Cherso, La campanella suona alla mattina: tutti a scuola!

Siamo onorati di pubblicare un altro toccante racconto di Annamaria Zennaro Marsi. È sulla sua vita a Cherso da bambina, tra i banchi dell’asilo, i cacciabombardieri inglesi e l’istruzione nella scuola elementare, con tanto di pagella del 1946, scritta in italiano, compreso lo slogan titino: “Morte al fascismo, libertà ai popoli”. Nel meraviglioso racconto autobiografico ci sono, oltre a tanti nomi e cognomi di maestre e altri personaggi del tempo, alcune poesiole molto interessanti, in veste antropologica e vari micro-toponimi. Grazie all’Autrice e buona lettura.    (a cura di Elio Varutti)

Gallo galletto chicchirichì

presto bimbetto, al-za-ti,

prendi il cestino e vieni con me,

andiamo all’asilo che bello che è!

Dentro di me pensavo che proprio tanto bello non era. Il pollice della mia mano destra era pallido e raggrinzito e, nonostante il bel cestino di vimini e l’entusiasmo che ci metteva mia madre nel cantarmi la canzoncina, non riuscivo a staccarlo dalla bocca per il disagio che provavo nell’avviarmi verso l’asilo.

Percorrevo l’umida e ombrosa stradina all’interno delle mura di Cherso, stringendo la mano di mia madre, fino a raggiungere la porta Bragadina, accanto alla quale sorgeva la semplice costruzione su due piani che racchiudeva la scuola materna.

La scuola, risalente ai primi anni del secolo XX (1904), ebbe come prima maestra la signora Irma Cella, che ne divenne, in seguito, la direttrice e dipendeva allora dall’Ente stabile Italia Redenta. Era circondata da un muretto su cui si innalzava un’inferriata, interrotta davanti sul Prà, da un cancello, pure in ferro che veniva rinchiuso dopo l’ingresso di tutti i bambini.  

Ci accoglieva Fanny che, essendo molto miope, portava le lenti “con tanti giri” e che, assieme alla maestra Melania, ci aiutava a riporre sul banchetto il cestino contenente la merenda, il tovagliolo e il bavaglino, tutti diligentemente contrassegnati. Da soli spiccavamo il grembiulino appeso ad un lungo appendiabiti, identificabile dal proprio disegnino, aiutandoci a vicenda ad indossarlo e prendendo tranquillamente ciascuno il proprio posto sulla seggiolina di legno. Spesso ci assisteva anche Gioconda che aveva l’incarico di preparare i pasti e di accudire ai nostri bisogni. Chissà quanti “popocini chersini” avrà pulito nel corso degli anni!

Non mi piaceva molto il mio contrassegno e invidiavo gli altri bambini che venivano identificati con un fiore, un frutto o un animale. Io avevo un aeroplano! Oggi sarebbe magari apprezzato, ma nessuno di noi piccoli ne aveva visto uno, fino ad allora, sopra il cielo di Cherso e non immaginavo certo che, da lì a poco, ne avrei visti e soprattutto… temuti!

Eravamo negli anni 1943-1945, iniziava “il calvario di Cherso” e, per sfuggire a quel “campo di battaglia” che era diventato il Prà, ci rifugiammo, d’estate, in un ricovero per animali, nella campagna della nonna al secondo chilometro della “strada nova” in località “Gracisce”. L’aereo mi apparve all’improvviso intorno a mezzogiorno, come un uccellaccio torvo e minaccioso, cupo presagio di distruzione e di morte e, spaventata, mi appiattii sotto al “figher” [il fico, dialetto istro-veneto, NdR].

Fu l’esordio di un incubo per tutti, ma, forse, per noi piccoli spensierati e facili all’oblio, era quasi peggiore l’olio di fegato di merluzzo che ci veniva somministrato all’asilo per proteggerci dal rachitismo e per supplire ad alcune carenze vitaminiche nell’alimentazione di allora. Veniva sì accompagnato dal pane e seguito da uno zuccherino per rendercelo più appetibile, ma rimaneva il suo disgustoso reflusso e, solo una profonda convinzione ed un forte controllo, riuscivano a farcelo ingoiare.

Mi pesava pure l’imposizione di star seduta per parecchio tempo, per seguire le utili lezioni di igiene o quelle sui pericoli da evitare o sul comportamento da tenere a tavola che l’educatrice ci impartiva, indicando degli esempi illustrati su dei grandi cartelloni appoggiati alla lavagna, invitandoci poi a rispondere, tutti in coro, alle domande che ci venivano poste o facendoci ripetere delle semplici filastrocche o delle briose e piacevoli canzoncine che poi ripetevamo in casa o nei giochi in giardino.

Consumavo la merenda prelevandola dal cestino, assieme al bavaglino che i più grandicelli allacciavano ai più piccoli. Pregustavo con gioia quel momento, soprattutto quando sapevo che la nonna, per farmi contenta, aveva acquistato i deliziosi biscotti, appena sfornati, che una sorridente Chersina vendeva sul suo banchetto. Erano dei croccanti, lucidi buzulini [buzolai=pane biscottato] che emanavano un delizioso profumo di uova e di miele.

A pranzo, dopo aver apparecchiato da soli la tavola, mangiavamo delle minestre, spesso di fagioli o di piselli, talvolta anche di fave e, quasi subito dopo, dovevamo chinare il capo sulle braccia incrociate e appoggiate sul tavolino, chiudere le palpebre e cercare di dormire. Ogni tanto sbirciavo per vedere se qualcuno era sveglio, ma vedevo solo nuche, perchè tutti dovevamo tenere la testa girata dalla stessa parte. Spesso mi addormentavo profondamente fino a quando un improvviso battito di mani ci permetteva di aprire gli occhi e sollevare il capo.

Avevamo ancora un po’ di tempo a disposizione per fare dei rotolini con le serpentine colorate, con le quali, premendo delicatamente il centro verso il basso, si formavano piccole e grandi tazze, bicchieri o vasetti, rendendoli poi rigidi con della colla, spesso preparata anche con l’acqua e la farina. Erano, tutto sommato, momenti piacevoli e spensierati! Nel paese intanto si percepiva un gran trambusto. I volti degli adulti erano preoccupati e ansiosi. Alcune educatrici vennero sostituite e apparvero inaspettate anche altre rime: oltre a “Pum pum d’oro” e al”cucù” la gatta cambiò nome diventando “macka macka moja, macka macka bjela” [gatto gatto mio,  dal croato], mentre, anche tra gli adulti, imperversava il “Siri colo” (girotondo).

