolavoro si intitola: Vita a Palazzo Silos, edito nel 2021 da White Cocal Press, del costo di 12 euro, si trova in tutte le librerie di Trieste e dintorni, nonché online su Amazon, sia in formato cartaceo che ebook.

Nei blog dell’ANVGD di Udine abbiamo avuto il piacere di pubblicare dei suoi articoli, come: “El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso” nel 2021 e “Il mio esodo: angoscia dell’abbandono!” nel 2022, rilanciato pure dall’ANVGD nazionale di Roma.

Biografia del poeta Aldo Policek, de Pitor (Cherso 1923 – Jesolo 1998) – Nato a Cherso nel 1923, compie gli studi magistrali all’Istituto “Scipio Slataper” di Gorizia (1934 – 1941) ottenendo il diploma di maestro elementare. Partecipa alla seconda guerra mondiale e dopo l’8 settembre 1943 combatte nelle formazioni partigiane fino al 1945. Dopo aver insegnato fino al 1949 nella scuola italiana di Cherso, deve scegliere tra la cittadinanza italiana o jugoslava. Sceglie l’Italia e la via dell’esilio. Nel 1950, passando dai campi  profughi di Gorizia e Udine, arriva con la famiglia a Mestre (VE). Nei due anni di permanenza in questa città insegna ai detenuti analfabeti del locale Carcere Circondariale; nel 1953 è vincitore di concorso pubblico per un posto di insegnante elementare a ruolo presso la Scuola Elementare di Jesolo (VE), dove si trasferisce con la famiglia. Vincitore di numerosi premi di poesia ed in particolare del concorso “Dialetti da salvare” indetto dal Lions Club e dalla città di Vittorio Veneto (1985), segnalazione XI Concorso Poesia dialettale in Piazza (Muggia 1985),  segnalazione alla 3^ Edizione Premio Poesia D’Annunzio (Versi sciolti) Città di Jesolo (1995), 1° Premio Concorso artistico di Poesia – Associazione Giuliani (Sidney) e  due volte finalista al Premio Nazionale di poesia “Giacomo Noventa e Romano Pascutto” di Noventa di Piave.  

Ha collaborato con giornali e riviste fra cui: Pagine Istriane, rivista trimestrale organo del Centro di Cultura Adriatica; L’Arena di Pola, settimanale di esuli di cui è stata ripresa la pubblicazione nel 1947 a Gorizia; Comunità Chersina, foglio trimestrale dell’Associazione “Francesco Patrizio”, con sede a Trieste; Il Gazzettino di Venezia per la terza pagina. Tutta la sua produzione in versi è stata raccolta nell’opera omnia “Le poisie in dialeto chersin de Aldo Policek de Pitor” e edita dalla Comunità Chersina, a cura di Luigi – Gigi Tomaz nel 2012. Muore a Jesolo (VE) nel 1998.

Ennio Zangrando, Esodo, olio su tela, cm 70×50, 2021, courtesy dell’artista.

Autore principale: Annamaria Zennaro Marsi. Commenti al testo e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e Elio Varutti. Lettori: Annalisa Vucusa (ANVGD di Udine) e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Donne di Cherso, 1920, fotografia della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi. Per l’opera pittorica siamo grati a Ennio Zangrando, artista di Trieste, figlio di una profuga di Pirano. Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Il mio esodo: angoscia dell’abbandono! di Annamaria Zennaro Marsi

Ecco uno struggente racconto di Annamaria Zennaro Marsi, di Cherso. La ringraziamo per questo originale pezzo di storia d’Italia del 1948. È quella storia negata, offesa e messa in silenzio perfino dagli storici più quotati. Certi esuli hanno potuto parlare liberamente solo dopo la legge del Giorno del Ricordo, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come il Botterini, Bracco, Samani e il Corso Regeni) si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di alcuni vocaboli del dialetto istro-dalmata.

Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, edito da Bora.la di Trieste, nel 2021, sulle vicissitudini del Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule tra i box del Silos dal 1948 al 1955. Nel blog dell’ANVGD di Udine il 27 marzo 2021 ha pubblicato “El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso”, un intenso racconto dal piglio etno-antropologico, oltre che di cultura popolare. Il brano che si diffonde ora, intitolato Il mio esodo: angoscia dell’abbandono! è stato composto dall’Autrice nel 2006, per il giornale semestrale della Comunità chersina, che purtroppo ha smesso le pubblicazioni in seguito alla morte di Luigi Tomaz. L’Autrice da poco ha rivisto il testo e ce lo ha inviato per il nostro blog. La fotografia di copertina è intitolata Cherso dal mare. La torre dell’Orologio e la losa (loggia) ingresso della cittadina, collezione dell’Autrice. Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le tormentose, ma appassionate parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Ogni anno, già dai primi giorni di agosto, a Cherso, ci si preparava al consueto pellegrinaggio verso un affascinante santuario pieno di ex voto, posto su un colle, sopra un mare spesso burrascoso e di un blu cupo e profondo, dedicato alla Madonna di S. Salvador.

Cercavo già di procurarmi 3 sassolini lisci e rotondi da inserire nella “scarpetta della Madonna”, una piccola cavità a forma di scarpa che si trova lungo il sentiero che conduce alla chiesetta. Quell’anno, era il 1948, nella mia famiglia avvertivo una forte tensione. I miei genitori parlottavano tra di loro continuamente, spesso nervosamente, la nonna aveva gli occhi arrossati, la mamma le guance cadenti e si alternavano momenti di mutismo assoluto a discussioni e alterchi più vivaci. Anche i pasti erano frettolosi e poco curati. Un vocabolo a me sconosciuto, di cui non comprendevo il significato, veniva spesso ripetuto: “Opzione”.  Era come se si attendesse un documento per una soluzione desiderata, ma molto sofferta.

Io giocavo in Pra’, davanti a casa, cercando di catturare le imprevidenti cicale che si avventuravano a frinire nelle parti basse dei tronchi dei lodogni. [Celtis australis, nome comune ‘lodogno’, o bagolaro, è una pianta delle Ulmacee, NdR]. Ero turbata. Il clima familiare cominciava ad angosciarmi. Eppure stavano, se pur lentamente, sfumando il ricordo della mitragliatrice piantata davanti a casa, il terrore delle pallottole che sibilavano verso la soffitta, le fughe all’alba per rifugiarci nella cantina più sicura di zio Mate, l’orrore dei corpi distesi sotto il volto e nelle canisele [strettoie], l’acquattarsi fulmineo sotto il figher [fico, l’albero] per non essere individuati dai cupi e rombanti aerei che passavano bassi sulle nostre teste. Non capivo l’improvvisa disarmonia nella mia famiglia e i miei perché restavano senza risposta.

Un mattino vidi arrivare mio padre con delle assi di legno numerate, che cominciò a inchiodare, ingabbiando la vetrina, poi la credenza, il tavolo, le sedie, mentre mia madre avvolgeva nelle intimele (federe) alcuni degli oggetti più fragili, riponendoli con cura nel baule. Ogni martellata era una ferita, le cicale smettevano di frinire, mia sorella tremava e io avrei voluto, come aveva fatto il gatto spaventato, rifugiarmi nel sottoscala, chiudere gli occhi e tapparmi gli orecchi. Tutta la casa era sottosopra e noi sconvolti e pronti per la partenza.

All’alba del 14 agosto il vaporetto si staccò dal molo Gobbo di Cherso. La nonna non aveva voluto venire con noi, non ce la faceva a lasciare la sua casa, la sua terra e la sua isola. Dal mare vedevo le case diventare sempre più piccole e indistinte, finché della nonna rimase solo un punto nero.

Scorgevo ancora le strisce irregolari delle masiere [muretti] sulle colline e il mio porto sempre protettivo e accogliente che, dopo averci abbracciato e dato sicurezza per tutta la vita, ora spalancava bruscamente le sue braccia e ci scaraventava verso un ignoto imprevedibile e minaccioso. Poi, quando il vaporetto ebbe virato a destra dopo la lanterna, Cherso venne inghiottita con tutta la sua baia e, con “Lei”, d’improvviso il mio nido divelto, abbattuto e frantumato per sempre. Percepivo, con angoscia, l’irrevocabile luttuoso distacco dalla mia infanzia e da tutti i miei sogni!

Addio Cherso, non ti vedrò mai più! Passando davanti alle chiesette di San Nicolò, sotto San Salvador e San Biagio, mia madre si fece il segno della croce e noi la imitammo automaticamente. Il cielo era limpidissimo, soffiava un borino che si faceva sempre più gagliardo, le ombre scure sulla costa dell’isola contrastavano con il bagliore rosato, accecante della sponda opposta. Il mare era di un blu intenso e molto agitato, profondo e cupo. Immaginavo feroci pescecani e vortici tumultuosi che inghiottivano pescherecci e pescatori, come avevo visto nei dipinti degli ex voto a San Salvador, e cominciai a rabbrividire.

Fiume ci accolse con il suono delle campane del mezzogiorno e con un odore sgradevole e nauseante di ferro arrugginito e di carbone misto ad asfalto rovente. Vidi tante case, alte e grigie, con tante finestre tutte uguali e, solo allora, mi accorsi dei bagagli. Mio padre s’incamminò reggendo sulla spalla sinistra una valigia legata con dello spago e sul braccio destro un sacco. Lo seguiva mia sorella, segaligna e in piena crisi adolescenziale, con un fagotto che alternava da uno all’altro braccio, poi mia madre con un capiente e gonfio borsone e … io, che cercavo di ripararmi dalla calura dietro ad un lungo muro, a quell’ora, avaro d’ombra. Una mesta processione nell’afa agostana per raggiungere la stazione ferroviaria.

Avvertivo un senso di nausea, ma sbocconcellai ugualmente il panino che mia madre mi aveva teso assieme ad una pesca che, generosamente, l’alberello dietro la porta dell’orto ci aveva regalato, solo quell’estate. Il treno giunse dopo parecchie ore e credo di essermi addormentata subito sul sedile di legno, lucido e consunto, perché ad un certo momento mi sentii trascinare giù.

Eravamo giunti al confine di Divaccia [dal 1991 è in Slovenia; al confine con Fernetti che era nel Territorio Libero di Trieste], dove, come ci avevano riferito, saremmo stati spogliati e visitati per controllare se avevamo armi o qualche documento sospetto. Il buio fitto della notte ventosa era rischiarato solo dalla luna e dalle stelle. Tremavo dal freddo, nonostante indossassi il bel golfino bianco di lana caprina, molto pruriginosa, con i bottoncini a forma di cappellino, di cui andavo fiera. Cominciai a lacrimare, ma nessuno era in grado di consolarmi. Solo mio padre, forte e temprato da una vita durissima e da un precedente e ben più tragico esilio, cercava di rincuorarmi con il suo dolce sorriso.

Giungemmo a Trieste il 15 di agosto, prima che albeggiasse. Ci avviammo in un silenzio amaro e opprimente lungo il viale Miramare. Le nostre ombre scure e disperate spezzavano quelle degli alberi che scorrevano lungo il muro della ferrovia, fino a raggiungere il giardinetto da dove si potevano scorgere le finestre degli zii, a me sconosciuti, che si erano offerti di ospitarci, prima di essere accolti al Silos [un disagevole Centro raccolta profughi]. Mia madre mi aggiustò i capelli e mi rifece la “banana” per rendermi presentabile al loro risveglio, non prima delle ore 8.

La zia salutò per primo il suo amato fratello, poi mia madre, mia sorella e, rivolta a me, chiese stupita: “Perché piange questa bambina?”. Ah, quanto avrei preferito percorrere il sentiero ripido, sassoso, assolato affiancato dai rovi e arrivare accaldata e stanca, magari scalza, a San Salvador!

Lassù sarei stata accolta dal refrigerio dell’ombra profumata di pini, di ginepri, di salvia e di salsedine, dall’abbagliante trasparenza della luce e della speranza, dall’abbraccio consolatorio della preghiera. Mi accorsi, in quell’istante, che non stavo vivendo un incubo, ma una realtà che mi aveva trascinato sull’orlo di un burrone tetro e vorticoso, nel buio più cupo, sgomento e disperato, nell’ignoto più sconfortante, pauroso e imperscrutabile.

Mi chiedevo angosciata: “Perché tutto questo? Perché?”. Pensavo alla nonna improvvisamente sola, disperata e abbandonata che sicuramente piangeva come me e sentivo la sua voce afflitta e distrutta che mi sussurrava: “Piangi, piangi perché le lacrime chiamano gli angioletti pronti ad aiutarti ad addolcire tutte le sofferenze e i tuoi dolori”. Ogni pensiero era una lacrima e tante lacrime per tanti addii!

