Foibe ed esodo per Lidia Rauni di Albona, 1955 ed altri orrori

“Son venuta via nel 1954 da sola, sa che mio padre è stato ucciso a novembre 1943 e gettato nella foiba; ero ancora minorenne, perché i titini non concedevano le opzioni a tutta la famiglia, eravamo sei figli, così sono uscita col passaporto dalla Jugoslavia, ma no son mai tornada drento”. È Lidia Rauni a raccontare la sua fuga dall’Istria nel Giorno del Ricordo 2017 a Udine, dopo aver taciuto per anni.

Poi cosa è successo? “A Trieste, non so perché, mi hanno messo nelle prigioni di via Coroneo – aggiunge Lidia Rauni di Albona – nonostante avessi detto di avere due zie in città che potevano tenermi. Là dentro, in carcere, le altre detenute mi domandavano se avessi rubato o ucciso. Persino le mie zie, quando sono arrivate al Coroneo, la mattina dopo, mi dissero preoccupate: ‘Cos ti ga fato che te ze in galera?’ Forse non c’era più posto nei Campi profughi, nei collegi o negli alberghi dove venivano messi i profughi, io non lo so”.

È riuscita poi a raggiungere una delle sue zie? “No, mi hanno mandato per un mese al Centro smistamento profughi di Udine e, solo dopo, finalmente dalla zia triestina” – ha concluso la Rauni.

Giuseppe Rauni, il padre di Lidia, è citato nel libro di padre Flaminio Rocchi, a pag. 256. È stato trucidato dai titini con altri 16 compaesani il 2 novembre 1943. Poi i loro corpi sono stati fatti scomparire nella vicina foiba di Vines. Il 1° dicembre 1943 Albona ha ricordato i suoi 17 infoibati. Il 5 ottobre 1943 altri 19 italiani di Albona e di Arsa “legati con filo di ferro furono massacrati sulle scogliere di Santa Marina e i loro corpi, appesantiti da pietre, furono gettati in mare”. (Rocchi, p. 256).

Come si legge nel libro di Silvia Dai Pra’: “Di certo, tutti sono concordi sul fatto che Mate Stemberga utilizzò la lotta partigiana per togliersi una serie di sassolini nelle scarpe, e fu il principale responsabile degli infoibamenti e di altre esecuzioni sommarie nella zona di Albona”. Mate Stemberga era un compagno minatore e un comunista della prima ora, attivo già dai primi anni Quaranta. Invece le fonti informative fasciste fino al 1943 lo descrivono come un contadino celibe di trentatré anni. I compaesani lo definiscono un contrabbandiere che prima era culo e camicia con gerarchi e carabinieri, li conosceva tutti per nome e sapeva come lisciarli, e che, saltato un potere, si è subito buttato nell’altro. Fin qui Silvia Dai Pra’.

Vines, Uffici minerari. Vittorio Stein Trieste, 1915; cartolina viaggiata nel 1919. Grazie a: Istriadalmaziacards / Cartoline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia

Qualche italiano scappa dall’Istria nel 1948 “quando gli slavi hanno chiuso le scuole italiane di Pisino – come ha detto Maria Cliselli – poi ci hanno detto: ‘O le scuole col croato, oppure andate dove volete”. Certi profughi non chiedono nemmeno il contributo per i beni perduti. “Mio padre era di Parenzo e non ha mai chiesto indennizzi allo stato italiano – ha detto Oliviero Paoletti – perché pensava sempre di ritornare a casa sua, ma gli avevano requisito tutto, così abbiamo perso tutto; mio cugino Gianni, invece, è rientrato in possesso della casa di Parenzo, che era stata requisita e se l’era presa una partigiana, ma dopo la sua morte, quella casa tornò ai miei parenti”.

Gli italiani sparivano e, talvolta, venivano ritrovati i loro corpi dai pompieri nelle cavità carsiche. I compaesani sapevano che erano stati infoibati, come fu per Antonio Babudri, colono di Capodistria, come ha riferito il nipote Diego Babudri.

È sempre lo stesso cliché da Gorizia fino a Spalato e Cattaro. “Nel 1943 ci fu il 25 luglio e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti, da parte dei croati”, come ha  scritto Mario Blasoni riguardo alla fine di Giorgio de Chmielewski, funzionario dell’Intendenza di finanza di Spalato italiana.

Ecco il racconto di Rosanna La Micela: “Avevo sette mesi quando la mamma portava da mangiare ogni giorno a mio papà Luigi La Micela, nativo di Sicli (RG) e maresciallo dell’Esercito italiano; fu arrestato da soldati iugoslavi a Gorizia il 19 maggio 1945 e portato prima a Aidussina, poi a Idria e di nuovo a Aidussina, dove era recluso nel giugno 1945, poi non se ne seppe più nulla”.

A Gorizia vengono sequestrate pure le donne. Silvia Paoletti ha detto: “Mia mamma è del 1925 e una sua zia Maras in Cocianni è stata deportata dai titini a Gorizia alla fine della seconda guerra mondiale; l’hanno presa di sera con la camionetta e poi è sparita”.

Gianni Giugovaz, di Butturi di Buie ha ricordato che: “Mio padre Rodolfo Giugovaz fu costretto a cambiare cognome in Jugovaz, siccome era contrario, i titini lo misero in carcere con conseguente scarica di percosse, invece un cugino sparì, lo ritrovarono annegato, poi nel 1952 siamo venuti esuli a S. Quirino (PN)”.

A Rovigno c’è piazza Veggion, dato che “la famiglia di mia moglie possedeva terreni e case – ha riferito Daniele De Fazio – oggi vanno lì in vacanza e devono pagare l’affitto per quella che era una delle loro case”.

Fonti orali

Si ringraziano, per la gentile collaborazione, i seguenti informatori, menzionati con luogo, anno di nascita e data dell’intervista (int.), che è stata effettuata, con taccuino, penna e macchina fotografica a Udine a cura di E. Varutti.

Diego Babudri, Trieste 1959, int. del 12 maggio 2016.

Maria Cliselli, Pisino 1930, int. dell’8 ottobre 2015.

Daniele De Fazio, Udine 1956, int. del 24 luglio 2017.

Gianni Giugovaz, Butturi di Buie 1952, int. del 18 gennaio 2018 a Codroipo (UD).

Rosanna La Micela, Gorizia 1944, note dell’11 febbraio 2017.

Oliviero Paoletti, Trieste 1948, int. del 10 febbraio 2016.

Lidia Rauni, S. Domenica di Albona 1936, int. del 10 febbraio 2017.

Riferimenti bibliografici e sitologici

Comune di Gorizia (a cura del), Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, Gorizia, 1980.

Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, volume III, 2007, pp. 36-38.

Silvia Dai Pra’, Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria, Bari, Laterza, 2019.

Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

E. Varutti, L’esodo istriano di Ester Lulli da Albona in Friuli, 1947, on line dal 19 luglio 2018.

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Copertina: cartolina viaggiata nel 1929 edita da Vittorio Stein, Venezia, proprietà riservata Valcich e Macilis. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Pubblicità

Pubblicato da

eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...