I bombardamenti, gli incendi, le turbolenti e tragiche vicende belliche m’impedirono una frequenza regolare all’asilo. La vita di tutti aveva subito insospettabili stravolgimenti e io pregustavo da tempo la gioia di andare finalmente nella scuola “dei grandi”.

La scuola elementare di Cherso

La scuola elementare era situata all’estremità opposta del Pra’, vicino alla porta Marcella e, dopo l’abbattimento delle mura, era molto più visibile in tutta la sua imponenza, creando, assieme al Dopolavoro, un piacevole e armonico complesso architettonico. C’ero già stata a 4 anni più volte, invitata dalla maestra di mia sorella, signorina Quirina Cella.

Entrai nell’edificio, dapprima al mattino e poi anche al pomeriggio, quando le alunne, tutte con il grembiule nero e il colletto bianco, si destreggiavano in attività di economia domestica, disegnavano, si dedicavano ai lavori manuali, ma anche a fare i compiti, a recitare e a cantare e ad allenarsi negli esercizi ginnici, nei giochi collettivi e ritmici, nei saggi con cerchi e bandierine.

Fui intimidita nel vedere l’imponente ingresso sul quale campeggiava il ritratto del re Vittorio Emanuele III, la scalinata, i lunghi corridoi, le ampie aule luminose, le ordinate file di banchi con il portapenne e il calamaio, le grandi stufe che servivano per riscaldarsi d’inverno, la cattedra sulla pedana e la grande “tavola nera” sulla parete. Con sorpresa e disappunto notai pure una lunga bacchetta di legno che serviva per indicare la lezione sulla lavagna e in certi casi, battuta sul banco, per ottenere il silenzio o addirittura, come avevo sentito sussurrare, per colpire, alternandola al righello, le mani di qualche alunno particolarmente indisciplinato.

L’elegante costruzione, a due piani, rifinita da un movimentato frontone, era stato edificata, come scuola popolare, nei primi anni del 1900 e, come tante atre scuole, era circondata da un muretto, con sovrastante inferriata, interrotto da due cancelli: quello di destra adibito all’ingresso dei maschi (sotto la scritta esterna: Vittorio Emanuele III) e quello di sinistra per le femmine (sotto la scritta: Regina Elena). Disponeva sul retro di un giardinetto, utilizzabile nelle belle giornate, per gli esercizi ginnici.

Si occupavano delle pulizie e della custodia due coniugi ai quali la fervida penna di Aldo Policeck de Pitor, poeta ed insegnante presso la scuola di Cherso fino al 1949, dedicò i seguenti versi:

JACOMO E JACOMINA DE LE SCOLE

La campanela sona de matina:

Jacomo, senza man e Jacomina

scominzia la jornada.

Che copia indovinada!

Ela come un foleto

neta tuta la scola,

scovar, lavar per tera

con quei brazi mai stanchi;

lu, cun una man sola, da drio forbir i banchi.

La scola ga brusado,

la xe andada in rovina

ma lori no ga visto:

i iera andadi avanti,

a sonarghe la campana dai angeli e dai santi !

Infatti un furioso incendio nel 1978 (circa) cancellò completamente la presenza materiale della scuola elementare, ma non la sua impronta né la sua memoria che continuano a sopravvivere indelebili nella storia di Cherso e nella memoria  dei Chersini e, anche se le pietre non possono più parlare, la sua immagine e il suo emblema sono sempre presenti nei loro cuori:

Cherso, par mi, xe ‘l viso dei amici

de scola,la maestra Margarita,

i libri soto scaio e de la vita

i primi passi.

Cherso aveva un’importante tradizione scolastica e negli anni di fine secolo XIX e inizio secolo XX vi insegnava la maestra Luisa  Moratto, di madre chersina (Scalamera, sorella di don Giorgio) che, da Buie d’Istria, luogo della sua nascita, ottenne il suo primo incarico nel 1893, proprio a Cherso. Lì si stabilì definitivamente, diventando prima la promotrice e poi la direttrice della scuola materna (1903), poi della nuova Scuola Popolare dell’Infanzia (1904) e, in seguito, insegnante di quella elementare intitolata nel 1925 “Scuola Vittorio Emanuele III”. Ci fu una cerimonia solenne e invitati illustri, durante la quale la maestra Luisa Moratto poté sfoggiare, appuntata al petto, la medaglia d’oro con l’effigie di Dante Alighieri, donatale nel 1906, dalla Lega Nazionale per i suoi meriti di educatrice.

Cherso, 1925 – Scuola elementare, premiazione della direttrice Luisa Moratto; appuntata al petto, la medaglia d’oro con l’effigie di Dante Alighieri, donatale nel 1906, dalla Lega Nazionale per i suoi meriti di educatrice. Il primo a sin. è il nonno materno di Annamaria Zennaro Marsi. Collezione dell’Autrice.

Per suo interessamento, dopo la prima guerra mondiale, negli anni 1920-1925, sorsero nell’isola gli asili di: Caisole, Orlez, Vallon, S. Martino e Bellei ai quali si unirono in seguito quelli di S. Giovanni, Dragosetti, Ossero e Ustrine.

Seguace di Maria Montessori, dotata di una forte personalità, rigorosa, ligia e severa, ma estremamente disponibile verso i bambini bisognosi, molto conosciuta ed apprezzata in campo educativo, lasciò un’indelebile impronta in quanti la conobbero e le sue alunne, oltre ad ottenere un’invidiabile preparazione, ebbero un seducente esempio e stimolo per la loro professione futura.