“L’abbandono è lo strale che l’arco dell’esilio pria saetta” (Dante, Paradiso, XVII). È una lacerazione profonda che condiziona il tuo futuro per sempre, che annienta e distrugge qualsiasi speranza, è un finale pauroso che ti gela e vuota l’anima.

Annamaria Zennaro Marsi

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

La fine di Spalato e di Zara Italiane, lezione di Bonetti, ANVGD Udine

C’è stata un’interessante conferenza con diapositive il 28 ottobre 2021 presso l’Accademia Città di Udine di via Anton Lazzaro Moro, in collaborazione con Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). L’evento si è tenuto con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e il patrocinio del Club UNESCO di Udine. Relatore è stato il dott. Bruno Bonetti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, che può vantare degli avi di Dalmazia, nonché dei parenti dell’odierna e croata Split. Il titolo dell’incontro era “La fine di Spalato e di Zara Italiane 1943-1944”. Ha aperto la riunione Francesca Rodighiero, presidente dell’organismo organizzatore, mentre Bruno Ciancarella, segretario della stessa Accademia, ha curato l’accoglienza e la registrazione degli intervenuti.

Rosalba Meneghini, del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, ha portato il saluto di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio, ricordando il successivo appuntamento del Natale del Ricordo, fissato per il 21 novembre prossimo alle ore 10,30 per la santa messa alla Chiesa della Purità e, per il pranzo conviviale, alla Casa della Contadinanza, nel Castello della città.

Bruno Bonetti ha parlato dei Dalmati italiani, due volte esuli nel 1920 e nel 1944, e presenti nelle loro terre sin dal Duecento. “La fine dell’egemonia italiana in Dalmazia ha avuto origine dopo il 1880, quando il serbo-croato è stata dichiarata lingua ufficiale, a scapito di quella italiana, in vigore sino ad allora – ha detto il relatore – dopo la Grande Guerra hanno dovuto venir via da Curzola, Lesina, Sebenico, Spalato, Traù, perché queste ed altre zone con una minoranza italofona sono state assegnate al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi c’è stato l’esodo del 1943-’44 da Zara che subì 54 bombardamenti aerei angloamericani suggeriti dai titini, per cancellare l’italianità della città, con vestigia romane e veneziane”.

Bonetti si è scusato con l’uditorio per le macabre immagini di odio balcanico che si apprestava a mostrare e commentare, ma “bisogna vedere e capire perché questi fatti non devono più accadere”. Il 12 giugno 1942 è niente meno che il vice federale Giovanni Savo, nativo di Spalato, alla guida del saccheggio della locale sinagoga, addirittura camuffandosi, per spregio, con i paramenti del rabbino. Vengono bruciati i rotoli sacri. Sono attaccati gli ebrei e saccheggiate sessanta abitazioni del ghetto. È il primo fatto avvenuto in Italia o in un territorio soggetto all’Italia da almeno centocinquant’anni. La devastazione della terza sinagoga più antica d’Europa ha visto la partecipazione non solo dei militi fascisti, di origine toscana e pure spalatini, ma anche di carabinieri italiani, secondo Luciano Morpurgo, esponente della comunità ebraica che parlò con i testimoni oculari. Gli scalmanati devastano l’interno del Tempio, compreso il piccolo museo della Comunità. Gettano dalle finestre libri di valore inestimabile, le argenterie, i mantelli rituali e le pregiate stoffe, che vengono raccolte dalle prostitute amanti delle camicie nere e da balordi di piccolo cabotaggio partecipanti al pogrom. L’ideatore del pogrom viene assassinato da un partigiano slavo nel 1943 e poi proseguirono tensioni e gravi violenze come quando, con  l’arrivo dei partigiani di Tito dopo l’8 settembre 1943, furono trucidati circa 250 italiani. Al ritorno dei tedeschi, il 27 settembre 1943, a Spalato entrano gli ustascia, che spogliano e cacciano gli italiani. A fine maggio 1944, i tedeschi mandano via gli italiani anche da Zara, che cade alla fine di ottobre del 1944 in mano ai titini, le cui violenze (in particolare gli annegamenti) provocano l’esodo degli italiani superstiti.

Accademia Città di Udine, 28 ottobre 2021 – parte del pubblico alla conferenza di Bruno Bonetti

Il racconto puntuale di Bonetti ha fatto la cronaca degli ultimi giorni di Zara italiana, martoriata dai bombardamenti e dalla fame, contesa dagli ustascia, circondata da partigiani e cetnici, fino all’esodo di oltre 8mila dalmati italiani ed è stato intervallato da riferimenti familiari, dalla fuga della prozia sul piroscafo Sansego, agli avi della Brazza, fino ai cugini spalatini con cui è in contatto ancor oggi.

Tra i partecipanti all’evento si sono notati Lucio Costantini, figlio di esuli da Buie, socio ANVGD, e la professoressa Renata Capria D’Aronco, presidente del Club UNESCO di Udine, con altri soci dello stesso circolo. Al termine dell’apprezzata esposizione, tra gli altri, sono intervenuti Livio Sessa, socio ANVGD con avi dalmati due volte esuli prima da Curzola e poi da Pola, e il professor Ugo Falcone, storico militare e consigliere comunale a Udine. Falcone, ad alcuni soci ANVGD, ha anticipato la prossima intitolazione da parte del Comune di Udine di un sito a Norma Cossetto, violentata e uccisa dai titini il 5 ottobre 1943 nella foiba di Vila Surani.

Testi di Bruno Bonetti e Elio Varutti.  Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Lettore: Bruno Bonetti. Fotografie di Elio Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Riuscito pranzo istriano dalmata con l’ANVGD di Udine 2021

Anche quest’anno il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) ha organizzato un riuscito pranzo con menu istriano-dalmata. L’evento conviviale si è svolto il 9 ottobre 2021 presso la Casa della Contadinanza in piazzale del Castello a Udine con 30 partecipanti muniti di mascherina e green pass, come da normativa vigente.

Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha salutato festosamente i convenuti, impazienti di assaggiare il profumato prosciutto cotto col cren, oppure i domaći ravioli (casalinghi) e tutte le altre squisitezze bagnate con ribolla ed altro. Molto apprezzato il dolce alla crema “come lo fazeva mia nona” ha ricordato qualche convenuta ai vicini. La Zuccolin ha ricordato le ultime attività del sodalizio, come la presentazione del libro “La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina”, di Elio Varutti. Tale volume è stato illustrato a Trieste, durante la rassegna libraria della Bancarella e a Laterina (AR), col patrocinio del Comune di Laterina Pergine Valdarno e della Regione Toscana, in presenza del sindaco Simona Neri.

Tra i vari soci intervenuti per comunicazioni varie, l’ingegner Sergio Satti, decano dell’ANVGD di Udine, ha comunicato che è nel web un estratto della tesina di diploma di sua nipote Francesca Marin intitolata “Gli esuli”, un pregevole lavoro di ricerca storica svolto alla scuola secondaria di I grado dell’Educandato “Uccellis” di Udine, col monitoraggio didattico della professoressa Manuela Beltramini, di Storia e l’appoggio di Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto. La originale tesina è sulla piattaforma di Slideshare.net

Ha portato il saluto istituzionale del Comune di Udine la professoressa Elisabetta Marioni, neo-assessore all’Istruzione, oltre che socia dell’ANVGD di Udine. La Marioni ha accennato alle numerose iniziative svoltesi all’Istituto professionale alberghiero e commerciale “B. Stringher” sin dall’istituzione del Giorno del Ricordo, con grande interesse degli studenti e la collaborazione degli insegnanti. Ha poi parlato, tra gli altri, il socio Enzo Bertolissi, delegato per tenere i rapporti con l’importante amministrazione comunale di Tarvisio, al confine con l’Austria. Bertolissi, esule da Prosecco (TS), ha illustrato l’argomento del prossimo libro di Roberto Tirelli, dell’Associazione partigiani Osoppo Friuli, sulla figura di alcuni osovani dimenticati, come suo fratello Ermanno Bertolissi, esule in Australia.

Una tavolata del pranzo istriano-dalmata dell’ANVGD di Udine. Fotografia di E. Varutti

Progetto di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Maria Iole Furlan e E. Varutti. Lettore: Girolamo Jacobson. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Copertina: Bruno Bonetti, vicepresidente ANVGD Udine, Enzo Bertolissi, Bruna Zuccolin, presidente ANVGD Udine, Sergio Satti, l’assessore comunale Elisabetta Marioni e Elio Varutti, in uno scatto di Giorgio Gorlato.Fotografie di Giorgio Gorlato, E. Varutti e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Laterina, presentato La patria perduta, libro di Varutti sul Campo profughi, 1946-1963

Si è svolta il 2 ottobre 2021 al Teatro di Laterina (AR) la presentazione del libro La patria perduta, di Elio Varutti (ANVGD Udine), scritto con la collaborazione di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo). Ha aperto i lavori del pomeriggio l’ingegner Simona Neri, sindaca del Comune di Laterina Pergine Valdarno. “Questo volume – ha detto la sindaca – raccoglie dati e testimonianze sul nostro Campo Raccolta Profughi di Laterina e presentarlo in pubblico è un bel momento di confronto, di memoria e di comunità”. La sindaca ha letto inoltre alcuni commoventi brani del testo in riferimento ai bambini, ai maestri e alla scuola funzionante dentro il Campo profughi, con gesti di umanità dei laterinesi.

Poi ha avuto la parola Claudio Ausilio. “Buonasera, con intensa e profonda commozione, sono qui, insieme a voi, per la presentazione del libro La patria perduta – ha detto Ausilio – il nuovo libro sui profughi della Venezia Giulia scritto da Elio Varutti, per l’editore Aska di Firenze.

Innanzitutto voglio salutare e ringraziare il Sindaco del Comune di Laterina Pergine Valdarno, Simona Neri, per l’attenzione e l’ascolto che presta al mondo degli esuli Istriani Fiumani e Dalmati, ringrazio l’amministrazione di Laterina per l’organizzazione dell’evento, il Presidente Nazionale ANVGD Renzo Codarin, la presidente del Comitato Provinciale ANVGD di Udine la dott.ssa Bruna Zuccolin, con il vice presidente Bruno Bonetti, il Prof. Elio Varutti del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, il presidente dell’ANVGD Toscana Guido Giacometti, il dott. Aldo Ferrucci dell’Aska edizioni.

Laterina, Teatro comunale, 2 ottobre 2021, parte del pubblico alla presentazione de La patria perduta. Foto di Bruno Bonetti, vicepresidente ANVGD Udine

Il saluto va anche ai precedenti Sindaci di Laterina con cui sono stato a contatto, a Catia Donnini e a Rosetta Roselli che ci ha lasciato. Saluto l’Artista Simone Beck Mocenni, pittore, scultore, poeta, figlio di Gualtiero Mocenni, pittore e scultore di Pola, che ha trascorso due anni al Campo. Saluto gli amici esuli e tutti voi presenti che, con la vostra partecipazione date un segno di riconoscimento al valore della memoria e dell’impegno per un futuro più umano per tutti.

Il libro era per me un sogno nel cassetto da più di un lustro, ora è una realtà molto ben documentata. Il progetto è nato nel 2016 per la buona collaborazione tra il sottoscritto e il prof. Elio Varutti, coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Nelle baracche del CRP sono passati oltre 10mila profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, assieme agli italiani espulsi dal Dodecaneso, dalle ex colonie africane e da certi paesi della storica emigrazione italiana, come la Romania e la Tunisia.

Il dramma dell’esodo è il dramma della lacerazione sociale e familiare. Un nucleo viene estirpato perché la sua terra non è più sua. Con l’esodo sparisce un’intera società: più di 300 mila italiani lasciano la propria terra, la propria casa, le radici si troncano. Per tanto tempo questa tragica pagina di storia è stata dimenticata e trascurata anche a livello locale, almeno fino a quando nel 1999, l’amministrazione comunale  di Laterina organizzò un convegno su questi eventi e fece collocare un cippo commemorativo all’ingresso del campo, divenuto ormai area industriale, con una bella dedica ivi apposta ‘…A memoria di questo luogo, dove si consumò il dolore della prigionia e dell’esodo con l’auspicio che si schiudano orizzonti di libertà, di pace, di civile convivenza…’

Anche se il tempo è ormai passato, questa occasione ci deve vedere tutti uniti per conservare la memoria. Soltanto così le giovani generazioni, potranno comprendere e fare tesoro di quanto successo per operare affinché questa pagina di vita italiana rimanga come monito per l’Europa di oggi e di domani e stimolo per realizzare una civile convivenza nel rispetto dei diritti e dei valori dei popoli – ha concluso Ausilio – Grazie di cuore a Voi tutti per la partecipazione a questa serata”.

