El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso, di Annamaria Zennaro Marsi

Ci ha fatto un bel regalo Annamaria Zennaro Marsi. Ci ha inviato il racconto seguente, ricco di forme dialettali riguardo alla cultura dell’acqua su un’Isola come quella di Cherso, dove il prezioso liquido era un bene raro, raccolto e conservato nelle cisterne (le gustierne), un tema caro peraltro a tutta l’Istria. La ringraziamo per questo originale pezzo di vita quotidiana degli anni 1930-1940, contenente oltre che degli esclusivi spunti storici, anche molte interessanti tracce di etnografia e di vicende popolari. La redazione del blog per facilitare il lettore, mediante alcuni dizionari dell’idioma istro-veneto (come il Botterini, Bracco, Samani, Corso Regeni) si è permessa di spiegare in parentesi riquadrate il significato in lingua italiana di alcuni vocaboli del dialetto istro-dalmata.

Annamaria Zennaro Marsi è autrice di Vita a Palazzo Silos, 2021, sulle vicissitudini del Campo profughi del Silos a Trieste. Con la sua famiglia chersina è stata esule al Silos dal 1948 al 1955. Contando di aver fatto cosa gradita, ecco a voi le splendide parole di Annamaria Zennaro Marsi. (a cura di Elio Varutti)

Cherso

Laudato sii mi’ Signore per sora aqua la qual è molto utile et humile et pretiosa et casta…”. Così S. Francesco ne tesseva le lodi intorno all’anno 1260 e chissà quanti Chersini avranno pensato nello stesso modo e pregato e invocato la benefica pioggia, nei tempi in cui questo elemento naturale, indispensabile alla vita, dovevano procurarselo con fatica e gestirlo con accurata attenzione e diligente impegno.

Tien la testa dritta”, raccomandava mia madre a mia sorella, che, pur ancora ragazzetta, aveva imparato a portare la mastelletta zincata colma d’acqua sulla testa, mentre io, di 7 anni minore, sgambettavo dietro, fermandomi a raccogliere le lodogne [frutti eduli del bagolaro] polverose cadute dagli alberi del Prà. Succhiavo quel noccioli neri dolciastri, stando ben attenta a non confonderli con quelle pirule [pillole] dello stesso colore e forma, ma leggermente più grandi, che le capre disseminavano durante il loro percorso, desiderosa di sfoggiare anch’io, in un prossimo futuro, quel copricapo che donava un portamento superbo ed elegante. Avevo già provato a sistemare, come la corona sulla testa di una regina, il pozvitek, quella ciambella che la mamma formava velocemente arrotolando alcuni stracci sul polso e sulla mano, poggiandovi poi sopra la mastelletta di mia sorella, ma, già da vuota, il collo ne soffriva, per cui dovevo attendere pazientemente l’età giusta per poterlo fare (evento che non si realizzò mai).

Eravamo di ritorno proprio dal chiostro della chiesa dei frati francescani dove, una capiente cisterna risalente al XVI secolo che portava scolpito lo stemma più antico della città, permetteva, a coloro, come noi, che non ne possedevamo una, di prelevare il prezioso e indispensabile elemento.

“La campana scrive storie / de done in procission / che va par strada cu’l cablo in testa / pien de la preziosa / sorela aqua / che’l convento dispensa / come’l pan de la Mensa…”. Aldo Policek

Giunte a casa le mastelle venivano appoggiate sulla credenza [anche: cradiència]. Una parte dell’acqua veniva versata in un secchio dal quale, con un pentolino, si raccoglieva l’acqua per bere, mentre un altro quantitativo, quello per cucinare, serviva a riempire la caldaia dello spargher [cucina economica a legna o carbone, dal tedesco: Sparherd]; Il resto veniva conservato, coperto con un coperchio di legno, per lavare la frutta o la verdura o per la pulizia personale. Quella usata veniva poi sfruttata e riciclata per bagnare la lattuga dell’orto, quella insaponata per lavare indumenti colorati, pulire i pavimenti, scartazzare [spazzolare] le scale o infine per buttarla nel cesso. Non avevamo gli spazzolini, né il dentifricio, né l’abitudine di lavarsi i denti che raramente venivano puliti con la cenere oppure con le foglie ruvide della salvia.