Nel passato più remoto i figli dei poveri erano per lo più “bocche da sfamare” e molti genitori preferivano, piuttosto che mandarli a scuola “a scaldare i banchi”, utilizzare i maschietti quale aiuto nei campi, nella pesca o a lavorare nelle fabbriche di “grossi panni, di rosolii o nei cantieri ove si racconciavano (come scrive l’autore del dizionario corografico d’Italia Amato Amati, nel 1875) le navi o si costruivano i trabaccoli in una Cherso che possedeva un gabinetto di lettura, una casa di ricovero per poveri, una scuola maggiore maschile e una scuola elementare minore femminile e in città v’erano molte persone colte”.

Le ragazze venivano indirizzate al lavoro di sartoria o di cucito e ricamo. Alcuni ragazzi consideravano la scuola una forma di prigionia e, alcuni, da ribelli, la disertavano o, addirittura, quando erano sicuri di non essere visti, nascosti dietro la porta Marcella, lanciavano con la fionda dei sassetti ai vetri delle finestre, quasi a voler eliminare e distruggere un obbligo che percepivano come tempo sprecato e infruttuoso, che richiedeva grande sacrificio e impegno e limitava oltremodo la loro connaturata libertà e una congenita propensione per i più vantaggiosi e redditizi lavori manuali.

Come si rileva dal “Saggio d’osservazioni sopra l’isola di Cherso e Ossero”, edito nel 1771, “la mancanza della scuola contribuisce a mantenere l’indocilità e fa che la cultura non vi sia molto comune”. Poi continua: “sarebbe una fortuna se l’esempio d’un sì dotto Concittadino (leggasi Francesco Patrizio) conducesse agli studi quegli isolani.  Il popolo, che v’è, pieno di superstizioni, profitterebbe della filosofia de’ pochi come si vede nelle capitali colte.” In realtà Cherso aveva una tradizione culturale di alto livello e molti studiosi si fecero conoscere anche in campo nazionale. Citerò su tutti l’abate Giovanni Moise e la sua grammatica, che il Carducci definì “la più grande grammatica italiana” usata come modello anche a Firenze, culla della lingua italiana.

E, proprio il sorgere di nuove scuole, molte ad opera della Lega Nazionale, dispensatrici di educazione e di cultura, permise di eliminare in buona parte la piaga dell’analfabetismo, maggiormente diffuso nelle famiglie più modeste e meno acculturate. Un numero sempre maggiore di giovani chersini, dopo la scuola dell’obbligo, continuarono gli studi al ginnasio “Francesco Patrizio” che sorgeva vicino alla “Peschera” (dove insegnò pure una giovanissima e ora plurilaureata Meyra Moise). Quelli che ne avevano la possibilità, proseguirono gli studi a Fiume, a Zara, a Vienna o in altre città dell’Impero o italiane.

Mi parve una conquista quando, nel 1945, ebbi l’età di entrare ufficialmente a far parte degli scolari! Possedevo un sillabario con un alfabeto mobile illustrato, un pallottoliere di legno e un quaderno a quadretti dove tracciare tante aste, filetti e cerchietti da introdurre perfettamente nei quadratini e in seguito, ogni giorno, una diversa bordurina da colorare. Non c’era più il ritratto del Re all’ingresso e le scritte sul frontone risultavano illeggibili. La mia prima maestra, la signora Antonietta Zadro era molto severa, non sorrideva quasi mai, ma io l’ammiravo molto.

Al mattino, dopo la preghiera, ci faceva stendere le braccia sul banco, con le dita delle mani allargate e girate sul dorso, per controllare che le mani e le unghie fossero pulite. Tutti temevano il rimprovero e la vergogna di venir redarguiti! Dava un’occhiata anche ai capelli, rimproverando quelle che avevano un aspetto disordinato o forse anche per individuare quelle “lenti” bianche che indicavano la presenza dei pidocchi e che, schiacciate tra le unghie dei pollici emettevano uno “s’cick” sonoro prima di venir sfilate, una alla volta, dai capelli.

Quando non si doveva scrivere, le braccia andavano tenute incrociate dietro alla schiena, mantenendo il busto e il capo ben eretti, appoggiando i piedi, spesso doloranti a causa dei geloni, sulle pedane di legno che formavano un tutt’uno con i banchi. Mi aveva insegnato a scrivere correttamente, ad amare la lettura, a fare i conti, a disegnare e avrei voluto che mi accompagnasse in tutto il percorso della scuola elementare, ma lo stravolgimento in atto continuava a procurare i suoi danni. L’esplosione, a vasto raggio di granate, alcune anche incendiarie, avevano danneggiato un’ala della scuola. C’erano schegge dappertutto. Libri, documenti, registri e oggetti scolastici erano stati ammucchiati all’aperto e, dalle piccole finestrelle ad est dello scantinato, si potevano scorgere, frammisti alle pietre e ai calcinacci, libri facenti parte della biblioteca scolastica, in parte rovinati e bagnati.

Le lezioni vennero sospese, nella scuola furono ospitati, con l’intento di dar loro maggior sicurezza, dei bambini provenienti dall’ospizio de Seppi accompagnati da suor Carla Attems e un’aula venne pure adibita al primo soccorso dei soldati feriti.

La precarietà dominava tutti gli aspetti di un paese ormai sconvolto. Alla fine della prima classe la mia pagella portava già evidenti i primi segni del cambiamento (vedi foto).

Pagella di Zennaro Anna Maria, intestata al Comitato Popolare Regionale per l’Istria

Dopo le esperienze tragiche e sconvolgenti della guerra e delle occupazioni, delle paure e delle fughe, della scarsità di cibo, delle deportazioni e delle morti, il cucchiaio d’olio era diventato un male minore, anche se sempre sgradito.

Gli anni successivi al dopoguerra furono incerti. Nella classe seconda ebbi quale insegnante la maestra Antonietta Ceglian. Imparai ad usare i pennini da inserire su una bella canna colorata, ad intingerli nell’inchiostro, ad impormi di non rovinarne la punta e di non fare delle macchie, coprendo velocemente la pagina con la carta “asciugante” prima di girarla e di non formare, con il gomito, le “orecchie” sui quaderni, mentre in terza, (anno scolastico 1947/48) sotto la guida di una giovanissima Concetta Pavan, usavo l’abaco cartonato e ingiallito di mia sorella, per ripetere e memorizzare le tabelline.