Parla Simona Neri, sindaca di Laterina Pergine Valdarno; foto di Bruno Bonetti

Ha parlato poi Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, per ringraziare Renzo Codarin, presidente nazionale dell’ANVGD, per l’appoggio dato all’iniziativa editoriale, che ha visto l’originale collaborazione di più associazioni di esuli giuliano dalmati. La Zuccolin ha voluto porre l’attenzione sul valore delle testimonianze raccolte dall’autore per arricchire gli aspetti storici della vicenda così toccante. Guido Giacometti, intervenuto per l’ANVGD Toscana, ha ricordato un fatto paradossale accaduto alla stazione di Laterina negli ultimi anni ‘40, quando scese dal treno una signora agiata con varie valigie e si informò se ci fosse stato un taxi per il Campo profughi. Ha relazionato, infine, Elio Varutti mostrando varie immagini del periodo e indicando i periodi di vita del Campo stesso. Dal 1941 al 1943, sotto il fascismo, è un Campo di concentramento per prigionieri inglesi, sudafricani e canadesi. Sottoalimentazione e scarsa igiene nelle baracche provocano nei 2.500-3.000 prigionieri varie malattie debilitanti, come dissenteria e tifo.

Poi per un anno il Campo è stato un reclusorio sotto la sorveglianza nazista. Dopo la liberazione, avvenuta nel 1944, a cura della VIII Armata britannica, si trasforma fino al 1946 in un campo di concentramento per tedeschi e repubblicani della RSI catturati al Nord. Dal 1946 al 1963, per ben diciassette anni, funziona come Campo profughi per italiani in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia (per oltre 10mila persone), terre assegnate alla Jugoslavia col trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sono proprio italiani della patria perduta. Patiscono il freddo e la fame. Tra i più anziani di loro ci fu un alto tasso di suicidi.

Il saluto di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine alla presentazione di Laterina Pergine Valdarno del 2 ottobre 2021, libro sul Crp di Laterina; foto di Bruno Bonetti

A Laterina giungono pure certi sfollati dalle ex colonie italiane. Il libro tratta in modo specifico questi anni di vita quotidiana e di incontro-scontro con la popolazione locale, fino alla completa integrazione sociale, mediante qualche matrimonio misto e, soprattutto, col lavoro, la fede religiosa e con l’assegnazione delle case popolari ai profughi.

In seguito c’è stato un po’ di dibattito, con alcuni interventi di Laterinesi e di Simone Mocenni, venuto con amici appositamente da Pola. Certi esuli e loro discendenti presenti in sala provenivano, oltre che dal Valdarno, da Firenze e Pisa.

Progetto di Claudio Ausilio (ANVGD Arezzo) e Guido Giacometti (ANVGD Toscana). Testi e Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Lettore: Claudio Ausilio. Copertina: Simona Neri, sindaca di Laterina Pergine Valdarno, in prima fila, vicino a Bruna Zuccolin e Claudio Ausilio; in seconda fila da sinistra: Elio Varutti, Bruno Bonetti, Aldo Ferrucci, Andrea Sordini, vicesindaco e Guido Giacometti. Fotografie di Bruno Bonetti, Daniela Conighi, del Comune di Laterina Pergine Valdarno e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Laterina, Teatro, 2.10.2021 – Elio Varutti al microfono fra Bruna Zuccolin e Guido Giacometti. Foto di Daniela Conighi
Laterina, Teatro, 2.10.2021 – Presentazione de La patria perduta. Claudio Ausilio, Simona Neri (sindaca), Bruna Zuccolin, Elio Varutti e Guido Giacometti. Foto di Daniela Conighi

A Trieste presentati tre libri sul tema dell’esodo giuliano dalmata nella rassegna della Bancarella

Tra i lavori della quarta ed ultima giornata della Bancarella 2021 c’è stata la presentazione di tre volumi sull’esodo giuliano dalmata. La rassegna libraria è dedicata al “Salone del libro dell’Adriatico orientale”. È stata organizzata in Piazza Sant’Antonio Nuovo a cura del Centro di Documentazione Multimediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata (CDM) e del Comitato provinciale di Trieste dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Tutti gli appuntamenti delle quattro intense giornate, disponibili nel web, erano visibili in diretta sui siti http://www.anvgd.it e http://www.arcipelagoadriatico.it

Tra il pubblico, erano presenti Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine e Bruno Bonetti, vice presidente del medesimo sodalizio, oltre a vari esponenti di altri Comitati, come quello di Milano e di Venezia.

Renzo Codarin, presidente nazionale dell’ANVGD a Trieste nella rassegna della Bancarella. Fotografia di Bruna Zuccolin

Il tema dell’Esodo è stato al centro della prima sessione pomeridiana del 26 settembre 2021, nel corso della quale sono stati presentati “La Patria perduta” di Elio Varutti (inerente il Centro Raccolta Profughi di Laterina, in provincia di Arezzo), “Vita a Palazzo Silos” (le memorie di Anna Maria Zennaro Marsi profuga a Trieste) e “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli” (lavoro a cura del Comitato di Modena dell’Anvgd vincitore del Premio Tanzella 2020). Ha condotto l’incontro il giornalista Nicolò Giraldi. Ha parlato per prima Anna Maria Marsi, raccontando il suo passaggio e la permanenza per anni nei box del miserando Campo profughi del Silos, dove oggi funziona un parcheggio coperto. La Zennaro Marsi non ha nascosto gli aspetti più tragici – quali i suicidi – della vita nel Crp triestino, ma ha anche rilevato la capacità di adattamento della maggioranza delle genti istriane e giuliane per affrontare il futuro.

La patria perduta. Vita quotidiana e testimonianze sul Centro raccolta profughi Giuliano Dalmati di Laterina 1946-1963 è il nuovo libro sui profughi della Venezia Giulia scritto da Elio Varutti, dell’ANVGD di Udine, con la preziosa collaborazione di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo, per l’editore Aska di Firenze. A perdere la patria, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati i cittadini italiani di Fiume, Pola e Zara e una parte di quelli di Gorizia e Trieste. Le loro terre, le loro case e i loro averi sono stati dati alla Jugoslavia a saldo dei danni della guerra voluta dal duce e dal re. In 350mila sono stati cacciati, o sono dovuti venir via con documenti regolari, per riversarsi nel resto d’Italia talora matrigna, con la paura delle foibe. Molti transitarono per i Centri raccolta profughi (Crp). Il testo è incentrato sulla vicenda del Campo profughi di Laterina (AR) con riferimento all’esodo giuliano dalmata. Dal 1941 al 1943, sotto il fascismo, è un Campo di concentramento per prigionieri inglesi, sudafricani e canadesi. Sottoalimentazione e scarsa igiene nelle baracche provocano nei 2.500-3.000 prigionieri varie malattie debilitanti, come dissenteria e tifo.

Poi per un anno il Campo è stato un reclusorio sotto la sorveglianza nazista. Dopo la liberazione, avvenuta nel 1944, a cura della VIII Armata britannica, si trasforma fino al 1946 in un campo di concentramento per tedeschi e repubblicani della RSI catturati al Nord. Dal 1946 al 1963, per ben diciassette anni, funziona come Campo profughi per italiani in fuga dall’Istria, Fiume e Dalmazia (per oltre 10mila persone), terre assegnate alla Jugoslavia col trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sono proprio italiani della patria perduta. Patiscono il freddo e la fame. Tra i più anziani di loro ci fu un alto tasso di suicidi.

Trieste, Bancarella 2021, pubblico in sala. Foto di Bruno Bonetti

A Laterina giungono pure certi sfollati dalle ex colonie italiane. Il libro tratta in modo specifico questi anni di vita quotidiana e di incontro-scontro con la popolazione locale, fino alla completa integrazione sociale, mediante qualche matrimonio misto (di solito: marito toscano e moglie istro-dalmata) e, soprattutto, col lavoro, la fede religiosa e con l’assegnazione delle case popolari ai profughi.

Il generale Giampaolo Pani, presidente dell’ANVGD di Modena, ha illustrato il volume “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli”, pubblicato nel 2016, ma i cui lavori di ricerca iniziarono nel 2013, in un importante convegno. Il villaggio giuliano, aperto nel 1954, chiuse i battenti nel 1970. Era ubicato in via Remesina 32, a Fossoli di Carpi (MO), in quello che fu dapprima campo di concentramento e in seguito la sede della comunità cattolica di Nomadelfia, dedita all’accoglienza dei bambini abbandonati. Il campo di Fossoli ha visto ben sette periodi di accoglienza o di detenzione. Pani ha voluto parlare pure di uno sconosciuto Centro raccolta profughi di Modena, sito in via Caselle 10, su cui necessitano ulteriori ricerche. Nell’interessante e corposo volume dell’ANVGD di Modena c’è uno scritto pure di Annalisa Vukusa, oriunda di Zara, intitolato “Quella oscura inquietudine”, pp. 375-380, componente del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine, oltre che dirigente da anni del medesimo organismo. La Vukusa, nel 2001, è stata autrice di un originale opera, non a caso intitolata Sradicamenti, citata da vari autori dell’esodo giuliano dalmata.

La rassegna si è chiusa con un tributo ad Alida Valli, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita: il critico cinematografico Alessandro Cuk (presidente ANVGD Venezia) ha presentato insieme a Mimmo Verdesca (regista dell’apprezzatissimo docufilm “Alida”) e Pierpaolo De Mejo (nipote della diva polesana) le nuove iniziative che l’ANVGD intende realizzare per celebrare la grande attrice istriana.

I relatori dell’incontro delle ore 15,30 del 26 settembre 2021 alla Bancarella. Foto di Daniela Conighi

Sitologia ed altro – E. Varutti, Da Pirano al Villaggio San Marco di Fossoli di Carpi, 1953-1970, on line dal 27 settembre 2017 su  eliovarutti.blogspot.com

Progetto di Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Testi di Bruno Bonetti e E. Varutti. Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Lettori: Bruno Bonetti, Girolamo Jacobson. Fotografie di Bruna Zuccolin, Bruno Bonetti e Daniela Conighi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Elio Varutti e Anna Maria Zennaro Marsi alla Bancarella 2021. Fotografia di Daniela Conighi

Angeli custodi al Campo profughi di Laterina. Le cresime di don Bruno Bernini, 1949-‘62

Il 25 luglio 1949 l’attestato della cresima di Gemma Carolina Brun, nata il 18 novembre 1929 ad Albona d’Istria, è firmato da don Pasquale Cacioli, per il parroco di Laterina (AR). La funzione religiosa avviene nella chiesa di Laterina ad opera del mons. Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo, con la madrina Valentina Naldini, della parrocchia del Campo profughi di Laterina. Inizia così la storia dei 403 cresimati al Centro raccolta profughi (Crp) aretino, in base ai documenti inediti dell’Archivio parrocchiale. In quegli anni i cuccioli e le cucciole dell’esodo giuliano dalmata hanno tanti angeli custodi a proteggerli, secondo la tradizione cristiana. Molti attestati per i cresimati sono firmati da don Bruno Bernini, parroco di Laterina. Ogni evento religioso vissuto dagli esuli è un momento vitale di meditazione e d’astrazione rispetto alla realtà degradante della promiscua vita in baracca. Secondo importanti scrittori pare che esista persino un rapporto tra l’angelo e l’esilio, come ha affermato Massimo Cacciari nel 1986. Il termine di cuccioli dell’esodo è di Michele Zacchigna (2013).

Crp di Laterina, don Bruno Bernini, primo a sinistra. Collez. Alberto Bernini, Levane (AR).

Il sacramento della cresima, o confermazione, dal 1950 al 1962, è impartito nella cappella del Crp di Laterina, facente parte della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano a Laterina. L’assistenza ai profughi è curata, oltre che dal Ministero dell’Interno, anche dalla Pontificia Opera di Assistenza. Nel maggio 1945 è attivato presso la prefettura di Arezzo un Ufficio Profughi, in considerazione della continua affluenza di sfollati e reduci provenienti dal Nord. Essi sono di passaggio in attesa dei treni per Roma, così è affidata all’E.C.A. del capoluogo la gestione di un campo di transito dove assisterli nei giorni di sosta. Viene a questo proposito attrezzata la caserma “Vittorio Ceccherelli”; un commissario di P.S. nella stessa caserma interroga i profughi man mano che si presentano, per rilasciare a ciascuno il “foglio di via” utile a proseguire il viaggio. Si ha notizia di un campo profughi ad Arezzo centro attivo dal 1945 al 1948, data di istituzione del Campo Profughi di Laterina, a 18 km dal capoluogo aretino.

