Il Pianto degli Ulivi, un racconto su Cherso

Siamo onorati di pubblicare un racconto istriano di Annamaria Zennaro Marsi. I suoi brani ci offrono sempre un singolare taglio teatrale della vita quotidiana nella natia Cherso  degli anni 1920-1940. Sarà per tale motivo che sono seguiti con interesse non solo dal popolo dell’esodo giuliano dalmata, ma anche dagli abitanti dell’odierna Cres croata. Il testo comprende certi struggenti graffi affettivi di famiglia, oltre a delle tracce di storia e di economia, L’Autrice spiega alcuni termini dialettali in parentesi tonde. La redazione del blog si è permessa, per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come: Benussi, Botterini, Bracco, Cernecca, Samani, Corso Regeni) di tradurre in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di altri vocaboli del dialetto istro-dalmata. Annamaria Zennaro Marsi ha collaborato con periodico della Comunità Chersina (2004-2017), ha pubblicato “Vita a Palazzo Silos”, edito da Bora.la di Trieste nel 2021, che ha ricevuto la menzione d’onore al Premio letterario ‘Gen. Loris Tanzella’ 2022 di Verona. Collabora con “El Cinciut”, pagina dialettale de «Il Piccolo» di Trieste.

Non so perché, ma se qualcuno mi parla dei suoi nonni mi fa impazzire di gioia. Ecco allora le belle parole di Annamaria Zennaro Marsi, che ringraziamo vivamente per il brano. (a cura di Elio Varutti).

La nonna aveva un nome buffo: “Domenica”. Anche il suo cognome “Aus” mi sembrava inconsueto. Era come un comando in lingua tedesca. Vestiva sempre di nero, con una gonna larga e lunga, con una traversa [grembiule, NdR] a quadretti grigi che aveva una grande tasca davanti, come se dovesse essere sempre pronta a ingrumar (raccogliere) qualcosa: mandule, fasoi, bisi [mandorle, gagioli, piselli], fave o altri ortaggi da pulire o da tenere in crilò (in grembo). I suoi lunghi capelli bianchi erano raccolti sulla nuca con una treccia arrotolata e la sua voce mi sembrava afona e sommessa rispetto a quella stentorea di mia madre che non le assomigliava minimamente e che credo avesse preso da suo padre Solis, il nonno che non avevo mai conosciuto.

Si racconta di “Cherso, l’isola di sasso che l’ulivo fa d’argento”, come scrisse Gabriele d’Annunzio.

Una mattina soleggiata di novembre inoltrato, dopo aver visitato i suoi ulivi, nonna Meniga [diminutivo per: Domenica] vide che i frutti cominciavano a cambiare colore e, temendo l’eccessiva maturazione o qualche gelata improvvisa, preparò due sacchi di juta che mise arrotolati dentro un cesto, prese un telo e un bastone e si avviò, risoluta, verso strada nova.

Il gatto volle seguirla e così feci anch’io. Il suo passo era sicuro, spedito e stentavo a starle dietro. Osservavo le sue ciabatte nere, grandi, larghe che si era fatta da sola, cucendo sopra una suola spessa a più strati, una tomaia di panno nero robusto. Era alta, poco ciarliera e, nonostante i suoi quasi 80 anni, vigorosa e gagliarda. Portava spesso un polic (fazzoletto per coprire la testa)nero, facendolo avanzare sulla fronte rugosa quando stava ferma al sole.

Mi condusse per un breve sentiero sopra il lato destro della strada, dove alcuni ulivi di sua proprietà avevano i rami colmi di olive. Cominciò subito, con pazienza, a raccogliere le olive cadute sul terreno in mezzo all’erba e ai sassi, invitandomi a fare altrettanto, poi stese sotto ad un albero nodoso e contorto il telo e mi stimolò a staccare le olive dai rami bassi, insegnandomi il modo di srotolarle dai rametti con la mano destra, tenendoli ben fermi con la mano sinistra, raccomandandomi di porle nel cesto delicatamente e di non strappare troppe foglie…. e poi aggiunse: Se ti vol ingrumar ben l’uliva, guarda prima in basso e po’ in zima. (Se vuoi raccogliere bene l’oliva, guarda prima in basso e poi in cima).