Lo svolgimento dei programmi fu alquanto precario e disordinato con conseguenze dannose sul nostro apprendimento. Ci aspettavano ancora brusche sterzate e tumultuose piroette! All’appello quotidiano dell’insegnante in classe rispondevano sempre più sconfortanti silenzi e nei lunghi corridoi, privati del loro naturale brusio, rimbombavano solo poche voci sommesse.

Cherso si stava vuotando delle sue creature, i suoi semi venivano  proiettati e sparpagliati nel mondo, le sue scuole deserte e ferite e,  con esse, smantellati il suo futuro, la sua cultura, il suo idioma e la sua identità!

                                                  ANNAMARIA ZENNARO MARSI

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Copertina: cartolina di Cherso con la scuola, a sinistra e il dopolavoro ‘Francesco Patrizio’ a destra. Fotografie da collezioni private e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

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El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso, di Annamaria Zennaro Marsi

Ci ha fatto un bel regalo Annamaria Zennaro Marsi. Ci ha inviato il racconto seguente, ricco di forme dialettali riguardo alla cultura dell’acqua su un’Isola come quella di Cherso, dove il prezioso liquido era un bene raro, raccolto e conservato nelle cisterne (le gustierne), un tema caro peraltro a tutta l’Istria. La ringraziamo per questo originale pezzo di vita quotidiana degli anni 1930-1940, contenente oltre che degli esclusivi spunti storici, anche molte interessanti tracce di etnografia e di vicende popolari. La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come il Botterini, Bracco, Samani, Corso Regeni) si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di alcuni vocaboli del dialetto istro-dalmata.

Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, 2021, sulle vicissitudini del Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule al Silos dal 1948 al 1955. Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le splendide parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Cherso

Laudato sii mi’ Signore per sora aqua la qual è molto utile et humile et pretiosa et casta…”. Così S. Francesco ne tesseva le lodi intorno all’anno 1260 e chissà quanti Chersini avranno pensato nello stesso modo e pregato e invocato la benefica pioggia, nei tempi in cui questo elemento naturale, indispensabile alla vita, dovevano procurarselo con fatica e gestirlo con accurata attenzione e diligente impegno.

Tien la testa dritta”, raccomandava mia madre a mia sorella, che, pur ancora ragazzetta, aveva imparato a portare la mastelletta zincata colma d’acqua sulla testa, mentre io, di 7 anni minore, sgambettavo dietro, fermandomi a raccogliere le lodogne [frutti eduli del bagolaro] polverose cadute dagli alberi del Prà. Succhiavo quel noccioli neri dolciastri, stando ben attenta a non confonderli con quelle pirule [pillole] dello stesso colore e forma, ma leggermente più grandi, che le capre disseminavano durante il loro percorso, desiderosa di sfoggiare anch’io, in un prossimo futuro, quel copricapo che donava un portamento superbo ed elegante. Avevo già provato a sistemare, come la corona sulla testa di una regina, il pozvitek, quella ciambella che la mamma formava velocemente arrotolando alcuni stracci sul polso e sulla mano, poggiandovi poi sopra la mastelletta di mia sorella, ma, già da vuota, il collo ne soffriva, per cui dovevo attendere pazientemente l’età giusta per poterlo fare (evento che non si realizzò mai).

Eravamo di ritorno proprio dal chiostro della chiesa dei frati francescani dove, una capiente cisterna risalente al XVI secolo che portava scolpito lo stemma più antico della città, permetteva, a coloro, come noi, che non ne possedevamo una, di prelevare il prezioso e indispensabile elemento.

“La campana scrive storie / de done in procission / che va par strada cu’l cablo in testa / pien de la preziosa / sorela aqua / che’l convento dispensa / come’l pan de la Mensa…”. Aldo Policek

Giunte a casa le mastelle venivano appoggiate sulla credenza [anche: cradiència]. Una parte dell’acqua veniva versata in un secchio dal quale, con un pentolino, si raccoglieva l’acqua per bere, mentre un altro quantitativo, quello per cucinare, serviva a riempire la caldaia dello spargher [cucina economica a legna o carbone, dal tedesco: Sparherd]; Il resto veniva conservato, coperto con un coperchio di legno, per lavare la frutta o la verdura o per la pulizia personale. Quella usata veniva poi sfruttata e riciclata per bagnare la lattuga dell’orto, quella insaponata per lavare indumenti colorati, pulire i pavimenti, scartazzare [spazzolare] le scale o infine per buttarla nel cesso. Non avevamo gli spazzolini, né il dentifricio, né l’abitudine di lavarsi i denti che raramente venivano puliti con la cenere oppure con le foglie ruvide della salvia.

A Cherso non c’era l’acqua corrente, come del resto in tante altre località, poche le cisterne pubbliche, per cui molti avevano provveduto a costruirne una all’interno dei loro cortili  o sotto ad una grondaia, sfruttando l’acqua piovana, oppure usufruivano di pozzi che, collegati a delle falde acquifere profonde, garantivano una provvista quasi perenne, purtroppo però poco utilizzabile, perché in caso di alta marea subiva delle infiltrazioni d’acqua salmastra, sempre utile per spegnere gli incendi o magari riscaldata sul sol per lavarsi i piedi o rinfrescare l’anguria o la chianta de vin, [fiasco impagliato di vino] ma raramente potabile.

Cisterne e pozzi disponevano di un parapetto, la vera, con sopra una griglia in ferro fermato da un lungo crazon [craciùn, catenaccio] o da una grossa pietra, per trattenere il fogliame, ma soprattutto per evitare che qualche animaletto, affogando, causasse un pericoloso inquinamento o addirittura che qualche bambino arrampicandosi, precipitasse nel pozzo. Appeso ad un arco in ferro battuto dei pozzi pendeva un secchio, legato con una corda di canapa o una catena, che serviva al prelievo dell’acqua e, in caso di caduta all’interno, veniva recuperato con un rampino.

C’erano cisterne decorate e dall’architettura più fantasiosa e su alcune più preziose veniva inciso il monogramma o lo stemma della famiglia con la data di costruzione. Le vasche delle cisterne avevano varie profondità, si riempivano con l’acqua piovana e venivano impermeabilizzate con strati di terracotta, iniziando dal fondo.