Il Crp di Laterina viene aperto il 19 agosto 1948, con oltre 30 baracche, servizi inclusi. Chiude i battenti il 30 giugno 1963, trasferendo gli ultimi 207 esuli rimasti a un Crp in provincia di Caserta e in altri posti. Come ha scritto, a pag. 254, Francesca Lisi nella sua tesi di laurea fiorentina del 1991: “Il Centro Raccolta Profughi venne chiuso nel 1963 quando era Direttore Matteucci. I profughi che erano rimasti vennero inviati al Centro di Aversa”. Ad esempio nel 1949 sono ospitati oltre 3mila profughi in un Comune come quello di Laterina che conta 3.332 abitanti, con i gravi problemi di convivenza che si possono immaginare.

Copertina del libro parrocchiale Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms. (APLa).

Per cresimare gli adulti del Cpr c’è il vescovo Mignone, nato a Cavatore (AL), il 1º aprile 1864 e deceduto ad Arezzo il 23 dicembre 1961. Egli usa la “cappellina del palazzo vescovile di Arezzo”, come si legge nella lettera del 20 novembre 1952 di Giuliana Del Fabbro, profuga nata a Fiume nel 1931 e trasferitasi a Foggia, presso la famiglia Travaglia – cognome istriano di Albona – con cui chiede l’attestato di cresima, desiderando ella “contrarre matrimonio con un giovane del luogo” (Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina, d’ora in poi: APLa). La cappella del Cpr era nel primo edificio a destra dopo l’ingresso, accanto la baracca canonica e, destra, la baracca n. 19 adibita ad attività di svago, televisione e piccole feste da ballo. Il sacro ed il profano erano molto vicini al Crp di Laterina. Si veda la mappa del Crp ricostruita dall’ANVGD di Arezzo. Nel 1950 la distribuzione per sesso dei cresimati, vede le 18 femmine prevalere di poco sui 17 maschi. Più o meno è così pure per le altre annate.

Tutti i bambini del Crp ricevono l’unzione del crisma nella cappella del Campo stesso, che è dotato di  un “Ufficio del Cappellano”, o canonica, come dal timbro sugli attestati della cresima della Parrocchia di Laterina. Dal 1956 don Mario Ciampelli firma gli attestati per il parroco don Bernini. Grazie ai 139 attestati della cresima consultati e digitalizzati nell’APLa a cura di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo e tramessi a Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, assieme ad altri documenti inediti si è potuto allestire la presente ricerca storica. Tali attestati, infatti, contengono l’informazione del luogo battesimo del cresimando, così è stato possibile preparare una topografia dell’esodo giuliano dalmata a Laterina, come si vede nelle tabelle n. 1 e n. 2, nelle quali sono prevalenti le località d’Istria, Fiume e Dalmazia. In esse troviamo tuttavia alcuni sfollati battezzati nelle ex colonie italiane d’Africa (Libia e Eritrea), oltre a rari sfollati provenienti da luoghi della precedente emigrazione istriana, friulana e veneta in Romania, Ungheria, o da terre occupate dal fascismo, come l’Albania e la Tunisia (un solo caso per ogni località di battesimo).

Tabella n. 1 – Luoghi di battesimo dei cresimati al Crp di Laterina (AR) 1949-1953

Luogo 1949195019521953Totale
Istria11791441
Fiume 156425
Zara  1 1
Romania 1 23
Trieste1   1
Albania; Tarcento (UD) 2  2
CL e s. l.  2 2
Totale235182075
Fonte: Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari, stampati e ms.

C’è chi proviene dal Crp di Marina di Carrara (MC), ma è un caso unico. Capitava agli esuli di essere sballottati da un Crp all’altro. Altri casi isolati sono quelli di bimbi provenienti da situazioni di disagio sociale di altre città italiane, non ultima Trieste, ma la cresimanda è nata a Fiume. Poi ci sono dei soggetti trasferiti dall’Orfanotrofio di Cividale del Friuli (UD) e un altro da Tarcento (UD), andando a segnare un ulteriore collegamento fra Udine e Laterina, già dimostrato in altre analoghe ricerche. Si ricorda che il Centro smistamento profughi di Udine vede passare sotto il suo malandato tetto oltre 100mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia dal 1945 al 1960, quando viene chiuso, spostando gli ultimi profughi rimasti al Crp di Cremona. Altre città dove gli sfollati del Crp aretino sono stati battezzati risultano quindi per un solo caso ciascuna: Caltanissetta, Latina, Chieti e Noto (SR). Uno solo è senza luogo.

Processione al Campo profughi di Laterina, 1951. Don Angelo Matteini è vicino all’icona sacra e don Pasquale Cacioli tra le bambine. Si notino gli altarini sulla parete delle baracche, gli addobbi con le candide lenzuola e i vestiti di festa in onore della Madonna. Archivio Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto), Torino, on line dal 2016.

I dati analitici sui luoghi di battesimo dei cresimati a Laterina possono essere osservati nelle tabelle n. 1 e n. 2, suddivise solo per una più agevole lettura, ma prodotte con informazioni della fonte medesima; è l’Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa).

Il numero più elevato di cresimati a Laterina è quello degli istriani, come si nota nelle tabelle n. 1 e n 2; sono ben 41+25 casi, ossia 66 sul totale di 139, rappresentando la percentuale del 47,48%. Oltre che da Pola, la provenienza di tale gruppo è sparsa in vari paesi dell’Istria: Visinada, Sanvincenti, Fasana, Dignano d’Istria, Albona, Orsera, Valle d’Istria, Rovigno, Montona, Arsia, San Lorenzo del Pasenatico, Neresine, Pinguente, Buie, Cherso, Lussinpiccolo, Portole e Capodistria. Ciò è la dimostrazione di come l’esodo risulti un fenomeno diffuso in tutte le terre perse, non solo nei capoluoghi di provincia (Pola, Fiume e Zara).

Al secondo posto delle tabelle n. 1 e n. 2 troviamo i profughi battezzati a Fiume, Abbazia, Laurana e Veglia con 25+9 casi, per un totale di 34 individui, ossia il 24,46%. Prima dei dalmati di Zara, troviamo un gruppo di italiani sfollati dalla Libia; essi sono 18, pari ad una percentuale del 12,95% e provengono da Tripoli, Garian, Zavia, Tigrinna e dal Villaggio Garibaldi di Misurata. Nelle stesse tabelle gli esuli di Zara sono 3, che in percentuale fanno il 2,16%. Gli italiani sfollati dalla Romania sono 6, ossia il 4,32%. Essi provengono dalle località di: Targoviste, Ploiesti, Himedonerg (?), Tulcea, Sinaja e Bucarest.

Tabella n. 2 – Luoghi di battesimo dei cresimati al Crp di Laterina (AR) 1954-1956

Luogo del battesimo195419551956Totale
Istria261725
Fiume3339
Zara2  2
Libia88218
Romania21 3
Budapest1  1
Tunisi; Latina; Chieti 3 3
Marina di Carrara; Eritrea; Noto (SR)  33
Totale18212564
Fonte: Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP     Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari, stampati e ms.

Una relazione del 1960 scritta da Dario Pellegrini, direttore del Crp di Laterina documenta la vita dei profughi al Campo: “A circa diciotto km. da Arezzo, ubicato in aperta campagna ed in prossimità del fiume Arno, sorge il Centro raccolta profughi di Laterina. È composto di alcune decine di baracche costruite oltre venti anni fa, […] le condizioni ambientali di questi fabbricati sono quanto mai scadenti: costruite a piano terra, su terreno argilloso, hanno i muri esterni a mattoni sovrapposti. Mancano di soffittature, per pavimento hanno un leggero strato di cemento, mentre gli infissi sono in condizioni veramente precarie per l’usura del tempo e delle intemperie. Particolarmente infelici sono i gabinetti posti all’estremità dei capannoni. Trattasi di stanze freddissime, senza vaschette e coperture, prive di qualsiasi comodità”. Dario Pellegrini è stato in servizio alla Prefettura di Arezzo si dal 1946, di ritorno dalla prigionia. Ha rivestito la carica di Direttore del Crp di Laterina dal 1958 al 1962 (Lisi, p. 244).

Copertina del raccoglitore degli Attestati di cresima del Crp Laterina 1949, stampati e ms (APLa).

Nella tabella n. 3 si notano dei piccoli numeri di differenza tra i singoli attestati di cresima esaminati, che sono di meno rispetto alla rubrica alfabetica manoscritta di tutte le cresime effettuate che, tuttavia, potrebbe non essere immune essa stessa da qualche errore materiale. In sostanza ai 139 attestati consultati risultanti dalle tabelle n. 1 e n. 2 si devono aggiungere altre 6 cresime annotate nella rubrica e non rilevabili dai singoli attestati, così si raggiunge il numero di 145 sacramenti somministrati dal 1949 al 1956 al Crp di Laterina.

Tabella n. 3 – Cresimati al Crp di Laterina (AR), 1952, 1956

Anno        19521956Totale
N. cresimati336
Fonte: Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms.

I cresimati dal 1949 al 1956 sono dunque 145, ai quali si devono infine aggiungere quelli risultanti dalla tabella n. 3 riguardante le cresime impartite da 1957 al 1962, che sono 258, perciò il totale generale ammonta a 403 individui unti dal crisma.

Per gli anni dal 1957 al 1962 – vedi la tabella n. 4 – si ha a disposizione della presente ricerca solo la rubrica delle cresime somministrate dal vescovo, senza l’indicazione della località di battesimo del cresimando, maschio o femmina che sia. Si può ipotizzare tuttavia, in base ai cognomi dei cresimandi, una prevalente provenienza dall’Istria, Fiume e Dalmazia per ogni annata. Ci sono, nel 1957, indiscutibili cognomi d’Istria, Fiume e Dalmazia. La grafia è quella della rubrica manoscritta dal parroco: Basso, Benci, Bertossa, Bogliun, Bulessi, Bullesich, Canaletti, Chrevatin, De Vidovich, Dobrich, Drudić, Gobbo, Giorgini, Milotti, Milotich, Pettener, Rocco, Sincic, Sarich, Ussich, Vinovrshi, Valle, Zupcich e Zvietich.

Lidia Pettener, nata a Pola, nel giorno della cresima a Laterina, 19.5.1957. Collez. Lidia Pettener Hautelin, Cannes, Francia.

Per il 1958 abbiamo in prevalenza i seguenti nomi di chiara provenienza giuliano dalmata: Bulich, Cramer, Cotlar, Dorcich, De Vidovich, Francovich, Fonovich, Glavich, Jung, Jelencovich, Jelenoch, Morovich, Matesich, Mosnja, Pocecco, Sincich, Sestan, Turcovich, Vucossa e Zalencich. Nel 1959 si nota ancora una forte presenza di cognomi d’Istria, Fiume e Dalmazia, come ad esempio: Barbierato, Canzian, Marchesich, Perovich, Radolovich, Stipcevich e Xillovich. Nel 1960 si leggono cognomi tipo: Migliore, Olivieri, Rizzo, Ventura e Veggian. Sono del 1961 cognomi come: Casano, De Rocchi, De Santi, Luciani e Macchi. Nel 1962, infine, si trovano cognomi di questo genere: Calega, Forte, Maliacaj, Moscatello e Zardi.

Tabella n. 4 – Cresimati al Crp di Laterina (AR), 1958-1962

Anno195719581959196019611962Tot
Atti394120647123258
Fonte: Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms.

I preti del Crp di Laterina – Sono diversi i sacerdoti che si sono occupati degli aspetti religiosi al Crp di Laterina, assieme a due vescovi. Primo fra tutti è da ricordare don Bruno Bernini, parroco di Casanuova, frazione di Laterina per 55 anni fino al 2005, assieme a don Giuseppe Treghini, fotografati nel 1953 con il coro della Cappella del Crp stesso. Prima di don Bernini è ricordato il cappellano don Mario Randellini, operativo dal 1942 al 1946. Dopo di don Bernini ci sono don Uldo Battistini e don Mario Ciampelli, arrivato nel 1954.

Sono da menzionare poi altri parroci di Laterina, nella cui Parrocchia rientrava anche il Crp, come don Ottavio Tinti e don Piero Cheli, che lo seguì. Si ricorda anche don Giuseppe Treghini, Parroco a Vitereta, oggi nel comune di Laterina Pergine Valdarno, in provincia di Arezzo.

