La cuciza di Cherso, 1944. Un racconto di Annamaria Zennaro Marsi

Volentieri pubblichiamo un racconto istriano di Annamaria Zennaro Marsi. I suoi testi ci regalano uno scorcio di vita quotidiana nella natia Cherso degli anni 1930-1940. La cuciza (in lingua croata: kućica) è una piccola costruzione rurale in pietra per il ricovero degli animali. Com’è per lo stavolo della Carnia e del Cadore (lat. stabŭlum), può fungere da rifugio di fortuna anche per l’uomo.

L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog si è permessa, per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Benussi, Botterini, Bracco, Cernecca, Samani, Corso Regeni) di tradurre in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata, o qualche cenno storico. Annamaria Zennaro Marsi ha collaborato con periodico della Comunità Chersina (2004-2017), ha pubblicato Vita a Palazzo Silos, edito da Bora.la di Trieste, nel 2021, che ha ricevuto la menzione d’onore al Premio letterario ‘Gen. Loris Tanzella’ 2022 di Verona. Collabora con “El Cinciut”, pagina dialettale de «Il Piccolo» di Trieste.

La ringraziamo molto per quest’altro originale quadretto familiare della sua Cherso, contenente oltre che degli esclusivi spunti storici, anche varie interessanti tracce di etnografia, di topografia e di vicende popolari. Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, 2021, sulle sue vicissitudini nel Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule al Silos dal 1948 al 1955. Ricordiamo che l’isola di Cherso, nel 1936 contava 8.617 abitanti residenti, di cui 3.502 a Cherso (in croato: Cres). Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le meravigliose parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

La Cuciza, piccola casa in pietra grezza adibita a rifugio degli animali

Era il mese di giugno del 1944 e faceva parecchio caldo. La paura dei bombardamenti era sempre presente a Cherso e la nostra casa in Prà, particolarmente esposta, avrebbe potuto rappresentare un facile bersaglio. Così mio padre, per proteggerci, decise di sistemare la precaria cuciza di pietre sovrapposte a secco, esistente a ridosso di una masiera (muretto di pietre) nella campagna della nonna, al secondo chilometro della Strada nova, in località Grazis’ce.

Per entrarci ci si doveva abbassare e l’interno doveva servire soprattutto per dormire. Tutto il resto si sarebbe fatto all’aperto. La nostra cuciza era di forma quadrata, come la maggior parte di quelle disseminate nelle campagne chersine e, se non fosse stato per quella grande bocca spalancata che ne determinava l’apertura, si sarebbe potuta amalgamare e confondere con le masiere.

Il trasferimento avvenne in una bella giornata di sole. I miei genitori portarono dei fagotti contenenti il necessario per l’improvvisato campeggio: del cibo, acqua, delle lenzuola e coperte per coricarci, qualche pentola, altre indispensabili vettovaglie e ci avviammo, come dei nomadi, su per la strada polverosa. Avevo già fatto molte volte quel percorso, per me interminabile, così, per renderlo più piacevole, mi ero creata delle tappe.

All’imbocco della Strada nova c’era un grosso gelso di more nere e poi a sinistra il nostro orto, delimitato da alcuni gelsi di dolcissime more bianche che rinvenivo sulle foglie della lattuga, altrimenti avrei dovuto prima ripulirle dai sassolini del terreno polveroso della strada. Quanto amavo quell’orticello! Lì i miei coltivavano i piselli, i fagioli, le fave, l’aglio e, sotto il muro tanta salata. A ridosso della casa confinante, nella parte più soleggiata, faticavano a crescere dei carciofi, che solo a guardarli sembravano sprigionare il loro sapore amaro. Proprio su quel terreno i miei sognavano di costruire la loro nuova, tanto desiderata e mai iniziata casa, sradicata sul nascere, come un fiore prima di sbocciare, come la disperata sconfitta di un anelato e poi mancato concepimento che lascia, per il resto della vita, un’inestinguibile nostalgica sofferenza.

Dopo la prima curva, all’inizio di ogni primavera, in un dolce declivio soleggiato, al riparo di un muretto, mi sorprendeva, con il suo intenso profumo e colore, un tappeto di violette mammole. Vecchi ulivi con il tronco ricurvo e rugoso, pecore belanti e deliziosi agnellini sgambettanti tra i sassi delle brulle campagne, contribuivano a distrarmi dalla fatica. Non avevo ancora realizzato l’idea che saremmo rimasti lassù e neanche avrei immaginato le disavventure che avremmo incontrato fin dal primo giorno, anzi della prima notte. Infatti, al pomeriggio, comparvero delle nubi e vidi delle preoccupazioni sul volto di mio padre, provocate dal fatto che il tetto della casetta non era ancora stato reso impermeabile con il cartone catramato e, in caso di pioggia, ci saremmo bagnati. Nonostante i nostri scongiuri, verso il tramonto il cielo si oscurò ulteriormente e fummo costretti a trasferirci, alla svelta, in un rifugio per animali e foraggio che esisteva da anni in una campagna vicina.