Alcune erano addossate al muro per ricevere meglio l’acqua della grondaia, altre, attraverso delle condutture la trasportavano all’interno dell’abitazione, prelevandola in alcuni casi più progrediti, con un rudimentale rubinetto, oppure all’inverso ponevano la cisterna all’interno della cantina, facendola giungere da un collettore esterno. Così aveva la mia santola Maria Ferlora Santulin all’ingresso della sua casa, nel sottoscala e, d’estate, ci riempiva la brocca d’acqua freschissima come fosse una bibita preziosa. Alcune, molto antiche erano semplici ed  essenziali, ma rappresentavano il patrimonio ereditario e la ricchezza della famiglia.

Il bisogno di approvvigionamento era molto frequente e la chiesa dei Frati lontana, per cui si cercavano delle alternative più vicine. Una era quella del Comune, in Pecris dove abitava Maria Solis, cugina della mamma, il cui marito, dipendente comunale, aveva il compito di girare per il paese con un tamburo ed enunciare ad alta voce i bandi oppure gli avvenimenti importanti di Cherso, ma si percepiva una certa riluttanza nel concedere il prelievo dell’acqua e l’impresa diventava veramente ardua d’estate, quando si formava più rapidamente il velo sopra l’acqua stagnante, rendendola imbevibile e si confidava nei forti acquazzoni che avrebbero riempito le cisterne, i secchi, le mastelle o gli altri recipienti che si ponevano velocemente davanti alle case.

Gli edifici pubblici, prima di ottenere il permesso alla costruzione di una cisterna avevano l’impegno di permettere ai cittadini delle abitazioni circostanti di prelevarla gratuitamente, e, nei periodi di siccità giungevano dalla terra ferma delle imbarcazioni-cisterna che provvedevano a riempirle. Alcuni privati pretendevano una ricompensa, giustificata dal fatto che, in certi periodi scarseggiava l’acqua anche per le necessità della propria famiglia e si era costretti quasi ad elemosinarla, soprattutto quella per bere e forse anche per questo gli uomini si dissetavano frequentemente con… il vino!

Alcune cisterne avevano una forma cilindrica, o a bulbo per evitare l’evaporazione, altre erano quadrate, rettangolari o a bottiglia e sul fondo una grata serviva a trattenere le impurità. Ogni tanto dovevano essere vuotate per provvedere alla pulizia e alla disinfestazione, anche se, correva la voce, che qualcuno inserisse nella cisterna un bisato [anguilla] che ripuliva il fondale, cibandosi del limo che si formava nell’acqua stagnante. Quando il suo scheletro esile e flessibile appariva sulla superficie del pozzo esso veniva immediatamente sostituito.

Il pensiero che ci fosse una specie di biscia nei pozzi mi creava raccapriccio e turbamento, anche perché, romanticamente, avevo sempre immaginato di vedere nel fondo specchiarsi la luna, per cui preferivo non avvicinarmi troppo ed era forse proprio questa una fantastica strategia partorita dalle mamme timorose e raccontata ai propri figlioletti, per tenerli lontano dal pericolo di cadute. Ci si lavava a tochi [a pezzi] e non tanto spesso perché, oltre alla penuria d’acqua si riteneva che lavarsi troppo rovinasse la pelle e per le donne giovani, lavarsi spesso, poteva addirittura essere sinonimo di scarsa moralità.

Ogni mattina la mamma raccomandava di lavarsi gli occhi, il collo, le orecchie e spesso le mani, ma non ricordo di aver mai fatto il bagno nella tinozza, né di aver usato il lavaman [lavamano, bacinella con brocca] sul mobile della stanza da letto e, per un bagno completo attendevamo l’estate, quando nelle serata più calde ci si recava presso le Munighe [Monache] a lavarsi nel mare. La mamma indossava una sottoveste di satin nero lucido, leggermente scollata che si era cucita da sola e, stando attente a non pungerci con le tantaiesine (ricci di mare) ci immergevamo alla luce flebile di una lampada posta sul muro del monastero, dopo il moletto o al chiaro di luna, quando c’era, avvolte dal lieve sciacquio delle onde e da un profumo di mare ineguagliabile.

Durante la guerra, quando ci rifugiammo in campagna, a Gracisce, scoprii le loque, vasche in cemento utilizzate come abbeveratoi per animali che si riempivano con l’acqua piovana, ma anche usate dagli umani particolarmente assetati e poco accorti alle norme igieniche. Nella stessa località c’era pure una sorgente dalla quale si poteva bere avidamente, arcuando le mani a forma di tazza.

Ocio de soto

La giornata più massacrante per le massaie era però quella destinata alla lissia [bucato]. La mamma si svegliava molto presto al mattino per compiere tutte quelle operazioni necessarie per poter poi permettere alla biancheria lavata di asciugare. Attendeva quindi una giornata soleggiata e magari con un garbato burineto [vento leggero].

Quel giorno era particolarmente effervescente e non si doveva interferire con lei, pena qualche sonora sgridata. Aveva già preparato la cenere ripulita al setaccio la sera prima e raccolto lenzuola, asciugamani e biancheria personale da stendere ordinatamente e ben pigiata in modo da non lasciare spazi, nel grande cablo di legno [mastello] appoggiato su un alto scagno [sgabello], per permettere all’acqua sporca di uscire nel secchio posto sotto. Tutto veniva coperto con un telo consistente sul quale veniva sparsa la cenere grigia prodotta dalla legna. Veniva poi versata in più riprese l’acqua de boio [bollente] prelevata dalla caldaia dello spargher e da un grande buiol [bugliolo, secchio di legno a doghe] messo a contatto diretto del fuoco, dopo aver tolto tutti i cerchi di ghisa della piastra.

Da un foro sul fondo usciva l’acqua sporca (la lisciva) che la mamma conservava per lavare altri indumenti scuri, mentre quelli più delicati (tovaglie, tende, pizzi) li metteva a bagno nel sapone a scaglie, preparato in casa con il grasso e la soda, aggiungendo alla fine anche il perlin, le palline azzurre che rendevano più bianco il bucato.