Laterina, anni ’50 – don Bruno Bernini, primo a destra. Collez. Alberto Bernini, Levane (AR).

Don Angelo Matteini è stato immortalato in alcune fotografie durante la processione della Madonna dentro il Campo profughi, accanto all’immagine sacra nel 1951. Il canonico Ernesto Severi compare in una fotografia di gruppo di comunicandi davanti alla Cappella del Crp assieme a monsignore Emanuele Mignone, vescovo di Arezzo e a don Pasquale Cacioli, il quale firma molti attesati di cresima nel 1950 (APLa).

Si accenna al fatto che Monsignor Telesforo Giovanni Cioli, vescovo di Arezzo, opera dal 1961, in seguito alla scomparsa di Monsignor Mignone. Le soppresse diocesi di Arezzo, di Cortona e di Sansepolcro, sono unite in persona Episcopi proprio al tempo del Vescovo Giovanni Telesforo Cioli (1961-1983).

Come ha scritto il 10 febbraio 2016 Glenda Venturini nel sito web di Valdarnopost.it Monsignor Luciano Giovannetti fu Cappellano al Campo profughi di Laterina negli ultimi anni di vita della struttura: “Nel 1957 fui ordinato sacerdote, il 15 giugno per la precisione; e il 4 agosto arrivai a Laterina, dove rimasi fino al 1960”, ricorda il monsignore. “Tre anni vissuti a Laterina, dove aveva sede la Parrocchia, e trascorsi spostandosi per dire messa fra il Santuario di Santa Maria in Valle e il Centro Raccolta Profughi, dove erano ospiti i profughi istriani, fiumani e dalmati”.

Casanuova di Laterina, piazza intitolata a don Bernini. Foto C. Ausilio 2020

Biografia di don Bruno Bernini – Don Bruno nasce il 15 maggio del 1921 a Duddova di Bucine (AR). Ordinato presbitero il 29 giugno del 1946, diviene viceparroco amatissimo a Laterina, mentre titolare parroco è don Ottavio Tinti. A partire dal 1° luglio del 1948 gli viene affidata la parrocchia di Poppi (AR). Due anni più tardi diviene parroco a Casanuova di Laterina (AR), comunità che guida per ben 55 anni, fino al 2005, quando ormai anziano, si ritira presso il fratello ad Ambra di Bucine (AR). “Don Bruno Bernini cominciò a svolgere assistenza spirituale al C.R.P. fin dal 1948 e dopo un periodo di assenza ritornò nel 1950, rimanendovi fino al momento della chiusura” (Lisi, p. 255). Nella parrocchia di Casanuova don Bruno è coadiuvato dalla perpetua Maria Dell’Orco.

Don Bruno Bernini

Don Bruno è fautore di un’importante iniziativa nel Crp, realizzata in collaborazione con le istituzioni della Curia. Nel 1956 è istituito un ricreatorio per i giovani. Nei mesi di giugno, luglio ed agosto, quando le scuole erano chiuse, ospitava i bambini da 5 a 14 anni. “Questo, oltre a fornire un servizio di vitto, costituiva anche un fattore educativo e morale molto importante per tutti i ragazzi, che in genere godevano di una eccessiva libertà. Il ricreatorio sorgeva in appositi locali messi a disposizione nel Centro e assisteva giornalmente circa 130 bambini ai quali veniva fornita la colazione e una merenda. Le attività svolte dai bambini del ricreatorio erano coordinate da un insegnante e da più vigilatrici, scelte tra i profughi del Centro e il ricreatorio restava aperto tutti i giorni feriali sia al mattino che al pomeriggio” (Lisi, p. 192-193).

Don Bruno, a partire già dal 1960, è per molti anni insegnante di religione nella scuola media di Laterina e, a cominciare dal 1973, anche nella scuola media di Pergine Valdarno (AR). Nel 1989 gli viene affidata pure la parrocchia di Sant’Agata a Campogialli, in Comune di Terranuova Bracciolini, nella provincia di Arezzo. Dal 2010 viene accolto nella casa di riposo di Santa Maria Maddalena a Gargonza di Monte San Savino (AR). Don Bruno Bernini muore lunedì 27 ottobre 2014. Il funerale si è svolto martedì 28 ottobre, alle ore 15, nella Chiesa di San Pietro Martire a Casanuova di Laterina.

A fine dicembre 2016 la Giunta comunale di Laterina, accogliendo la proposta di alcuni cittadini della frazione, ha intitolato piazza antistante la chiesa nella frazione di Casanuova alla memoria di don Bruno Bernini.

Casanuova di Laterina – Chiesa di San Pietro Martire. Foto C. Ausilio 2020

Il messaggio di Bruna Zuccolin – La presente ricerca si è svolta nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92 sul Giorno del Ricordo, per diffondere la conoscenza dei tragici eventi del confine orientale che nel secondo dopoguerra colpirono gli italiani vittime delle foibe, nonché gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, preservando le tradizioni di quelle comunità. “È importante ricordare in un clima di collaborazione e di pace tra i popoli in dimensione europea – ha detto Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine – perché così i giovani vengono a sapere di fatti tragici che non dovrebbero più ripetersi”.

Angeli di Laterina. RaccontoSi dice che gli angeli custodi del Centro raccolta profughi di Laterina si diedero a convegno nei primi anni ’60 su un tema sollevato da qualcuno di loro. Ora che si son fatte tutte quelle cresime, diceva il gruppo che tirò in ballo la questione, ci si potrebbe rilassare per ciò che concerne la custodia dei nostri protetti. L’argomento era importante così tanto che erano convenuti tra le nuvole di Laterina un grande numero di angeli, persino da lontani cirri e nembi. Si dice che fossero più di cinquemila, tanti erano stati gli utenti del Campo profughi prossimo alla chiusura. Erano stati i Serafini e i Cherubini a portare sul tavolo di discussione quel tema così intrigante, mentre i Principati e i Podestà guardavano con scetticismo l’affollata assemblea tra ripetuti fruscii di ali bianche. La gerarchia degli angeli è stata esposta nel Libro dei Libri e nelle Confessioni di Sant’Agostino (XII, 22), tanto per dire. Volle parlare l’angelo Girolamo: Ve digo che bisogna star sempre drio al nostro protetto, altrimenti pol suceder come a mi, quando xe sparido el marescial de la finanza de Abbazia Angelo Pusceddu. Xe stado portà via dai miliziani titini de sera, i me ga dito, ma no se sa dove che el xe finido. Mi son ancora che lo cerco. In paese i dise: una piera al collo e via. Allora xe importante star vizin al nostro protetto.

C’era anche Vladimiro, l’angelo custode del tale Redento Rudan, un commerciante di Volosca. Mentre era in coda per la mensa al Campo profughi, detto commerciante ricordava con piacere i cibi della cucina di casa che nulla avevano a che fare coi piatti di latta e la vita nelle baracche. Veniva menzionata la luganega coi crauti, oppure gli gnocchi di susine al burro fuso e cannella, le patate in tecia, le sarde in savor, o infine la cremosa torta Dobos. Tra il sole e i sassi, i vicini di coda si arrabbiavano perché faceva venir loro l’acquolina in bocca e poi si sarebbero trovati l’allungata zuppa indecifrabile e il solito odoroso pezzo di formaggio olandese accompagnato da un tozzo di pane. L’angelo Vladimiro, per via di certe sue rotondità, com’era del resto per il suo protetto, fu soprannominato dai Cherubini più sbertucciati: Bonculovich. Egli per spostarsi da una nuvola bassa a quella alta, essendo pigro, era solito usare una scala di legno, anziché dare un energico battito d’ali. Il convengo degli angeli si concluse con l’accordo di continuare a custodire i propri protetti, anche se ricchi di sacramenti come la comunione e la cresima. Mentre la nuvolaglia dell’incontro si stava diradando di angeli in partenza per le varie destinazioni oltre che in Italia, anche all’estero, come Parigi, New York, l’Ontario, l’Argentina, il Brasile, l’Australia, si sentiva Bonculovich brontolare vistosamente su una nuvola bassa. Chi me ga sconto ancora ‘na volta la mia scala? – continuava a ripetere. Chi xe stado? Tirèmela fora, in pressa.

Non c’è da preoccuparsi finché c’è qualche angelo arrabbiato. È quando sono tristi gli angeli che dalle nubi cominciano a cadere i fiocchi di neve, fintantoché le raffiche dei venti non finiscono per trasformare il tutto in accecanti bufere, come ha scritto Jón Kalman Stefánsson.

Attestato di cresima di Gemma Carolina Brun, battezzata ad Albona, stampato e ms (APLa).

Nota sul Racconto tra fantasia e verità. Angelo Pusceddu, nato a Cagliari nel 1887 e scomparso nel 1945 e soppresso al termine del conflitto, risulta tra le 2.640 Vittime di Nazionalità italiana a Fiume e dintorni, una lista stilata dagli storici italiani e croati nel 2002, pubblicata da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Si ringrazia per varie notizie sul maresciallo Pusceddu il signor Francesco Mondì, esule istriano in contatto con Maria, figlia dello scomparso.

Conclusioni – È dimostrato che siano 403 i cresimati al Campo profughi di Laterina (AR) nel periodo 1949-1962. Considerato che ogni nuovo cresimato ha il suo santolo, spesso un esule, è facile dedurre che i profughi coinvolti siano stati, solo per tale particolare cerimonia religiosa, oltre 800. Il Crp ne ha visti transitare oltre 5mila, come già dimostrato in analoghe nostre ricerche. Allora è da smentire il numero di profughi giuliano dalmati riportato da Laura Benedettelli nel suo pur documentato studio intitolato I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, del 2017. Scrive la Benedettelli che “Nella provincia di Arezzo i 588 profughi che arrivarono nei vari anni vennero accolti nel CRP di Laterina (…) che poteva contenere fino a 12.000 persone” (p. 48). Da Laterina non ne passano solo 588, ma più di 5.377.

Si può ben dire che questa sia una produzione culturale italo-francese, dato che alcune immagini che la corredano sono state gentilmente concesse per la pubblicazione da Lidia Pettener Hautelin, nata a Pola ed esule in Francia, che si ringrazia per tale magnifica disponibilità. Le prime fasi dell’indagine sul campo sono state svolte nel 2015 da Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo, che ha visitato l’Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano di Laterina, trovando un generoso altruismo nella persona di don Mario Ghinassi, parroco di allora, che ha messo a disposizione del ricercatore non solo i documenti, ma pure gli strumenti di digitalizzazione. Nel clima di costruttiva collaborazione tra l’ANVGD di Arezzo e quella di Udine, inaugurata nel 2016, Ausilio ha trasmesso copia della documentazione al professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, che si è assunto la direzione della ricerca. Pure la iconografia qui riprodotta  è merito di Claudio Ausilio, grazie alla collaborazione di Alberto Bernini, nipote di Don Bruno Bernini e di altri aretini.

Crp di Laterina, Planimetria post 1950, disegno ricostruito nel 2017 da cura dell’ANVGD di Arezzo. Collezione Claudio Ausilio, Montevarchi (AR).

Dopo una serie di analisi storiche, statistiche e sociologiche, nel 2020, accompagnate dal messaggio di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, si pubblica nel web, a cura della redazione del blog, l’esito di tale innovativa ed articolata indagine.

Archivio e testi originali – La presente ricerca è frutto della collaborazione fra l’ANVGD di Arezzo e il Comitato Provinciale dell’ANVGD di Udine. La consultazione e la digitalizzazione dei materiali d’archivio presso l’APLa è stata effettuata nel 2015 a cura di Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo; per la collaborazione riservata si ringrazia don Mario Ghinassi, parroco di Laterina nel 2015.

Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, Attestati di cresima vari 1949-1957, Lettere, dattiloscr., stampati e ms.

Ricordino della cresima di Lidia Pettener al Crp di Laterina, 19.5.1957, fronte e retro. Collez. Lidia Pettener Hautelin, Cannes, Francia.

Aldo Tardivelli, Un filo spinato… non ancora rimosso, testo videoscritto in Word, s.d. [ma: post 2004?], pp. 1-7. [Risposta circostanziata alle tesi di Ivo Biagianti, pubblicate nel 2000].

Bibliografia

Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, 2002.

Laura Benedettelli, I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC), on-line dal giorno 8 febbraio 2017.

Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, s.d. [2000].

Diocesi di Arezzo, “Necrologio di don Bruno Bernini”, «Bollettino Diocesano», settembre-ottobre, 2014.

Massimo Cacciari, L’angelo necessario, Milano, Adelphi, 1986.

Francesca Lisi, L’Assistenza post-bellica ad Arezzo. Il Centro Raccolta Profughi di Laterina, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 268+XC.