Il gatto si era raggomitolato e sonnecchiava al calore del sole, mentre la nonna toglieva le olive dei rami più alti e, quelle difficili da raggiungere, le staccava lievemente con il bastone. Era molto abile nel dare il colpo corretto al ramo, cercando di non danneggiare le olive.

Dopo qualche ora la fame si fece sentire e lei tirò fuori dalla sua saccoccia del pane con delle fettine sottili di lardo, offrendomene un pezzo. Continuammo la raccolta fin quando, improvvisamente, guardando il sole, sollevò i quattro lembi del telo, piegandosi in due con una incredibile disinvoltura e agilità, toccando terra quasi con la testa, come un pupazzo di pezza, versò le olive nei sacchi, li appoggiò ad un tronco, afferrò il cesto pieno e ce ne tornammo a casa, mentre le campane del duomo di Cherso annunciavano il mezzogiorno.

Al pomeriggio sarebbe ritornata per completare la raccolta, facendosi aiutare dal papà a raggiungere le olive dei rami alti ancora non raccolte e, a portare a casa i sacchi lasciati nella campagna. Il giorno dopo avrebbero proseguito a raccogliere i frutti di tutti gli altri ulivi disseminati in altri terreni di sua proprietà.

Le olive raccolte dovevano essere trasportate più velocemente possibile nel frantoio per la spremitura, in modo che il sapore dell’olio non venisse danneggiato e reso acido dalla loro eccessiva fermentazione.

Cherso, la macina storica; collezione Annamaria Zennaro Marsi

Non era facile trovare il torchio libero, per cui molti tenevano a casa le olive e provvedevano da soli al lavaggio, aggiungendo all’acqua del sale oppure lavandole con l’acqua del mare. Purtroppo, più giorni le drupe stavano nei sacchi o in altri recipienti, più liquidi fetidi rilasciavano e, per liberarsene, alcuni Chersini li versavano per i clanzici [vicoli] dove in quei giorni, oltre alla puzza nauseante, c’era pure il pericolo di scivolare. Le stradine erano coperte di un liquido oleoso, nerastro, puzzolente che s’infilava in rivoli nelle canalette e tra gli spazi del ciottolato. Liquido che sgocciolava copioso anche dai caratelli di legno, sospesi su barre di legno, con i quali venivano a prelevare le olive direttamente nelle case, e, in seguito anche dai carri, lasciando scie nere e maleodoranti anche sulla polvere del Prà. Ci volevano giorni di pioggia per ripulire Cherso da quel sudiciume.

Mia sorella provava un tal disgusto per quell’odore che trasferì la sua avversione anche sull’olio e sulle olive.

Intanto mia madre aveva già preparato dei bariletti in legno per stendere in strati le migliori olive nere, ben lavate, asciugate e pigiate assieme al sale, ponendole poi a conservare, con l’aggiunta di qualche foglia di lavrano (alloro) su un’alta mensola della cantina, quale cibo delle grandi occasioni invernali. Sapeva che io ne ero ghiotta e che, quando appoggiava sul tavolo il bariletto e ne sollevava il coperchio, ne avrei fatto una scorpacciata, proprio come le ciliegie, ma me ne erano consentite al massimo quattro o cinque, perché dovevano durare a lungo e, come faceva credere la mamma, mi potevano essere indigeste.