Quando l’acqua usciva limpida, la biancheria bagnata e pesante doveva essere trasportata, sempre sul capo, fino in Crussia (un corso d’acqua vicino alla loggia), per resentarla [risciacquarla]. La mamma si faceva aiutare dalla nonna nell’ardua impresa che non era finita. Infatti il lavoro consisteva nello sbattere, risciacquare e poi strizzare la biancheria, operazione quest’ultima che riusciva meglio se, ad arrotolarla si procedeva in due, con l’aiuto anche dei bambini ai quali però era proibito avvicinarsi per evitare che scivolassero sul piano inclinato, cadendo nel canale di acqua corrente.

Prima fontana di acqua corrente in piazza a Cherso, 1952

Bisognava arrivare di buon ora, per accaparrarsi il posto migliore e più vicino all’ingresso della Crussia per non dover sottostare a quella del lavaggio di altre lavandaie che, chine sulla sponda, spesso con il polic sulla testa per difendersi dal sole, cantavano oppure facevano serpeggiare, per alleggerire la fatica, le ultime notizie, svelando pruriginosi segreti e sciorinando ghiotti pettegolezzi. Alla fine la mamma portava la biancheria strizzata nell’orto, in strada nova, felice di vederla garrire e sventolare al sole bistra [limpida, lustra]e profumata.

L’approvvigionamento idrico a Cherso con la relativa costruzione di un acquedotto rappresentò un problema fin da antica data e furono fatti molti studi anche prima e durante il governo asburgico per utilizzare quel bacino che, come un dono del Signore, appariva sulla strada che conduceva a Ossero.

A questo proposito così scrive Amati nel 1880 : “Le somme vette di Cherso, battute dai venti sono nude deserte e sì pietrose che un tratto di esse chiamasi “Arabia petrea”. Vi si trova una lago della circonferenza di circa 10 chilometri. Questo laghetto pieno di pesci e rotto da grotte è coronato all’intorno da colli e forma un bacino oblungo. Ogni 3 o 4 anni si prosciuga intieramente; allora il suo letto viene seminato e dà ricco prodotto, finché di nuovo si riempe d’acqua.”

Era il misterioso lago di Vrana, un miracolo della natura, in quanto, pur essendo parte della sua profondità sotto il livello del mare e non ricevendo l’acqua da particolari immissari, garantisce il prelievo di acqua dolce senza alcuna infiltrazione salmastra. Intorno a questo prodigio della natura sono sorte varie leggende e fantasiose ipotesi ancora irrisolte. In realtà da anni non si prosciuga e il suo livello si abbassa di poco anche nei periodi di maggior consumo e siccità e il suo perimetro è ora ben maggiore di 10 km con varie profondità che raggiungono i 74 metri. Approvvigiona tutti i paesi dell’isola, ad iniziare da Orlez, il primo abitato ad usufruire dell’acquedotto nel 1952, fino alle località di Cherso e Lussino.

Pochi Chersini poterono avvantaggiarsene, in quanto nel 1953, quando l’acquedotto venne completato e l’acqua giunse a Cherso, erano già in buona parte lontani, sparsi per il mondo e dissetati da acque forestiere. Eppure, pur nel ricordo di un sofferto disagio, mantennero sempre la nostalgia di quella cisterna che molti dovettero abbandonare nel cortile della propria casa, un immenso valore affettivo essenziale alla loro vita e a quella dei loro avi, un bene prezioso che molti custodiscono tuttora nel loro cuore come un raro e caro gioiello tanto amato e vagheggiato con il desiderio e la speranza che il sapor d’acqua natia rimanga ne’ cuori esuli a conforto. (G. D’Annunzio)

                                                    Annamaria Zennaro Marsi

Lettura testi e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Alessandra Candriella pittrice e socia ANVGD, Udine

Alessandra Candriella nel 2020 ha parlato della sua partecipazione alla Biennale di Vittorio Sgarbi, conseguendo varie attestazioni sulla sua pittura astratta. In una rassegna d’arte in via Montebello a Udine è stata presente con alcune opere figurative, come i Casoni della laguna. Occasione di tale incontro è stata la bella serata tenutasi l’11 settembre 2020 per l’organizzazione della Confraternita del Santissimo Crocifisso della parrocchia del Cristo e del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e la collaborazione del Club UNESCO di Udine. Sono stati molti i momenti emozionanti di quell’incontro intitolato Il nostro mare, dialoghi musiche e canti.

Le opere di Alessandra Candriella, laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Trieste, generalmente sono a pittura acrilica su tela, o a tecnica mista su tela. Hanno spesso per tema il Mare Adriatico. Ha partecipato a varie mostre ed esposizioni, come di recente a Lignano Sabbiadoro, Premariacco, Udine, Villesse (GO) e Maniago (PN), oltre che a rassegne internazionali.

Il tramonto, di Alessandra Candriella; fotografia di Ad Smets, che si ringrazia per la diffusione nel blog

Certe critiche nel web sostengono che: “La nostra attenzione è stata l’eccezione alla sua arte non figurativa: un dipinto impressionista di una basilica di Venezia, la Santa Maria della Salute. Un lavoro quasi 3D con granelli grossolani di sabbia mescolati nella vernice. È proprio attraverso l’uso di un solo colore che questo dipinto ottiene un’atmosfera speciale”.

Tra i vari critici d’arte che l’hanno seguita si ricordano Rita Mascialino e Vitto Sutto.

Cenni biografici – Alessandra Candriella (Udine 1946) vive a Udine. È laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Trieste. È stata docente di lettere. Ha da sempre coltivato la sua grande passione per l’arte figurativa e astratta. Molte sono le sue Mostre personali e collettive in Italia e all’estero tra cui diverse a Parigi, anche al Centre Pompidou. Numerose Mostre collettive cui ha partecipato sono state dirette e presentate da Vittorio Sgarbi, quali la Mostra collettiva a Venezia presso Officina delle Zattere nel 2014. Prestigiosi sono i riconoscimenti di cui è stata insignita, tra i più recenti: l’International Prix Art Collection, Cesanatico 2012; ArtExpò Gallery Premio Biennale Nobel dell’Arte, Montecarlo 2012; ArtExpò Gallery Premio Biennale Gondola d’Oro, Venezia 2012; ArtExpò Gallery Premio Biennale per le Arti Visive Leone dei Dogi, Venezia 2013; ArtExpò Gallery Trofeo Artista dell’Anno, Cesenatico 2013; Primo Premio e Diploma di Merito presso prima Manifestazione d’Arte e Cultura La Lignière 2016. Partecipa con sue opere al Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia’ e al Premio Nazionale di Poesia ‘Secondo Umanesimo Italiano’, come risulta dal blog di Rita Mascialino.