Era una specie di trullo circolare, con un buco al centro per far penetrare la luce, un’opera d’arte unica nel suo genere nelle campagne chersine. Entrammo velocemente prima che un impetuoso temporale ci colpisse e, immediatamente, fui invasa da un intenso, pungente e penetrante profumo di magris (elicriso), l’indimenticabile aroma agreste chersino. Faceva già buio e ci coricammo tutti e quattro rannicchiati lungo il perimetro circolare, per evitare gli schizzi della pioggia. Formavamo una catena e i piedi di uno sfioravano la testa dell’altro. Ci sentimmo dei clandestini usurpatori dell’altrui proprietà e il nostro sonno fu agitato dal fragore dei tuoni e dai bagliori dei lampi che serpeggiavano intorno a quel luminoso occhio centrale senza palpebra e soprattutto dalla preoccupazione di doverci allontanare furtivamente all’alba nel timore che il proprietario, a noi sconosciuto, ci scoprisse. Rimase un nostro segreto e, al mattino prestissimo, dopo che la mamma ebbe cercato di smuovere il magris per non lasciare le nostre impronte, ancora assonnati e con forti sensi di colpa, ritornammo nella nostra campagna, ancora intrisa di pioggia.

Cherso, Castelliere di San Bartolomeo. Collezione di Annamaria Zennaro Marsi.

Senza il papà, perché prelevato

Ci dovemmo abituare a quella nuova vita, purtroppo senza il papà che il giorno dopo venne prelevato e condotto con un barcone in una località a noi sconosciuta, lasciandoci da sole nella più cupa preoccupazione. La mamma coglieva l’acqua fresca da una roggia che scorreva nelle vicinanze, preparava il cibo all’aperto e ogni tanto si recava a lavare i panni in Crussia a Cherso, (così ci diceva), ma in realtà per avere notizie del papà.

Intanto io, con mia sorella, l’amica Rosaria e il suo fratellino (due bambini di una campagna sottostante alla nostra), con l’incoscienza dell’infanzia, esploravamo le campagne circostanti dove altri Chersini si erano accampati per cercare di sfuggire alle furie distruttive degli invasori. Faceva caldo e se ci sorprendeva un’improvvisa sete sapevamo dove trovare una loqua, l’abbeveratoio per animali, dove, scostando con il dorso della mano gli insetti, il fogliame, i semi, il polline, il terriccio e anche il marciume, incoscienti del pericolo di ammalarci di tifo, raccoglievamo nella conca delle mani quell’acqua putrida ed infetta per dissetarci. Armati di bastoni per allontanare le bisse (bisce) e, senza quasi accorgerci, ci spingevamo su per le alture assolate, fantasticando di raggiungere il Castelliere di S. Bartolomeo, dove, storditi dal vento e dal profumo intenso delle intrepide e tenaci piante, avremmo potuto scorgere lo smeraldino mare del versante opposto della nostra isola. Ma le raccomandazioni di non allontanarci erano inflessibili e l’appetito intransigente.

Disegno della scolara istriana Oriana, classe 1^ della scuola elementare del Campo profughi di Laterina (AR) anno scolastico 1956-1957. Collezione privata.

Sazia di polenta in tutte le sue varianti, delle minestre di fave secche, delle lasagne “nere” disgustose che la mamma preparava con la crusca e acqua, dato che la farina bianca e anche il pane erano introvabili, il cibo in campagna mi sembrava più gradevole e appetitoso. Erano per lo più minestre di verdure e fagioli, brodo di castrà e piselli, uova crude al mattino succhiate dai forellini fatti sul guscio con un ago o sbattute con lo zucchero e corrette con un po’ di vino bianco (per evitare la nausea). Ogni tanto del pesce: sardelle, moli e stuse [naselli, stringhe rosate] fritti in una nera farsora (padella) nell’olio usato e riusato e ripassato innumerevoli volte attraverso un colino per eliminare le vecchie e carbonizzate scorie, che la nonna ci procurava, assieme ai prodotti dell’orto, raggiungendoci spesso in campagna.

Il caprone irrequieto

Con noi c’era pure un caprone, che da caprettino era diventato grosso e irrequieto, con delle corna e una barbetta che gli conferivano un’aria superba e sospettosa. Sarebbe servito in autunno per alimentarci.  Stava sempre legato al tronco di un albero e ci guardava con due occhi cerulei, fissi e minacciosi. Un pomeriggio, mentre eravamo da sole, il bestione si slegò e, puntando su di noi quelle corna tanto temute, cercò di raggiungerci, appostandosi sotto l’albero sul quale velocemente ci eravamo arrampicate. Il sole stava tramontando e cominciava a farsi sentire il fresco della sera. Noi sempre sui rami, più spaventate che mai e lui sempre di sotto a guardarci fisso con le pupille dilatate, pronto ad incornarci. Nei dintorni c’era un assoluto silenzio, noi eravamo da sole e la fune giaceva a terra, concedendo all’animale tutta la libertà che voleva.