A Cherso non c’era l’acqua corrente, come del resto in tante altre località, poche le cisterne pubbliche, per cui molti avevano provveduto a costruirne una all’interno dei loro cortili  o sotto ad una grondaia, sfruttando l’acqua piovana, oppure usufruivano di pozzi che, collegati a delle falde acquifere profonde, garantivano una provvista quasi perenne, purtroppo però poco utilizzabile, perché in caso di alta marea subiva delle infiltrazioni d’acqua salmastra, sempre utile per spegnere gli incendi o magari riscaldata sul sol per lavarsi i piedi o rinfrescare l’anguria o la chianta de vin, [fiasco impagliato di vino] ma raramente potabile.

Cisterne e pozzi disponevano di un parapetto, la vera, con sopra una griglia in ferro fermato da un lungo crazon [craciùn, catenaccio] o da una grossa pietra, per trattenere il fogliame, ma soprattutto per evitare che qualche animaletto, affogando, causasse un pericoloso inquinamento o addirittura che qualche bambino arrampicandosi, precipitasse nel pozzo. Appeso ad un arco in ferro battuto dei pozzi pendeva un secchio, legato con una corda di canapa o una catena, che serviva al prelievo dell’acqua e, in caso di caduta all’interno, veniva recuperato con un rampino.

C’erano cisterne decorate e dall’architettura più fantasiosa e su alcune più preziose veniva inciso il monogramma o lo stemma della famiglia con la data di costruzione. Le vasche delle cisterne avevano varie profondità, si riempivano con l’acqua piovana e venivano impermeabilizzate con strati di terracotta, iniziando dal fondo.

Alcune erano addossate al muro per ricevere meglio l’acqua della grondaia, altre, attraverso delle condutture la trasportavano all’interno dell’abitazione, prelevandola in alcuni casi più progrediti, con un rudimentale rubinetto, oppure all’inverso ponevano la cisterna all’interno della cantina, facendola giungere da un collettore esterno. Così aveva la mia santola Maria Ferlora Santulin all’ingresso della sua casa, nel sottoscala e, d’estate, ci riempiva la brocca d’acqua freschissima come fosse una bibita preziosa. Alcune, molto antiche erano semplici ed  essenziali, ma rappresentavano il patrimonio ereditario e la ricchezza della famiglia.

Il bisogno di approvvigionamento era molto frequente e la chiesa dei Frati lontana, per cui si cercavano delle alternative più vicine. Una era quella del Comune, in Pecris dove abitava Maria Solis, cugina della mamma, il cui marito, dipendente comunale, aveva il compito di girare per il paese con un tamburo ed enunciare ad alta voce i bandi oppure gli avvenimenti importanti di Cherso, ma si percepiva una certa riluttanza nel concedere il prelievo dell’acqua e l’impresa diventava veramente ardua d’estate, quando si formava più rapidamente il velo sopra l’acqua stagnante, rendendola imbevibile e si confidava nei forti acquazzoni che avrebbero riempito le cisterne, i secchi, le mastelle o gli altri recipienti che si ponevano velocemente davanti alle case.

Gli edifici pubblici, prima di ottenere il permesso alla costruzione di una cisterna avevano l’impegno di permettere ai cittadini delle abitazioni circostanti di prelevarla gratuitamente, e, nei periodi di siccità giungevano dalla terra ferma delle imbarcazioni-cisterna che provvedevano a riempirle. Alcuni privati pretendevano una ricompensa, giustificata dal fatto che, in certi periodi scarseggiava l’acqua anche per le necessità della propria famiglia e si era costretti quasi ad elemosinarla, soprattutto quella per bere e forse anche per questo gli uomini si dissetavano frequentemente con… il vino!