Per Santa Maria della Salute – Basilica di Venezia e per il Tramonto qui riprodotti e citati, opere di Alessandra Candriella, si ringraziano cortesemente le seguenti fonti web: http://www.iltramonto.eu/alessandra-candriella-piero-de-martin/

http://www.iltramonto.eu/wp-content/gallery/vernice-sandrina/il-tramonto_candriella_foto-ad-smets_7762.JPG

Alessandra Candriella e, sotto, il suo Tramonto, acrilico su tela; fotografia di Ad Smets

Servizio redazionale e di Networking a cura di Girolamo Jacobson e Sebastiano Pio Zucchiatti. Copertina: Alessandra Candriella, Fondale marino, 2012, cm 50 x 70, tecnica mista su tela, particolare. Si ringrazia il seguente sito web per la pubblicazione nel presente blog: http://www.mutualart.com/Artwork/Fondale-marino/B656244DA45C1F02 Fotografie dai siti web citati e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Udine, 6^ edizione del Concorso Internazionale di Composizione “Antonio Smareglia”

Si è svolta sabato 5 ottobre 2019, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, con inizio alle ore 17.30, la presentazione della sesta edizione del Concorso Internazionale di Composizione “Antonio Smareglia”. Nell’occasione si è tenuto un concerto con musiche di Antonio Smareglia – tratte dalla sua ricca produzione sia cameristica che operistica – di Francesco Malipiero, che di Smareglia fu allievo, di Ofer Ben-Amots, compositore israeliano vincitore della quarta edizione del concorso e di Jean-Pierre Deleuze, compositore belga vincitore della quinta edizione del concorso. Interpreti sono stati Giulia Della Peruta, soprano molto noto e apprezzato dal pubblico del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e Federico Lovato, valente pianista vincitore di numerosi concorsi.

Adua Smareglia Rigotti, nipote del compositore Antonio Smareglia, assieme a Flavia Brunetto, presidente dell’Accademia di Studi Pianistici “Antonio Ricci”. Poi ci sono: Bruna Zuccolin, presidente ANVGD di Udine e all’architetto Franco Pischiutti assieme ad altri al termine del concerto a Udine

Intitolato all’illustre compositore mitteleuropeo nato a Pola nel 1854 e vissuto a lungo in Friuli, a Cividale e a Grado, il Concorso Internazionale di Composizione “Antonio Smareglia” vanta una giuria di tutto rilievo. Essa è formata dai rappresentanti delle più accreditate istituzioni tra cui il Mozarteum di Salisburgo, il Conservatorio Reale di Bruxelles, l’Università di Mosca, il St. Mary’s College of Maryland – USA, l’Università di Vienna. Nell’ultima edizione le composizioni provenienti da tutto il mondo sono state ben 732.

Il premio è organizzato dall’Accademia di studi pianistici “Antonio Ricci” con la collaborazione della Casa musicale Sonzogno di Milano – una delle più prestigiose e blasonate case editrici europee – del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, dell’Università di Udine, della Fondazione Friuli e dell’Archivio Smaregliano. La direzione artistica è della pianista Flavia Brunetto.

All’importante evento musicale hanno partecipato anche due soci dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, nelle persone della presidente del sodalizio Bruna Zuccolin e dell’architetto Franco Pischiutti. Tra gli altri erano presenti anche la professoressa Vittoria Fabiano, nonché gli eredi del compositore Smareglia.

Biografia di Smareglia

Antonio Smareglia (Pola, 5 maggio 1854 – Grado, GO. 15 aprile 1929) fu uno dei più importanti compositori di area mitteleuropea. Durante la sua giovinezza istriana fu a contatto sia con l’ambiente musicale viennese sia con la scapigliatura milanese: nelle sue opere si fondono elementi stilistici germanico-danubiani, reminiscenze slave e la migliore tradizione del lirismo italiano. Tra i titoli più importanti vanno citati Il vassallo di Szigeth (Vienna, 1889), Nozze istriane (Trieste, 1895), La Falena (Venezia, 1897), Oceana (Milano, 1903), Abisso (Milano, 1914), Pittori fiamminghi (Trieste, 1928). Fu rappresentato nei maggiori teatri del mondo (La Scala di Milano, il Metropolitan di New York, Praga, Dresda, Vienna, Zagabria, Pola e Trieste) con la direzione dei più famosi maestri (da Toscanini a Richter, da Strauss a Gavazzeni) ed ebbe l’apprezzamento dei più grandi musicisti e musicologi dell’epoca, fra cui Johannes Brahms ed Eduard Hanslick. Fu anche apprezzato autore di musica pianistica e di liriche per canto e pianoforte.

Servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti con appunti di Bruna Zuccolin. Fotografie dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Università Popolare di Trieste col libro della Glavočić e le caricature di Lenski

Il 23 settembre 2019, alle ore 18.00, nella sede espositiva dell’Università Popolare di Trieste, in via Torrebianca 22, si è tenuta la presentazione del libro “Le belle arti tra le due guerre a Fiume (1920 – 1940)” di Daina Glavočić, a cura di Rodolfo Segnan, Mario Simonovich e della stessa autrice. Sono intervenuti, inoltre, i critici d’arte Marianna Accerboni e Marco Puntin.

Trieste, Università Popolare – presentazione del libro di Daina Glavočić, al centro in giacca celeste

In tale occasione è stata inaugurata la mostra di caricature “Personaggi fiumani” di Riccardo Lenski. Si tratta di una selezione di sessanta immagini di fiumani, che popolano il mondo dei rimasti e dell’esodo, ma anche di diversi istriani. Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, ha partecipato per portare il saluto della sede udinese degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Era presente, tra il pubblico, anche Cesare Costantini, direttore dell’Ente regionale Acli per i problemi dei lavoratori emigrati (ERAPLE) di Udine.