La spremitura delle olive avveniva nel passato più remoto mediante torchi primitivi, con macine di pietra, mole spesso azionate da un asinello o da un mulo, che ora fanno bella mostra di sé in musei etnografici o all’aperto. In seguito vennero sostituiti da quelli più perfezionati dislocati in Grabar, in Peschera o in altre località di Cherso ed erano proprietà di benestanti famiglie chersine, quali: Baici, Garini, Padovan, Tomaz e Vizenzi. Erano usati per la frantumazione delle olive ricavate dai loro numerosi terreni, ma anche messi a disposizione della cittadinanza. Erano macchine che richiedevano la forza di più uomini per completare le numerose fasi della lavorazione, che garantivano un olio limpido e profumato come quello che si ricavava, dal 1939, nel torcio novo.

Tutti i Chersini conoscevano e utilizzavano el torcio, gestito dal Consorzio Agrario dell’Istria sulla strada che dalle scuole conduceva al Turion, perché disponeva di un frangitore meccanico, pulito, dotato in seguito di centrifuga, con vasche in acciaio inox, frantoio automatico del gruppo Pieralisi, sempre più aggiornato, veloce e tecnologico.

Nel periodo che andava da novembre a dicembre era sempre affollato anche perché vi accedevano gli abitanti dei paesini vicini, per cui bisognava prenotarsi e fare lunghe file per ottenere il proprio turno.

I grossi proprietari terrieri portavano, con dei carri, parecchi quintali di olive e potevano seguirne le fasi della pesatura e della lavorazione che comprendeva il lavaggio, la frantumazione, l’estrazione, lo scarto della morchia e lo smaltimento (non semplice) dei rifiuti oleari. Molti uomini, ma anche donne, dediti al lavoro di estrazione dell’olio avevano delle traverse (grembiuli) unte e bisunte e anche le loro mani e i loro capelli puzzavano di un odore veramente sgradevole.

Era un lavoro interminabile che occupava tutto il giorno, e anche più giorni, ma che, ad operazione terminata, dopo la decantazione e il travaso, regalava un prodotto vergine, di un valore ineguagliabile, quasi sacro.

Cherso, uliveti e muri di pietra; collezione Annamaria Zennaro Marsi

Guai e disgrazie a chi spandi oio!

Si esclamava così nel timore generato dalla perdita di un prodotto costoso, ma anche fatato, prodigioso, essenziale, vitale.

Il periodo della raccolta coincideva con la fine dell’autunno e variava a seconda della maturazione, determinata anche dalla posizione più o meno soleggiata e riparata dai venti e coinvolgeva direttamente o di riflesso buona parte delle famiglie chersine.

In attesa che le nostre olive venissero frantumate e trasformate in olio, la nonna si dedicava a pulire e a preparare la pila di pietra, una piccola cisterna posta, come consuetudine, in un angolo buio e fresco della cantina. Toglieva i residui dell’olio vecchio per riempirla con l’olio nuovo che ci avrebbe nutrito, come un prezioso medicinale dosato, custodito e venerato, per buona parte dell’anno. Spesso era insufficiente ed eravamo costretti ad acquistarlo presso le famiglie che avevano risorse più abbondanti.

Delle volte la sansa rimasta dopo la spremitura veniva bollita con la potassa per tre ore, lasciata raffreddare e solidificare per poi tagliarla con un filo di ferro, legato alle due estremità con due legnetti ed usata come sapone per il bucato più delicato, oppure veniva utilizzato l’olio della terza spremitura, per accendere il fuoco, le lucerne, i lumini e le lampade ad olio o per preparare unguenti e medicamenti.

Essendo il pesce l’alimento principale dell’isola, le fritture erano frequenti e, per risparmiare, la mamma utilizzava e riciclava lo stesso olio per più fritture, filtrandolo con un fazzoletto di lino per toglierne i residui neri della precedente frittura e lo conservava in un pentolino per usi successivi, specie per friser sepuline, stuse, moli, sardoni impanai, calamari e… minudaia. [friggere seppioline, stringhe rosate, naselli, alici impanate, calamari e… minutaglia].

Da secoli a Cherso gli ulivi erano l’eterna preziosa eredità per i figli e per i figli dei figli e i frantoi, sempre più perfezionati, erano indispensabili per la spremitura e l’estrazione di quel prezioso liquido dorato che madre natura elargiva ad una terra arida e sassosa.