Alcune cisterne avevano una forma cilindrica, o a bulbo per evitare l’evaporazione, altre erano quadrate, rettangolari o a bottiglia e sul fondo una grata serviva a trattenere le impurità. Ogni tanto dovevano essere vuotate per provvedere alla pulizia e alla disinfestazione, anche se, correva la voce, che qualcuno inserisse nella cisterna un bisato [anguilla] che ripuliva il fondale, cibandosi del limo che si formava nell’acqua stagnante. Quando il suo scheletro esile e flessibile appariva sulla superficie del pozzo esso veniva immediatamente sostituito.

Il pensiero che ci fosse una specie di biscia nei pozzi mi creava raccapriccio e turbamento, anche perché, romanticamente, avevo sempre immaginato di vedere nel fondo specchiarsi la luna, per cui preferivo non avvicinarmi troppo ed era forse proprio questa una fantastica strategia partorita dalle mamme timorose e raccontata ai propri figlioletti, per tenerli lontano dal pericolo di cadute. Ci si lavava a tochi [a pezzi] e non tanto spesso perché, oltre alla penuria d’acqua si riteneva che lavarsi troppo rovinasse la pelle e per le donne giovani, lavarsi spesso, poteva addirittura essere sinonimo di scarsa moralità.

Ogni mattina la mamma raccomandava di lavarsi gli occhi, il collo, le orecchie e spesso le mani, ma non ricordo di aver mai fatto il bagno nella tinozza, né di aver usato il lavaman [lavamano, bacinella con brocca] sul mobile della stanza da letto e, per un bagno completo attendevamo l’estate, quando nelle serata più calde ci si recava presso le Munighe [Monache] a lavarsi nel mare. La mamma indossava una sottoveste di satin nero lucido, leggermente scollata che si era cucita da sola e, stando attente a non pungerci con le tantaiesine (ricci di mare) ci immergevamo alla luce flebile di una lampada posta sul muro del monastero, dopo il moletto o al chiaro di luna, quando c’era, avvolte dal lieve sciacquio delle onde e da un profumo di mare ineguagliabile.

Durante la guerra, quando ci rifugiammo in campagna, a Gracisce, scoprii le loque, vasche in cemento utilizzate come abbeveratoi per animali che si riempivano con l’acqua piovana, ma anche usate dagli umani particolarmente assetati e poco accorti alle norme igieniche. Nella stessa località c’era pure una sorgente dalla quale si poteva bere avidamente, arcuando le mani a forma di tazza.

Ocio de soto

La giornata più massacrante per le massaie era però quella destinata alla lissia [bucato]. La mamma si svegliava molto presto al mattino per compiere tutte quelle operazioni necessarie per poter poi permettere alla biancheria lavata di asciugare. Attendeva quindi una giornata soleggiata e magari con un garbato burineto [vento leggero].

Quel giorno era particolarmente effervescente e non si doveva interferire con lei, pena qualche sonora sgridata. Aveva già preparato la cenere ripulita al setaccio la sera prima e raccolto lenzuola, asciugamani e biancheria personale da stendere ordinatamente e ben pigiata in modo da non lasciare spazi, nel grande cablo di legno [mastello] appoggiato su un alto scagno [sgabello], per permettere all’acqua sporca di uscire nel secchio posto sotto. Tutto veniva coperto con un telo consistente sul quale veniva sparsa la cenere grigia prodotta dalla legna. Veniva poi versata in più riprese l’acqua de boio [bollente] prelevata dalla caldaia dello spargher e da un grande buiol [bugliolo, secchio di legno a doghe] messo a contatto diretto del fuoco, dopo aver tolto tutti i cerchi di ghisa della piastra.

Da un foro sul fondo usciva l’acqua sporca (la lisciva) che la mamma conservava per lavare altri indumenti scuri, mentre quelli più delicati (tovaglie, tende, pizzi) li metteva a bagno nel sapone a scaglie, preparato in casa con il grasso e la soda, aggiungendo alla fine anche il perlin, le palline azzurre che rendevano più bianco il bucato.