Libro presentato

Daina Glavočić, Le belle arti tra le due guerra a Fiume 1920-1940, Fiume, Comunità degli Italiani di Fiume / Zajednica Talijana Rijeka, 2019, pp. 336, fotografie a colori e b/n.

ISBN 978-953-96921-1-5

Recensione al libro di Daina Glavočić

Il volume riunisce le notizie reperite nelle ricerche su un periodo poco studiato, o addirittura trascurato. Si colma così il vuoto sulla storia dell’arte fumana riferita alla prima metà del XX secolo. L’autrice si è occupata di singole monografie di artisti del periodo interbellico a Fiume. È stata curatrice della Galleria Moderna / Museo di arte moderna e contemporanea di Fiume dal 1985, perciò è una con le mani in pasta. In particolare, spiega bene che con l’esodo degli italiani dalla città dopo il maggio 1945, in seguito all’arrivo dell’armata jugoslava, anche le opere d’arte se ne vanno via, se c’era l’occasione di potersele portare appresso. Poi per cinquant’anni è calato il silenzio sulla scena artistica quarnerina. Le opere degli anni 1920-1940 non vennero più esposte, valutate, negoziate, analizzate, criticate e studiate. Questo bel libro squarcia il muro di silenzio, se non di omertà, su un periodo artistico importante per una città mitteleuropea come Fiume.

Il libro, scritto in lingua italiana, documenta l’attività artistica di una trentina di artisti attivi nel Golfo del Quarnero, con una ricca bibliografia e un utile indice dei nomi. Alla fine del testo ci sono due riassunti, uno in lingua inglese e l’altro in croato.

Alcune caricature tipiche di Riccardo Lenski, noto tra i fiumani, in mostra a Trieste

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Foto di copertina: il pubblico in sala durante la presentazione del libro, in primo piano a destra, Bruna Zuccolin. Fotografie dall’archivio dell’Università Popolare di Trieste e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Premio letterario Villotte a S. Quirino di Pordenone sull’esodo giuliano dalmata

Oltre 120 persone hanno preso parte alla cerimonia del Premio Villotte, storie in cammino…, un cammino di storia. È stata la seconda edizione del premio letterario internazionale sul tema dell’esodo istriano, fiumano e dalmata quella di sabato 18 maggio 2019. L’evento è stato organizzato dal Circolo ricreativo Villotte di San Quirino (PN), condotto dal presidente Eugenio Latin, insieme ai Comuni di San Quirino e Pordenone. È nella sede del circolo che si è verificata la cerimonia di premiazione in Via Valle d’Istria 1.

Come si legge nel web, il primo premio assoluto 2019 è stato aggiudicato da Umberto Ambroset, studente di San Quirino, per la poesia “Pianto”. Il primo premio per la sezione racconti è andato a un veronese. I partecipanti al concorso sono stati 165, suddivisi in più categorie. Per gli organizzatori la grande rappresentanza di scuole di ogni ordine e grado a questa edizione è il più confortante risultato raggiunto. Il momento più intenso si è vissuto con la signora Olimpia Ruzzier, una delle prime esuli giunte alle Villotte oltre sessant’anni fa, ora ottantottenne. Olimpia ha premiato il vincitore primo classificato nei racconti Gianfranco Iovino, di Verona. Le opere prime classificate sono state incise su alcune mattonelle di ceramica e fissate su una parete del Centro ricreativo delle Villotte.

Il concorso è nato nel 2018 da un’idea di Luigino Vador e Nicoletta Ros. Aveva per titolo: “Villotte: storie in cammino…, un cammino di storia”. I due scrittori friulani si sono fatti portavoce delle storie degli esuli scrivendo due interessanti volumi: “Opzione Italiani” (2007) e “Senza ritorno” (2017).

Lo scopo del Concorso delle Villotte è di diffondere la storia dell’esodo e raccogliere nuove testimonianze, così da far divenire il Centro ricreativo delle Villotte un centro di documentazione sull’esodo. C’erano tanti studenti da tutta Italia e vari autori per ritirare i premi.

Il Comune di San Quirino accolse proprio in località Villotte, verso il 1956-1958, ben 49 famiglie di esuli istriani, tra cui quella stessa dell’attuale sindaco Gianni Giugovaz, presente alla premiazione, accompagnato da Patrizia Antonel, assessore all’Istruzione e da Chiara Lot, assessore alla Cultura. Era presente anche Pietro Tropeano, assessore alla Cultura del Comune di Pordenone. Il pomeriggio è stato allietato dall’armoniosa fisarmonica di Gianni Fassetta e hanno parlato altre autorità.

La fuga dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia avveniva per le continue vessazioni dei titini nei confronti degli italiani. Con le opzioni esercitate o da clandestini oltre 350 mila italiani di quelle terre scappano e si rifugiano nel resto dell’Italia, che li accoglie in oltre 140 campi profughi. Si ricorda che nel 1943 e nel 1945 furono uccisi e gettati nelle foibe o in fosse comuni quasi 10 mila italiani per la pulizia etnica jugoslava.

Alla cerimonia non poteva mancare il Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), col suo vicepresidente Elio Varutti, che ha portato il saluto di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio. Una menzione di merito per la poesia è stata assegnata a Giuseppe Capoluongo, socio ANVGD di Udine, con i suoceri di Rovigno, per l’ode intitolata “Voga”.

Il concorso è stato strutturato in sette sezioni. Per le scuole: Poesia inedita a tema “L’Esodo Istriano”, (Singola o di gruppo); Poesia inedita a tema libero, (Singola o di gruppo); Elaborato grafico e/o disegno a tema “L’Esodo Istriano”, (Singolo o di gruppo); Racconto a tema “L’Esodo Istriano”. (Singola o di gruppo). Per gli adulti: Poesia inedita ed edita a tema “L’Esodo Istriano – Fiumano – Dalmata”; Elaborato grafico e/o disegno a tema “L’Esodo Istriano – Fiumano – Dalmata”; Racconto edito ed inedito, a tema “L’Esodo Istriano – Fiumano – Dalmata”.

Servizio redazionale e di Networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti; Fotografie di E. V.