Dario Pellegrini, Relazione del direttore del Crp di Laterina, 1960.

Sant’Agostino, Confessioni, Milano, Rizzoli, 1958.

Jón Kalman Stefánsson, Harmur englanna, Reykjavík, Bjartur, 2009, traduz. ital. di Silvia Cosimini, La tristezza degli angeli, Milano, Iperborea, 3.a ediz. 2017.

Glenda Venturini, “Nel Giorno del Ricordo la testimonianza di Monsignor Giovannetti: “Al Campo profughi di Laterina iniziò il mio sacerdozio” dal sito web valdarnopost.it del 10 febbraio 2016.

Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.

Attestato di cresima di Filomena Tuntar, battezzata a Visinada del 15.3.1950 (APLa).

Sitologia – E. Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017, on line dal 2018.

E. Varutti, Cuccioli dell’esodo. La scuola elementare al Campo profughi di Laterina (AR), 1948-1950, on line dal 18 giugno 2020.

E. Varutti, Cucciole dell’esodo crescono. La scuola elementare al Campo profughi di Laterina, 1956-1957, on line dal 24 giugno 2020.

E. Varutti, Esodo dei Pettener da Pola a Laterina (AR) con le coverte tirade e in Francia, 1956, on line dal 18 agosto 2020.

Attestato per il Sacrum Chrisma di Ernesto Röttinger, dell’Istituto friulano per orfani di Cividale (UD) del 21.5.1949 per il parroco di Laterina (APLa).

Ricerca diretta dal professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Disegni di Tommaso Ricci e di Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Lettori: Claudio Ausilio, Bruna Zuccolin e Daniela Conighi. Si ringrazia Maria Iole Furlan per il Racconto sugli angeli. Copertina: Laterina, Cappella del Crp 1951, prima comunione con Mons. Emanuele Mignone e don Pasquale Cacioli. Per la concessione alla pubblicazione si ringrazia il sito web di valdarnopost.it Altre immagini da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Laterina, Centro raccolta profughi, ricostruzione dell’interno di una baracca, 2019

Cucciole dell’esodo crescono. La scuola elementare al Campo profughi di Laterina, 1956-1957

È una storia femminile di grande umanità, di professionalità e persino con qualche lacrima versata da una maestra di Rovigno. Qui ci sono le sorelle d’Italia. Il 1° ottobre 1956 inizia scuola per le cinque classi elementari al Centro raccolta profughi (Crp) di Laterina (AR) e due maestri, dei quali una è esule istriana, Pasqua Benvegnù Sponza, si trovano a fare lezione a 150 alunni. Oltre ai numeri da capogiro, c’è un altro elemento da evidenziare: è il fattore rosa. Ci sono ben 22 femmine su 34 scolari della classe 1^ A del Crp nell’anno scolastico 1956-1957. Si può parlare quindi di cucciole dell’esodo giuliano dalmata, perché si nota pure in altre classi della scuola elementare una prevalenza del sesso debole, rispetto ai maschietti. Dal 1948 la scuola era allestita nella prima baracca a sinistra del Crp. Pure nel 1949 la componente femminile era molto forte, soprattutto nelle classi 1^, 2^ e 5^. Le vicende del 1949-1950 sono già descritte nell’articolo intitolato Cuccioli dell’esodo. La scuola elementare al Campo profughi di Laterina (AR), 1948-1950.

Giuliana Stoppielli, insegnante aretina della 3^ classe, scrive nel suo registro: “Sono piccoli uomini e brave donnine, che guardano già all’avvenire con una certa serietà e che, per la loro esperienza o per l’esperienza dei genitori, mostrano di valutare in pieno quel senso di italianità per il quale hanno accettato di vivere miseramente al campo”.

Campo profughi di Laterina, 1959: “Quell’anno, alla festa della Consolata, le suore avevano regalato ad ogni bimbo un biscotto wafer – ha riferito Luisa Pastrovicchio – e, una volta avuto il biscotto in mano, siamo stati immortalati in una fotografia, dopo di che ciò che restava fu fatto sparire”. Collez. Famiglia Pastrovicchio; foto Impero, San Giustino Valdarno di Loro Ciuffenna (AR).

La classe 1^ A in rosa, 1956-1957 – Ritorniamo alla metà degli anni ’50. Nella baracca scuola fanno il loro ingresso i bimbi nati dentro il Crp, oltre agli esuli. Hanno voglia di sapere, imparano presto; come annota la maestra: “mi seguono bene”. Si può dire che le cucciole dell’esodo giuliano dalmata crescono. Aumentano pure gli iscritti alla scuola del Campo profughi, tanto che lo Stato deve inviare nuovi insegnanti. La maestra Anna Maria Fratini, residente a Salerno, prende servizio in baracca il 13 dicembre 1956 nella classe 1^. Tra le prime frasi che segna nel suo registro, c’è la seguente: “Questa scuola è un po’ diversa dalle altre del circolo, essendo composta da bimbi del Crp provenienti dai paesi più disparati: Romania, Africa, Istria” (p. 20 del Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^, 1956-1957, in Fonti archivistiche).

L’Istria, dunque, non è una parte d’Italia ceduta alla Jugoslavia per una guerra persa, ma uno dei disparati paesi. È piuttosto normale questa vaga conoscenza della Venezia Giulia tra l’italiano medio. La si può riscontare ancor oggi. Eppure gli insegnanti del Campo profughi si fanno in quattro per far crescere i loro scolari “entusiasti per Biancaneve”. I maestri, sia i toscani che gli istriani o i campani, puntano sul dialogo, per far parlare in lingua italiana i più svantaggiati dal punto di vista linguistico: “Sono bimbi buoni e io sono contenta” (p. 14). È la maestra Giulietta Del Vita, di Montevarchi, a segnare tale commento; è entrata in servizio il 2 febbraio 1957 al posto della maestra Fratini. Oltre ad un rilevante ricambio di alunni per l’uscita dal Crp delle famiglie e per i nuovi massicci arrivi, si registra il turn-over degli insegnanti. Più che altro nel Crp vengono nominati nuovi maestri per il crescente numero di scolari. O, per meglio dire: le cucciole crescono in tutti i sensi.

Laterina, Campo profughi, anni ’50. Bambini fuori dalla scuola sulla vespa di don Bruno Bernini, cappellano del Crp. Arch. Anvgd Arezzo

Il 5 febbraio c’è un nuovo iscritto: Ezio Matuchina. La maestra Del Vita lo descrive così: “10 anni, 15 parole in italiano e un senso spiccato per il disegno”. Gli fa da interprete la scolara Elsa Dorcich, con il beneplacito dell’insegnante. È una cucciola traduttrice. Molto probabilmente i bimbi si intendono in ciacavo, il dialetto croato del litorale adriatico orientale, sorto dal contatto medievale con il mondo romanzo preesistente. L’Istria, Fiume e la Dalmazia, infatti, conservano vestigia dell’Impero Romano.

Il 12 febbraio 1957 c’è la nota: “Ancora bimbi nuovi, nulla di italiano, non hanno libro e non ci sono banchi per loro”. Si tratta di: Jagodich Armanda, Prenz Aldo, Ielenich Nikola ed Ennio. Poi ci sono altri nuovi iscritti: Glusic Egidio,… Il 29 febbraio il commento si fa proprio amaro: “Con 49 bambini il mio lavoro è difficile e, forse, inutile perché metà classe quasi non mi capisce e distrae gli altri”. Nel mese di marzo c’è la suddivisione della classe; alla maestra Del Vita restano 34 scolari e scrive di “essere contenta. Sono tanto affettuosi che bisogna voler loro bene in tutti i modi. Gli assenti sono moltissimi a causa del morbillo”. La maestra fa un turno pomeridiano perché scrive a maggio di “serate interminabili” con i bambini molto stanchi. Sono annotati pure i luoghi di emigrazione delle famiglie d’Istria, Fiume e Dalmazia che finiscono in Francia, USA e Australia.

Ecco un’affettiva considerazione dell’8 maggio 1957: “Non so cosa farei per fare in modo che tutti i miei cari bimbi siano promossi”. A giugno fa caldo in baracca e la maestra Del Vita scrive: “Uscire è difficile perché l’ombra si trova dopo 20 minuti di strada al sole”. Eppure si fa scuola in tali condizioni.

In base a ciò che risulta dai registri delle maestre Anna Maria Fratini e Giulietta Del Vita, ecco i nomi dei 34 iscritti col luogo di nascita: Anzil Fiorella, nata a Laterina da famiglia fiumana; Bazul Mira, di Casteverde di Pisino (Pola=PL); Bertossa Branco, Montona (PL); Bertossa Veronica, Montona (PL); Blasich Renata, Pola; Brachitta Giuseppe, Tripoli (Libia); Canaletti Violetta, Lussimpiccolo (PL); Debelli Benes, Pola; Gissi Liana, Pola; Leonardelli Rita, Pola; Marnica Anna, Zara; Mattesich Simeone, Zara; Milotti Loredana, Pola; Sartori Fiorello, Carnizza (PL); Sestan Libero, Zara; Sinich Gino, Montona (PL); Sinich Libero, Montona (PL); Stifanich Oriana, Parenzo (PL); Trillo Carlo, Tripoli; Trillo Rocco, Tripoli; Tropea Luciano, Napoli; Valle Valentina, Proesti (Romania); Vescovi Elena, Pola; Vescovi Liliana, Pola; Vinoschi Dario, Mompaderno (PL); Visconti Irvana, Pola; Graovaz Giuseppina, Zara; Beltetti Giuseppina, Lindaro, Pisino (PL); Dorcich Elsa, Castello Lupoliano (PL); Basso Graziella, Pola; Bailo Anna, Zara; Bassi Graziella, Fasana (PL); Gelleni Nevia, Gimino (PL); Cortese Slava, Pola (vedi il Registro degli scrutini…, Classe 1^).

Laterina, Campo profughi, comunione e cresima del 1959. Collez. Famiglia Pastrovicchio

Come si nota in questa classe 1^ sono ben 23 i bambini della provincia di Pola, ossia il 67,6 per cento degli iscritti; a seguire troviamo i nati a Zara (15%), quelli nati a Tripoli (8,8%) ed altro. Il mestiere del capofamiglia è in prevalenza agricoltore o operaio. Alla fine dell’anno vengono promossi 28 allievi su 30 esaminati, dato che 4 scolari sono assenti per trasferimento familiare a Milano, Monfalcone (GO), Torino o all’estero. Con la metà degli anni ’50 si iniziano a trovare o trasferimenti per assegnazione di nuovo alloggio nelle case popolari o nei Villaggi giuliani. Così le cucciole e i cuccioli di Laterina vanno a Cremona, Firenze, Marina di Ravenna, Trieste e Cortemaggiore (PC). La famiglia fuggita da Neresine viene inviata al Crp di Altamura (BA), perché “i genitori non sono cittadini italiani” (Vedi: Certificati di trasferimento). Su 34 scolari, ben 22 sono di sesso femminile, pari al 65 per cento. È proprio una classe in rosa.

La classe 2^ del 1956-1957 pure in rosa

Con soli 17 maschi su 39 iscritti la classe 2^ è la dimostrazione statistica della presenza preponderante delle cucciole dell’esodo, con una percentuale del 56 per cento. Il 1° ottobre inizia l’anno scolastico e la maestra Pasqua Benvegnù Sponza, esule istriana, annota: “Il primo incontro è stato cordiale e un po’ rumoroso. Su 77 iscritti nella 1^ e 2^ classe, 73 erano presenti. Lascio pensare al lettore della presente come mi son trovata. Per fortuna abbiamo avuto una bella giornata ed all’aria aperta tutto è stato più facile. Il mio collega (siamo due soli con 150 alunni) ha tre classi con un numero di poco inferiore al mio. Certamente dovremo fare lezione mattina e pomeriggio” (p. 14 del Registrodella Classe 2^ A mista). Sono numeri da capogiro, ma i maestri non mollano e restano al loro posto, mattina e pomeriggio, per i piccoli dell’esodo giuliano dalmata.

Il 21 novembre c’è la festa degli alberi e per il clima rigido “abbiamo condotto i bambini nel locale della televisione e, dopo il discorso del maestro Alfieri, hanno recitato e cantato applauditi dai genitori visibilmente soddisfatti”. Il 26 novembre arrivano due nuove insegnanti a rinforzare l’organico per i troppi bimbi che affollano la baracca. Il 12 dicembre il medico dell’Istituto Antitubercolare di Arezzo applica il cerotto per la vaccinazione antitubercolare ai bambini del Crp. Il medico constata la “completa immunità contro la tubercolosi dei nostri alunni, i quali sono stati sottoposti già in Jugoslavia alla vaccinazione” (p. 17).