Quando l’acqua usciva limpida, la biancheria bagnata e pesante doveva essere trasportata, sempre sul capo, fino in Crussia (un corso d’acqua vicino alla loggia), per resentarla [risciacquarla]. La mamma si faceva aiutare dalla nonna nell’ardua impresa che non era finita. Infatti il lavoro consisteva nello sbattere, risciacquare e poi strizzare la biancheria, operazione quest’ultima che riusciva meglio se, ad arrotolarla si procedeva in due, con l’aiuto anche dei bambini ai quali però era proibito avvicinarsi per evitare che scivolassero sul piano inclinato, cadendo nel canale di acqua corrente.

Prima fontana di acqua corrente in piazza a Cherso, 1952

Bisognava arrivare di buon ora, per accaparrarsi il posto migliore e più vicino all’ingresso della Crussia per non dover sottostare a quella del lavaggio di altre lavandaie che, chine sulla sponda, spesso con il polic sulla testa per difendersi dal sole, cantavano oppure facevano serpeggiare, per alleggerire la fatica, le ultime notizie, svelando pruriginosi segreti e sciorinando ghiotti pettegolezzi. Alla fine la mamma portava la biancheria strizzata nell’orto, in strada nova, felice di vederla garrire e sventolare al sole bistra [limpida, lustra]e profumata.

L’approvvigionamento idrico a Cherso con la relativa costruzione di un acquedotto rappresentò un problema fin da antica data e furono fatti molti studi anche prima e durante il governo asburgico per utilizzare quel bacino che, come un dono del Signore, appariva sulla strada che conduceva a Ossero.

A questo proposito così scrive Amati nel 1880 : “Le somme vette di Cherso, battute dai venti sono nude deserte e sì pietrose che un tratto di esse chiamasi “Arabia petrea”. Vi si trova una lago della circonferenza di circa 10 chilometri. Questo laghetto pieno di pesci e rotto da grotte è coronato all’intorno da colli e forma un bacino oblungo. Ogni 3 o 4 anni si prosciuga intieramente; allora il suo letto viene seminato e dà ricco prodotto, finché di nuovo si riempe d’acqua.”

Era il misterioso lago di Vrana, un miracolo della natura, in quanto, pur essendo parte della sua profondità sotto il livello del mare e non ricevendo l’acqua da particolari immissari, garantisce il prelievo di acqua dolce senza alcuna infiltrazione salmastra. Intorno a questo prodigio della natura sono sorte varie leggende e fantasiose ipotesi ancora irrisolte. In realtà da anni non si prosciuga e il suo livello si abbassa di poco anche nei periodi di maggior consumo e siccità e il suo perimetro è ora ben maggiore di 10 km con varie profondità che raggiungono i 74 metri. Approvvigiona tutti i paesi dell’isola, ad iniziare da Orlez, il primo abitato ad usufruire dell’acquedotto nel 1952, fino alle località di Cherso e Lussino.

Pochi Chersini poterono avvantaggiarsene, in quanto nel 1953, quando l’acquedotto venne completato e l’acqua giunse a Cherso, erano già in buona parte lontani, sparsi per il mondo e dissetati da acque forestiere. Eppure, pur nel ricordo di un sofferto disagio, mantennero sempre la nostalgia di quella cisterna che molti dovettero abbandonare nel cortile della propria casa, un immenso valore affettivo essenziale alla loro vita e a quella dei loro avi, un bene prezioso che molti custodiscono tuttora nel loro cuore come un raro e caro gioiello tanto amato e vagheggiato con il desiderio e la speranza che il sapor d’acqua natia rimanga ne’ cuori esuli a conforto. (G. D’Annunzio)

                                                    Annamaria Zennaro Marsi

Lettura testi e Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Fotografie della Collezione di Annamaria Zennaro Marsi e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – I piano, c/o ACLI – 33100 Udine – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Pubblicato da

eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

3 pensieri su “El bisato nel pozzo. Una storia di Cherso, di Annamaria Zennaro Marsi”

  1. Splendido e articolato racconto che oltre a calarci mirabilmente nel passato ci fa capire come non si sprecasse nulla nemmeno un goccio d’acqua. Lezione utile oggi!

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