Lo incitavamo a spostarsi, ma lui, imperterrito, stava lì immobile come a volerci custodire. Ci veniva da piangere ed eravamo ormai all’imbrunire quando dalla strada sentimmo la voce liberatoria della nonna. Appena ci vide capì e, velocemente, agguantò il caprone per le corna, sollevandoci da un incubo.

Noi bambine ci eravamo quasi adattate alla nuova vita, provando un senso di colpa per una serenità inaspettata, finché una mattina, proveniente dal burrone, udimmo un forte rombo, intermittente, squarciare il silenzio, e facemmo appena in tempo ad appiattirci sotto l’ombroso figher [fico], come ci aveva raccomandato di fare la mamma, che un enorme, cupo, torvo e malaugurante uccellaccio ferruginoso sfiorò le nostre teste e i nostri corpi irrigiditi dallo sgomento. Non ne avevo mai visto uno e così da vicino, con quel rumore infernale, con le ali spiegate, con quel muso minaccioso e quel colore plumbeo. Il cuore batteva forte, il volto premuto sulla terra voleva sprofondare per non vedere, per non udire. Lo sentimmo allontanarsi lentamente verso Orlez (un paesino sopra Cherso) e, prima di sollevarci da terra e aver fatto più volte il segno della croce, attendemmo un bel po’nel terrore che ne arrivasse un secondo e magari sganciasse delle bombe su di noi.

I giorni successivi non furono più spensierati. Si viveva nella quotidiana paura di qualche pericolo incombente che sarebbe potuto giungere da qualsiasi parte.  Ci sentivamo smarrite, sempre all’erta e il sonno era turbato e pieno di incubi; la notte interminabile. Le notizie che ci pervenivano erano sconvolgenti… e, del papà, solo voci confuse e inattendibili.

Guardando in lontananza, vedevamo apparire nel cielo dei bagliori luminosi, come dei presagi di distruzione e di rovina che scendevano lentamente fino a consumarsi e poi spegnersi, inghiottiti dall’oscurità del nostro profondo mare. La cuciza non era più il nostro rifugio!

Tutti aspettavano una liberazione, la propria liberazione, senza capire da chi o da che cosa. Ci fu invece un’altra invasione, un dramma immane, cadaveri dappertutto. Giovani, ragazzi, ma anche capifamiglia vennero rinchiusi nella scuola elementare in attesa di chissà quale sorte. Altri bombardamenti, scoppi di granate e schegge sconvolsero la popolazione chersina. Si stava consumando una tragedia dove l’odio, le vendette, le ritorsioni avevano trasfigurato l’uomo, rendendolo di una barbarie spietata. Scappando, in un’alba tragica, quando una mitragliatrice era stata collocata vicino alla nostra casa, dovetti scavalcare il corpo martoriato di un soldato steso sotto il volto della canisela (stradina) che ci conduceva in un’abitazione più sicura. Più avanti ancora altri corpi, qualcuno ancora gemente e raggomitolato come un mucchio di stracci dismessi. Scene terrificanti e strazianti, da incubo! Profondi turbamenti, oscure inquietudini, tensioni infinite rimaste nel patrimonio di tutti e ancora immensi vuoti che tanti Chersini saprebbero colmare con le loro celate, sopite, taciute, ma mai estirpate memorie.

                      Io l’ho visto!

   Io l’ho visto

   Era biondo, fanciullo,

   caduto sul pianto della prima rugiada.

   Una iena vestita di stracci

   ha consumato quell’occulto massacro.

   Sul mio amico caduto

   c’era solo un’allodola

   a borchiare l’azzurro impietrito del cielo.

                                    Meyra Moise

Meyra Moise, nata a Cherso il 3 ottobre 1923, è un’insegnante chersina, plurilaureata, conosciuta in campo nazionale per aver ottenuto la terza laurea in lettere presso l’università di Padova, a 80 anni.

Disegno dello scolaro Simeone, nato a Zara, in Dalmazia, classe 1^ della scuola elementare del Campo profughi di Laterina (AR) anno scolastico 1956-1957. Collezione privata.

Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi. Altre immagini da Collezione privata. Si ringraziano, per la collaborazione riservata, Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR) delegato provinciale dell’ANVGD di Arezzo e la maestra Giulietta Del Vita, di Montevarchi.

Foto di copertina- Cherso, una cuciza con asinello. Collezione Annamaria Zennaro Marsi

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

Cartolina di Cherso, anni 1920-1930. Potrebbe essere il famosissimo cantiere Craglietto che operò a Cherso, però fu molto conosciuto anche a Trieste e con commesse da tutte le parti del mondo. Collezione privata.
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Pubblicato da

eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

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