Niente pacco della Befana ai bambini e niente festa il 7 gennaio 1957, a differenza degli anni precedenti; forse perché la consegna dei regali è rimandata ad aprile. Il 5 febbraio 1957 la maestra Pasqua è trasferita in una pluriclasse, poiché gli scolari sono aumentati troppo e Anna Maria Fratini Maffei prende il suo posto. Sempre a febbraio si legge che gli alunni assistono a dei filmini con “interesse e gioia”. La maestra organizza poi le Gare di lettura, così “i fanciulli leggono con maggior piacere”. Il 6 aprile accade che “al Campo abbiamo avuto una cerimonia commovente e significativa. S.E.M. [Sua Eccellenza Monsignor] Vescovo è venuto per la consegna dei pacchi dono ai profughi. Anche i miei alunni sono intervenuti ed hanno preso parte ai cori” (p. 21).

I ventidue baracconi del Crp di Laterina già ospitarono prigionieri di guerra inglesi e americani. Fonte: istrianet

Ecco i 39 alunni della classe 2^: Ban Nives, Villa di Rovigno (PL); Bogliun Anna, Pola; Bontempo Ondina, Fiume; Canzian Anna, Tripoli; Canzian Franco, Laterina; Carlovich Diego, Pola; Chiurco Irene, Rovigno (PL); Ciacchi Elsa, Pola; Cramer Fiorella, Montona (PL); Cramer Sergio, Pola; Drndich Maria, Pisino (PL); Duchich Loretta, Zara; Flegar Armando, Pola; Gargano Annamaria, Fiume; Gissi Armida, Pola; Lacosegliaz Vladimiro, Novacco di Montona (PL); Marnica Biserca, Zara; Martincich Angelo, Albona (PL); Milotti Gianfranco, Pola; Raico Luciana, Villa Chirmegnac (PL); Rucconich Fedora, Neresine (PL); Sarich Svonco, Zara; Sartori Nevia, Castelnuovo d’Istria (Fiume=FM); Scocco Branco, Pola; Slivar Desiderata, Pola; Sponza Duilio, Pola; Tonielli Giuseppe, S. Domenica d’Albona (PL); Ussich Anna, Pola; Valle Giulio, Valmazzinghi, Albona (PL); Vescovi Rita, Pola; Vinoschi Danilo, Mompaderno (PL); Zinzi Salvatore, Marcianise (CE); Zupcich Leonilda, Zara; Zvietich Violetta, Zara; Chini Annunziata, Puliciano (AR); Lanci Maria, Chieti; Barut Bruno, Pola; Barut Claudio, Pola; Mazzola Alfredo, Fiume.

Come si nota la percentuale dei nati in provincia di Pola è maggioritaria (64%), poi seguono Zara (13%), Fiume (10%). Il nato a Laterina (2,5%) è d’origine istriana, poi ci sono altri luoghi, inclusa Tripoli (2,5%). Sono 22 le scolare rispetto ai 17 maschi; pure questa classe è in rosa. Alla fine dell’anno scolastico sono ammessi agli esami 31 allievi e risultano tutti promossi. Tra i mestieri paterni ci sono molti operai, agricoltori e qualche marittimo o pescatore.

Interessante precisazione dell’insegnante riguardo all’assistenza per gli scolari. “I fanciulli vengono assistiti all’ECA (con libri), dalla Prefettura (i grembiuli) dalla POA con la refezione quotidiana” (p. 25). Dunque l’Italia risponde all’aiuto per le cucciole dell’esodo con l’Ente Comunale d’Assistenza (ECA) di Laterina, tramite la Prefettura (di emanazione governativa) e la Pontificia Opera d’Assistenza (POA) della Curia vescovile. È il 5 giugno 1957, la maestra Fratini chiude l’aula (baracca) e consegna la chiave al Direttore del Campo, segnando l’indirizzo della propria residenza di Salerno. Non c’è nemmeno l’armadio, perciò ripone il registro e qualche suppellettile in una cassetta chiusa a chiave.

La pluriclasse 2^, 4^, 5^ del 1956-1957

Per condurre l’originale insieme scolastico di 2^, 4^ e 5^ classe elementare c’è  l’istriana maestra di ruolo “Pasqua Sponza nei Benvegnù di Rovigno”, diplomatasi a Parenzo (PL) nel 1937 e residente a Firenze. Scrive la maestra nel suo registro che i suoi 35 scolari sono “provenienti tutti da scuole croate e la maggior parte non conosce la lingua italiana” (vedi: Registro della Classe 2^, 4^, 5^ mista). Allora l’insegnante svolge al completo il programma della classe 2^, mentre deve ridurre i programmi delle classi terminali. “Nei primi tempi era difficile anche intenderci e dovevo far tradurre tutto quello che dicevo da un bambino che conosceva l’italiano e il croato”. Quindi c’è un altro cucciolo traduttore. Le famiglie hanno collaborato con la maestra che ha organizzato delle lezioni all’aperto con gare e giochi, sollecitando a partecipare pure gli insegnanti “con grande entusiasmo dei ragazzi”.

Nel lasciare la sua 2^ classe e andare ad insegnare nella pluriclasse c’è un po’ di storia linguistica dell’Istria tra le interessanti osservazioni della maestra Pasqua. “Con l’esperienza di parecchi anni di scuola, con la mia conoscenza del dialetto istriano che non è croato, ma veneto (tengo a precisarlo perché la lingua croata non la conosco e non la conoscevano nemmeno i miei antenati) e con la buona volontà ero giunta a buon punto. Ora dovrò ricominciare da capo ed il mio compito sarà più arduo, perché gli alunni sono più grandi e più difficilmente impareranno a scrivere in italiano” (p. 14 del Registro). È contenta dato che ha individuato gli interpreti tra gli alunni, in modo che possano capire la lezione anche quelli di sola lingua croata. Sono entusiasti pure i suoi ragazzi, soprattutto quando il 5 marzo, sotto Carnevale, la maestra porta in classe coriandoli e stelle filanti “mai veduti” dai bimbi. Con i nuovi arrivi, il 12 marzo la pluriclasse riesplode di alunni e viene suddivisa ancora, per tale motivo nel presente articolo alcuni nominativi potrebbero essere ripetuti. La maestra Pasqua spiega i moti del 1831, Pellico, Mazzini e la Giovane Italia. In aprile, con una pazienza infinita, ritorna a chiedere all’autorità i libri di lettura. Arrivano il Vescovo [Cioli], il Prefetto [Guida] e il Direttore Didattico coi pacchi dono e i suoi ragazzi cantano inni patriottici accompagnati da una fisarmonica tra la gioia dei genitori “che sono i nostri più diretti collaboratori”. La maestra senza libri per i suoi allievi prepara delle “schedine” dai libri in prestito da altre classi; usa molto la lavagna, ripete e fa ripetere. I discenti la seguono “con tutta la loro buona volontà”. Ci vuole tanto coraggio a far scuola in tale situazione con tavoli da refezione al posto dei banchi e panche da sagra invece delle sedie. “Sono sicura che i miei ragazzi leggeranno sempre meglio” (p. 20). La scuola finisce a giugno e gli scolari “si sono stretti intorno come per non lasciarmi andar via. Le loro manifestazioni d’affetto mi hanno commosso e non ho potuto trattenere la lacrime salutandoli” (p. 22).

Registro di Giulietta Del Vita, maestra in classe 1^ A Crp Laterina, 1956-’57

Ecco i nomi e luoghi di nascita della pluriclasse di Laterina. Alcuni nominativi risultano cancellati con una riga, evidentemente per trasferimento. Fanno parte della classe 2^: Adriancich Mario, Pola; Cerlenizza Miriana, Marzana (PL); Matich Vanda, Pisino (PL); Pilat Romana, Pisino (PL); Pribetti Erminio, Treppo Carnico (UD); Radolovich Edoardo, Marzana (PL). Di questi 6 allievi, ben 5 sono della provincia di Pola e uno è friulano. La percentuale di femmine è pari a quella dei maschi.

In classe 4^ abbiamo 17 scolari in elenco: Blecich Liliana, Fiume, cancellata con rigo nero; Bonini Valdeniaro, Fianona (PL); Brenco Nadia, Pola, cancellata; Bulessi Claudio, Pola, cancellato; Isera Albino, Sanvincenti (PL), cancellato; Iung Oreste, Vines (PL); Ligovich Vanda, Parenzo (PL); Opatich Dorina, Pisino (PL); Pilat Marino, Pisino PL); Valle Graziella, Castelnuovo d’Istria (FM), cancellata; Vellenich Pietro, Parenzo (PL); Visintini Santina, Torre di Parenzo (PL), cancellata; De Vidovich Mariella, Zara; Duchich Loredana, Zara; Gherisnich Sergio, Pedena di Pisino (PL); Radolovich Dino, Marzana (PL); Pertot Mario, Pola, cancellato. Le provenienze di tali alunni sono 13 dalla provincia di Pola (76%), 2 da Fiume (12%) e 2 da Zara. Le 8 femmine rappresentano il 47 per cento della classe di poco maggioritaria per i maschi, che sono 9, pari al 53%.

La classe 5^ è formata da 12 allievi: Bulich Alfio, di Zara; Cerlenizza Maria, Marzana (PL); Graovaz Franca, Udine; Poletto Francesco, Nova Gradisca, Slavonia croata, cancellato; Poletto Vittorio, Nova Gradisca, Slavonia croata, cancellato; Pribetti Annamaria, Treppo Carnico (UD); Rubba Angelo, Sant’Antioco (CA); Sarich Franco, Zara; Vellenich Giovanni, Parenzo (PL); Vellenich Giuseppina, Radolovi di Parenzo (PL); Climan Renato, S. Lorenzo del Pasenatico (PL); Faust Bruno, Arsia (PL). In questa parte della pluriclasse i ragazzi nati in provincia di Pola rappresentano il 41,7 per cento. Poi ci sono i nati a Zara (16,7%), a Nova Gradisca, in Croazia (16,7%), Udine e Cagliari. La componente femminile qui è solo di un terzo degli allievi. Tra i mestieri paterni troviamo tanti agricoltori, operai, due minatori, un sarto, un palombaro e un marittimo. Nella classe 2^ sono promossi tutti i 6 allievi. Nella 4^ classe ci sono 13 promossi a giugno e 3 rimandati ad ottobre, tra i quali c’è un promosso, un respinto e un assente. Nella classe 5^ sono promossi i 12 allievi, compresi i 2 rimandati ad ottobre.

La classe 3^ del 1956-1957, altre cucciole

La maestra Giuliana Stoppielli, di Terranuova Bracciolini (AR), prende servizio il 17 dicembre 1956. Pur mancando banchi e armadi, come in tutta la scuola, si arrangia sui tavoloni da refettorio con panche pluriposto, tuttavia trova nell’aula: il mappamondo, l’atlante, carte geografiche e la bandiera (p. 24 del Registro). È consapevole che la scuola di Laterina sia “un ambiente particolare. I bambini sono in massima parte profughi d’Istria, ma ve ne sono anche di altre parti (…)”. Verso la metà di febbraio la classe deve fare lezione nel pomeriggio, poiché ci sono troppi iscritti nella scuola del Crp; bisogna fare i turni. A marzo molti pargoli si ammalano di morbillo. Poi si legge che: “Ancora una volta durante il mese di aprile abbiamo dovuto abbandonare la nostra aula, ci siamo trasferiti in quella del M.o Alfieri, poiché la nostra ha dovuto accogliere i bambini della signora Stifanich che stanno diventando molto numerosi” (p. 21). Con ciò si viene a sapere che i maestri esuli giuliano dalmati a Laterina sono una piccola pattuglia: Nicola De Marin, nel 1949-1950, Pasqua Benvegnù Sponza e, appunto, la signora Stifanich nel 1956-1957.

Disegno di Bazzul Radoslavo, classe 3^ elementare, esule da Castelverde, Pisino (Pola), che mostra le baracche del Campo profughi di Laterina col campo di calcio

A giugno, prima degli esami, cuccioli e cucciole sognano di prendere dei bei voti. La maestra riporta i loro pensieri: “magari prendessi dieci, mio padre mi regalerebbe un bel palone – ed una bambina – e a me un bel vestito!”. Ci sono le visite d’istruzione alla Diga di Ponticino, alla Fornace Baglioni e al fiume Arno, mentre le lezioni di Educazione fisica, mancando ovviamente la palestra, si svolgono all’aperto, nel Campo profughi.