Terra che ti accoglie con l’inchino affascinato e incantato delle pecore, incuriosite dalla tua intrusione in un mondo muto e silente, interrotto solo dal richiamo degli agnellini saltellanti sopra i candidi sassi macchiati qua e là da ciuffi di profumatissima salvia selvatica. Terra che ti sorprende dapprima con qualche olivo solitario, esposto alla bora e pur incredibilmente arzillo, abbarbicato tenacemente tra le pietre da chissà quanto tempo e che, scendendo, per un lieve declivio, verso il paese, ti cattura con una tavolozza dai colori argentati su tronchi deformi, contorti, bucati, ma con una seducente e ammaliante attrattiva scultorea e pittorica, rugosi come il volto di un vecchio provato dalle vicissitudini della vita. Terra “con radici d’ulivo e cuore d’olio”. Ulivi che chiedono poco, ma che, generosamente e da secoli, elargiscono il loro preziosissimo dono.

Venne un giorno in cui gli ulivi che i nostri vecchi padri avevano curato, concimato, accarezzato per generazioni, arato la loro terra con sudore e fatica, vennero, con immenso dolore, abbandonati. Le loro radici profonde che mai cedono al vento, che resistono alla calura e al gelo, rimasero orfane di cure ed esposte alle sofferenze provocate dall’incuria e dalla noncuranza di estranei che ne facevano spesso un uso indebito ed abusivo. Persone che, per poterne raccogliere comodamente i frutti, ne amputavano completamente i rami, mutilando gli alberi con crudeltà e che, per ripulire il terreno intorno al tronco, lo ustionavano, accendendo fuochi per bruciare le scomode sterpaglie, che sfruttavano la loro pazienza e la loro forza, riducendoli a dei tronchi doloranti e piangenti che a malapena potevano rigenerare esili ramoscelli. Ulivi dei quali si era perso il valore simbolico di pace e di gloria nella Domenica delle Palme, di legami e magie del suo oro liquido che dona nutrimento e luce, che sana le ferite, che accende il fuoco, che accompagna l’uomo dal battesimo alla cresima, fino all’estremo saluto alla vita.

                                    Dov’erri la pecora

                                   e rauco la chiami l’agnello

                                   l’ulivo che dia la vermene

                                   pel figlio dell’uomo che viene

                                   sul mite asinello

                                               il clivo che ripido sale,

                                               biancheggia di sassi e di ghiaie;

                                               lo assordano le ebbre cicale

                                               col grido solivo…

                                   Tu placido e pallido ulivo,

                                   non dare a noi nulla, ma resta!…

                                   ma nutri il lumino soletto

                                   che dopo ci brilli sul letto

                                   dell’ultima pace.

Versi tratti da “La canzone dell’ulivo” di Giovanni Pascoli.

Annamaria Zennaro Marsi

La fotografia di copertina è tratta dal volume “Cherso in posa. Un archivio fotografico ritrovato”, a cura di Claudio Ernè, edito  nel 2022 in collaborazione fra l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI) di Trieste e le Poligrafiche San Marco di Cormons (GO). Con alcune di queste immagini è stata allestita una bella mostra a Trieste al Museo istriano in via Torino 8, inaugurata il 1° luglio 2022 col titolo significativo “Cherso. Un archivio ritrovato”, che resterà aperta fino al 31 luglio 2022 e visitabile, a ingresso libero, ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30.  Si ringraziano curatore e editori per la gentile concessione alla pubblicazione e diffusione della medesima fotografia nel blog presente.

Cherso, anni ’30. La torre dell’0rologio e la losa (loggia) ingresso della cittadina. Collezione privata.

Note – Autrice principale: Annamaria Zennaro Marsi. Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Fotografie da collezioni citate e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vice presidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web:  https://anvgdud.it/

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Pubblicato da

eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

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