Il 15 giugno 1957, a esami conclusi, la maestra Stoppielli trascorre l’ultimo giorno “dentro la baracca della mia scuola”. Inizia allora un’affettuosa processione di alunni che desiderano salutarla, senza nemmeno sapere il risultato dell’esame. Le cucciole dell’esodo vogliono starle vicino. “Sono qui seduta al mio tavolo – scrive nelle Note della Prova d’esami – ed ogni tanto sento bussare alla porta: sono i miei bambini che vengono a salutarmi, non ricordano più nemmeno gli esami ora, si dimenticano anche di chiedermi l’esito, hanno quasi tutti un foglio in mano per appuntare il mio indirizzo. Molti di questi bambini devono partire fra qualche giorno: chi andrà in Francia, chi in Belgio, chi in Argentina, chi in Brasile; partono insieme alle loro famiglie in cerca di un lavoro che dia loro la possibilità di vivere discretamente. Ognuno mi promette di scrivermi, di mandarmi tante cartoline illustrate”.

Formata da 23 alunni la lista inizia con: Bazzul Radoslavo, Castelverde, Pisino (PL); Bertetich Anna, Lindaro, Pisino (PL); Boban Graziella, Zara; Bulessi Adriano, Pola; Bulich Alfio, Zara; Canaletti Fiorella, Lussinpiccolo (PL); Canzian Vittorio, Tripoli; Di Pasquale Mario, Tripoli; Diracca Nevia, Sussak (YU); Dobrich Silvio, Santa Lucia, Pirano (PL); Gobbo Bruno, Valmazzinghi, Albona (PL); Mazzorana Gabriella, Pachino (SR); Milotti Lucia, Pola; Milotti Claudia, Pola; Precali Rosanna, S. Lorenzo del Pasenatico (PL); Rabar Giuliana, Pola; Ugussi Gianfranco, Parenzo (PL); Ussich Emilia, Altura (TS); Valle Doreto, Valmazzinghi, Albona (PL); Visconti Lucilla, Pola; Zanghirella Nadia, Pola; Zvietich Anna Maria, Zara; Lanci Federico, Chieti. I 14 nati in provincia di Pola sono la parte preponderante nella classe, rappresentando il 60,8 per cento, poi ci sono i zaratini (13%), quelli di Tripoli (8,7%) ed altri, inclusa Trieste, perché c’è chi scappa pure dal capoluogo giuliano, per la pura dei titini, fintantoché non viene riannesso all’Italia, nel 1954. Pure questa classe è di cucciole, dato che 13 femmine rappresentano il 56,5 % della classe, mentre i 10 maschi sono al 43,5%. Tra i mestieri prevalenti del capofamiglia ci sono l’operaio, il muratore, un paio di coloni, di imbianchini, di cuochi e una guardia di finanza. Pur avendo 23 iscritti, gli scrutinati a fine anno sono 19, perché sono 4 i trasferiti, mentre i promossi nelle due sessioni risultano 18 (11 femmine e 7 maschi). C’è un solo bocciato.

La classe 4^ della maestra Carmignani

Dal Registro della classe 4^ traspaiono analoghi commenti a quelli riportati poco sopra. È la maestra Emilia Carmignani, di Terranuova Bracciolini (AR), a scrivere che i suoi alunni sono “pieni di entusiasmo e di buona volontà” (p. 17 del Registro). Hanno poche suppellettili scolastiche. Il libro arriva il 27 gennaio 1957 e “i ragazzi sono tanto contenti e vorrebbero studiarlo tutto insieme”. Il disagio vissuto dai profughi assiepati nelle baracche di Laterina, tuttavia, si fa sentire. Il 22 febbraio la maestra scrive di dolersi per l’assenza di un suo alunno, il cui babbo ubriacatosi, ha picchiato la moglie e, poi, ha tentato il suicidio; conclude così: “chiederò consiglio all’assistente sociale”. Il 15 marzo c’è il visto dell’Ispettrice Olga Raffaelli. Alla fine dell’anno sono 17 gli ammessi all’esame, dei quali 9 sono le femmine, in maggioranza; evidentemente vari scolari sono stati trasferiti.

Disegno di Bulessi Adriano, di Pola, classe 3^ del Crp di Laterina

L’elenco dei 23 alunni della classe 4^ risulta da due registri didattici, a causa dei nuovi arrivi e dei trasferimenti di alunni; si è effettuato inoltre un confronto con l’Elenco alfabetico profughi giuliani e con altre fonti per l’assegnazione della località dal nominativo di Basso in poi, considerata la carenza di dati nei registri scolastici. Ecco la classe 4^: Brachitta Stella, Tripoli, trasferita a Perugia; Benci Maria Luisa, Pola, trasferita a Roma; Bertoldi Benito, Asmara (Eritrea), trasferito; Cernaz Virgilio, Dignano d’Istria (PL), trasferito a Cremona; Minissale Mario, Neresine (PL), trasferito a Firenze; Moisei Giuseppe, Visinada (PL), trasferito a Novara; Sauer Mirella, Pola, trasferita a Serravalle Sesia (VC); Scocco Liliana, Pola, trasferita a Ravenna; Trillo Domenica, Tripoli, trasferito a Monteverdi Marittimo (PI); Trillo Giovanni, Tripoli, trasferito a Monteverdi Marittimo (PI); Vescovi Maria, Pola, trasferita a Genova; Vescovi Paolo, Pola, trasferito a Genova; Basso Claudio, Pola; Creglia Gian Pietro, Barbana (PL) trasferito a Roma; Priletti Anna Maria, s.l.; Ghini Antonio, s.l., ma cognome di Capodistria; Marcetta Bruna, Fiume, trasferita a Bergamo; Brenco Nadia, trasferita a Firenze (cognome di Pola); Bulessi Claudio, Pola; Blecich Liliana, Fiume; Isera Albino, Sanvincenti (PL); Valle Graziella, Castelnuovo d’Istria (FM); Visintini Santina, Torre di Parenzo (PL). Come si può notare la maggioranza degli scolari è della provincia di Pola (65,2%), seguiti da quelli di Fiume (13%), di Tripoli (13%) ed altro.

La classe 5^ del maestro Alfieri, con cuccioli

La classe 5^ del maestro Romano Alfieri, di Montevarchi conta 22 allievi ammessi all’esame, tra i quali ben 18 maschi e 4 femmine; altri scolari dell’elenco originario sono trasferiti. Le considerazioni dell’insegnante sulla classe del Crp sono simili a quelle dei suoi colleghi, già segnate sopra. Ecco la classe 5^ mista con 27 nominativi: Marcetta Nerina, Fiume; Bellè Aldo Portole (PL); Bogliun Antonella, Lissano di Lisignano (PL); Bontempo Marisa, Fiume; Brumini Sergio, Pola; Calmetta Anita, Zara; Canaletti Carlo, Neresine (PL); Canaletti Mario, Neresine (PL); Cancian Antonio, Tripoli; Cobai Luciano, Pola; Coflar Andrea, Zara; Devescovi Nadia, Rovigno (PL); Duchich Franco, Zara; Gargano Bruno, Fiume; Graovaz Franca, Zara; Iacchi Nicolò, Fiume; Mattesich Lorenzo, Zara; Milani Teodoro, Pavati di Montona (PL); Milotti Renato, Siana di Pola; Precali Alida, Abbazia (FM); Sarich Vittorio, Zara; Stetka Claudio, Fiume; Tessaris Narciso, Orsera (PL); Ugussi Luciano, (PL); Valle Fiorenzo, Castelnuovo d’Istria (FM); Climan Gianni, Parenzo (PL); Floris Bruno, Spada di Parenzo (PL). Tra questi iscritti la componente femminile è del 26%, mentre i maschi sono il 74%. I ragazzi di Pola son 13 con una percentuale del 48%, seguono quelli di Fiume (25,9%), di Zara (22,2%) e Tripoli.

Montevarchi (AR), Giorno del Ricordo 2018 con i cuccioli del 2000. Collezione di Claudio Ausilio, ANVGD Arezzo

In conclusione si ricorda che gran parte degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle violenze titine si riversano a Trieste, poi a Udine al Centro di smistamento profughi, dove vengono indirizzati a Laterina o in altri dei 109 Crp sparsi in Italia.

Note dal web

Villi Mavar, di Fiume, esule a Torino, il 19 giugno 2020, dopo aver letto l’articolo Cuccioli dell’esodo. La scuola elementare al Campo profughi di Laterina (AR), 1948-1950 ha scritto su Facebook nel gruppo Un Fiume di Fiumani: “Anche mi la seconda elementare la go fata a Laterina in campo profughi nel 1959”. E Anna Mavar, il giorno dopo, ha aggiunto: “Mi son nata in campo profughi a Laterina”.

Collezioni familiari

Famiglia Pastrovicchio, Schede di registrazione al Centro Raccolta Profughi di Laterina (AR), stampati e ms; fotografie.

Bambina al Campo profughi di Laterina (AR). Arch. ANVGD Arezzo

Fonti orali

Claudio Ausilio, Fiume 1948, esule a Montevarchi (AR), int. al telefono del 9 giugno 2020 e messaggi e-mail del 10 giugno 2020.

Luisa Pastrovicchio, Valle d’Istria 1952, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, int. al telefono del 28 febbraio 2017.

Fonti archivistiche inedite

Premesso che potrebbero esserci alcuni errori materiali di scrittura, ecco i testi inediti della ricerca presente; i materiali sono stati raccolti da Claudio Ausilio, dell’ANVGD di Arezzo.

  • Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.
  • Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR); consultati i seguenti documenti:

– Giuliana Stoppielli, Note della Prova d’esami, 14 giugno 1957, allegato al Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], c. 1, ms.

– Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Registro degli scrutini e degli esami, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^ insegnante Del Vita Giulietta, anno scolastico 1956-1957, pp. 10, stampato e ms.

– Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Direzione Didattica di Montevarchi, Relazione finale, Scuola di Campo Profughi, Classe 1^ insegnante Del Vita Giulietta, anno scolastico 1956-1957, pp. 30, stampato e ms.

– Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di Montevarchi, Registro della Classe 2^ A mista, Comune di Laterina, frazione Campo Profughi, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua e Maffei Fratini Anna Maria, anno scolastico 1956-1957, pp. 28, stampato e ms.

– Scuole Elementari di Laterina C.R.P, Direzione Didattica di Montevarchi, Certificati di trasferimento di alunno (allegati al Registro di classe), Classe 2^, 1956-1957 pp. 1, stampato e ms.

– Provveditorato agli Studi di Arezzo, Circolo Didattico di [Montevarchi], Comune di Laterina, frazione Centro Raccolta Profughi, Scuola Elementare Statale, Registro della Classe 2^, 4^, 5^ mista, insegnante Benvegnù Sponza Pasqua, anno scolastico 1956-1957, pp. 24, stampato e ms.

– Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Scuola Elementare C.R.P., Registro della classe 3^ mista, insegnante Giuliana Stoppielli, anno scolastico [1956-1957], pp. 30, stampato e ms.

– Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Circolo Didattico di Montevarchi, Frazione C.R.P., Scuola Elementare Laterina C.R.P., Registro della classe 4^ mista, insegnante Emilia Carmignani, anno scolastico 1956-1957, pp. 23+10, stampato e ms.

– Provveditorato agli studi di Arezzo, Comune di Laterina, Scuole elementari, Circolo Didattico di Montevarchi, Frazione Campo Profughi, Registro della classe 5^ mista, insegnante Alfieri Romano, anno scolastico 1956-1957, pp. 28+10, stampato e ms.

Cavriglia (AR) – Giorno del Ricordo, 15.2.2020, con Claudio Bronzin, esule da Pola e superstite della strage di Vergarolla. Fotografia di Mark Soetebier

Sitologia e bibliografia

Ringraziamenti – La redazione del blog per l’articolo presente è riconoscente al signor Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), socio dell’ANVGD provinciale di Arezzo, per aver fornito con la consueta cortesia i materiali per la ricerca presso l’Archivio del Comune di Laterina e di Levane (AR), andando a incrementare una tradizionale e collaudata collaborazione con l’ANVGD di Udine. Oltre alle fonti orali, si ringraziano gli operatori e le autorità del Comune di Laterina e dell’Istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (AR), per la collaborazione riservata all’indagine storica.

Servizio giornalistico di Elio Varutti. Ricerche di Claudio Ausilio e E. Varutti. Networking a cura di Girolamo Jacobson, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie da collezioni citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Disegno di Giuliana Rabar, esule di Pola, classe 3^ scuola elementare Crp di Laterina (AR)